Così l’Onorata Sanità calabrese nega il diritto alla salute ai cittadini

Debiti non quantificati, doppie fatture, assistenza sotto i minimi previsti dalla legge, intrecci oscuri: il sistema regionale è andato in tilt. E ora la questione torna in Parlamento

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La ricetta del presidente della Giunta Regionale, Roberto Occhiuto, è l’azienda unica per la sanità calabrese. Da sempre, un coacervo di accordi politici, di interessi della ‘ndrangheta, con i figli dei boss che sono diventati classe dirigente, una camera di compensazione dove la massoneria la fa da padrona.

Il giudizio della Corte dei Conti sulla sanità calabrese

La politica bipartisan, ormai da mesi, batte all’unisono: cancellare il debito sanitario calabrese. Per i proponenti, un passaggio necessario, azienda unica o meno, per auspicare una ripartenza. Per altri un colpo di spugna su anni di intrallazzi e ruberie. Che la pandemia da Covid-19 ha mostrato in tutta la sua drammaticità, con la Calabria spesso declassata da “zona bianca” a una condizione di limitazioni e restrizioni. Non già per il numero dei contagi, ma per la fatiscenza e l’inadeguatezza del suo sistema sanitario.

Ora su quel buco, enorme, della sanità calabrese interviene anche la Corte dei Conti. I giudici contabili sostengono l’inattendibilità del deficit sanitario e la sua probabile sottostima: «Dall’esame dei risultati d’esercizio, relativi all’esercizio 2020, tutte le aziende del Ssr calabrese hanno chiuso in perdita, per un totale di -267 milioni 167mila euro. Le aziende del Ssr calabrese, nel periodo 2014-2019, non hanno rispettato la direttiva europea sui tempi di pagamento. Nel 2020 gli indicatori risultano ancora elevati, seppure, nella maggior parte dei casi, in leggera diminuzione. Con una media, per il 2020, di 159 giorni. La situazione debitoria delle Aziende sanitarie e ospedaliere ammonta complessivamente ad oltre 1 miliardo 174 milioni di euro».

La mammella da spremere

La sanità calabrese è, da sempre, una mammella da spremere senza fine per le cosche e per affaristi di vario genere. Non a caso, il settore – che avvolge il 70% del bilancio regionale – è commissariato da anni. E il debito più che miliardario. «Il ritardo con cui – è scritto nella relazione della Procura contabile – le aziende sanitarie e ospedaliere del Ssr calabrese effettuano i propri pagamenti determina ingenti interessi moratori che incidono negativamente sui risultati finanziari». Con riferimento al contenzioso, si legge ancora, «il totale ammonta ad oltre 481,21 milioni di euro e il totale degli accantonamenti ammonta ad oltre 51,89 milioni di euro. In definitiva sui costi del servizio sanitario calabrese continua a incidere fortemente il contenzioso con i correlati oneri aggiuntivi».

Un sistema che non si regge in piedi

La Procura regionale ha poi rilevato «svariate criticità». Permangono carenze di effettivo supporto alla struttura commissariale, carenze assunzionali, carenze nella gestione degli accreditamenti. E poi, una pesante situazione debitoria delle Aziende sanitarie, forti ritardi nei pagamenti e pignoramenti. Infine, gravi ritardi nell’approvazione del bilanci e insufficienza dei flussi informativi. Tutti questi fattori «contribuiscono a determinare l’enorme difficoltà a realizzare efficacemente il piano di rientro dal disavanzo che, infatti, da oramai oltre un decennio è rimasto pressoché immutato».

In particolare – sostiene ancora la Corte dei Conti – «con riguardo al disavanzo totale 2020 […] si deve porre in evidenza che, seppure in lieve miglioramento rispetto all’anno scorso, non è certo un dato ottimistico perché, comunque, il deficit sanitario in oltre dieci anni si è ridotto di circa soli 13 milioni di euro (da oltre 104 ad oltre 91 milioni)». Giudizio negativo, poi, anche per i cosiddetti LEA, i livelli essenziali di assistenza: «Il punteggio per il 2019 è di 125. Di molto al di sotto della soglia (almeno tra 140 e 160) e molto meno del 2018 (162)».

Il caso Reggio Calabria

Il pur enorme deficit quantificato potrebbe addirittura essere sottostimato. Questo, soprattutto, a causa della situazione grottesca e paradossale dell’Asp di Reggio Calabria: «In primis ciò è legato alla situazione dell’Asp di Reggio Calabria, dove dal 2013 esiste una contabilità non fondata su documenti amministrativi». Questa “contabilità orale”, di fatto, «rende impossibile ricostruire il quadro debitorio dell’azienda». E non si parla di cifre di poco conto, ma di «una situazione debitoria potenzialmente dirompente, con passività che potrebbero toccare i 500 milioni».

L’Asp di Reggio Calabria per anni avrebbe persino pagato per (almeno) due volte le stesse fatture a studi privati e cliniche convenzionate. Il risultato è un danno erariale di svariati milioni di euro fin qui accertati dalle indagini della Procura della Repubblica. Proprio alcuni mesi fa, sono state rinviate a giudizio quasi venti persone per le doppie fatture pagate dall’Asp in favore dello “Studio radiologico sas di Fiscer Francesco” di Siderno.

Tra i rinviati a giudizio ci sono il legale rappresentante della clinica, ma anche funzionari dell’Asp, nonché l’ex direttore sanitario Salvatore Barillaro e quello amministrativo Pasquale Staltari. Ma, soprattutto, l’ex commissario straordinario dell’Asp, Santo Gioffrè. Proprio quel Santo Gioffrè che aveva evitato il doppio pagamento di una fattura da 6 milioni di euro alla clinica “Villa Aurora” denunciando tutto in Procura.

I doppi pagamenti

Le indagini, infatti, avrebbero permesso di constatare una duplicazione di pagamenti per oltre 4 milioni di euro. Soldi corrisposti dall’Asp reggina a favore dello studio radiologico privato, operante nel settore dell’erogazione di prestazioni diagnostiche ai pazienti in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale. Gli inquirenti si sono poi concentrati su una transazione, conclusa nel 2015 tra l’Asp ed il privato, che ha disposto il pagamento della somma di quasi 8 milioni di euro a saldo di crediti pregressi, presuntivamente vantati come non ancora riscossi.

Oltre dieci anni di prestazioni sanitarie dichiarate non pagate dallo studio radiologico e poste a fondamento di diversi decreti ingiuntivi divenuti esecutivi a seguito della mancata opposizione dell’Asp reggina. Ma quelle somme erano state già liquidate per un ammontare complessivo di oltre 4 milioni di euro. Compresi interessi. Le indagini avrebbero quantificato in quasi due milioni e mezzo di euro le imposte non pagate.

La ‘ndrangheta classe dirigente

Anche così si spolpa la Sanità calabrese. Quella in cui la ‘ndrangheta si è fatta classe dirigente. Con i figli dei vecchi boss degli anni ’70 e ’80, che hanno conseguito lauree in Giurisprudenza e Medicina, soprattutto presso l’Università degli Studi di Messina. Per anni un vero e proprio feudo della ‘ndrangheta della Locride soprattutto. Affonda le sue radici nel mito la versione secondo cui i giovani esponenti dei clan della fascia jonica reggina sostenessero gli esami “con la pistola sul tavolo”. E un collaboratore di giustizia, negli anni, ha affermato: «Ci fu un periodo in cui l’Università di Messina era una sorta di dépendance di Africo Nuovo». Proprio l’Africo Nuovo di Peppe Morabito, il “Tiradritto”.

L'università di Messina
L’Università di Messina

Del resto, è utile ricordare le risultanze emerse, alcuni anni fa, con la relazione di scioglimento per ‘ndrangheta dell’allora Asl di Locri. Agli atti la fitta ed intricata rete di rapporti di parentela o di affinità e frequentazione che legano esponenti anche apicali della criminalità organizzata locale a numerosi soggetti alle dipendenze dell’azienda. Alcuni dei quali con pendenze o pregiudizi di natura penale.

Il delitto Fortugno

Quelli sono gli anni del delitto del vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, Franco Fortugno, assassinato il 16 ottobre del 2005 a Palazzo Nieddu del Rio a Locri. Le indagini sul suo omicidio e la parallela inchiesta “Onorata Sanità”, che porterà alla condanna definitiva dell’allora consigliere regionale Mimmo Crea, sveleranno un sistema inquietante. In cui, a prescindere dalle responsabilità penali accertate, sarebbero emerse relazioni molto strette e intense tra politica, imprenditoria, mondo delle professioni e ‘ndrangheta.

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Francesco Fortugno

Molti nomi, menzionati nelle migliaia di carte investigative, citati nelle infinite udienze davanti ai giudici, ricorrono e ricorrono. E continuano, ancora oggi, a ricoprire incarichi di grande rilievo in seno alla sanità reggina e calabrese. Non è un caso che a distanza di molti anni dalla relazione del prefetto Basilone sull’Asl di Locri, anche l’Asp di Reggio Calabria verrà commissariata per infiltrazioni della criminalità organizzata, con lavori per imprese non inserite nella white list della Prefettura o, peggio, colpite da interdittiva antimafia.

Nessuno firma i bilanci di Cosenza

Lo stesso discorso vale per un’altra importante Asp della regione, quella del capoluogo Catanzaro, anch’essa considerata di grande interesse per le cosche. E la situazione è grave anche all’Asp di Cosenza. Qui diversi manager della Sanità pubblica sono indagati per aver truccato i bilanci dell’Ente nel tentativo di far quadrare, almeno sulla carta, conti altrimenti molto più drammatici. L’ultimo consuntivo approvato – oggi nel mirino della Procura – risale ormai al 2017. Da allora otto commissari si sono alternati senza mettere la propria firma su quelli successivi. Anche a Cosenza doppie fatture e un contenzioso monstre non quantificato né gestito come si dovrebbe hanno generato una voragine finanziaria da centinaia di milioni di euro.

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La sede dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza
Massoni e legami politici: l’interrogazione parlamentare

A Reggio Calabria o a Locri, un po’ ovunque la sanità è un coacervo di interessi. Anche e soprattutto a Cosenza. Ne è convinto il deputato Francesco Sapia, ex grillino duro e puro che, non accettando la svolta governativa dei 5 Stelle, è confluito ne L’Alternativa. Il parlamentare proprio in queste ore con un’interrogazione parlamentare ha chiesto «se il ministro dell’Interno non intenda promuovere l’accesso agli atti presso l’Asp di Cosenza».

Sapia, peraltro, alla Camera siede proprio in Commissione Sanità.E non usa troppi giri di parole: «Primariati non autorizzati, anomala conservazione dei tamponi, proroghe allegre di contratti scaduti, sforamenti di bilancio, incompatibilità, parenti che lavorano insieme, ruoli svolti senza requisiti e procedure selettive pubbliche, carenze da Terzo mondo e gestioni incontrollate di presìdi salvavita. Questo squallore deve finire, non è più tollerabile».

Il parlamentare pare essersi fatto un’idea ben precisa sulle possibili ragioni dietro i problemi elencati: «È urgente verificare se massoni e legami politici negli uffici abbiano condizionato o possano pregiudicare l’imparzialità amministrativa nell’Asp di Cosenza».

Il buco nero dell’Asp di Cosenza

Ma a cosa si riferisce, nello specifico, l’ex grillino? Da anni sono sempre più insistenti i dubbi sulla spesa farmaceutica e gli affidamenti illegittimi di incarichi a esterni. Con riferimento a questi ultimi, secondo quanto previsto dalla legge possono ammontare, al massimo al 50% di quella sostenuta nel 2009 per le stesse finalità. Ma negli scorsi anni si è andati ben oltre: dell’82% nel 2016 e del 76% nel 2017.

Come per altre Asp calabresi, peraltro, anche all’Asp di Cosenza diventa un’impresa trovare le fatture. Agli atti emergono sei diverse società a responsabilità limitata che da tempo reclamano pagamenti dall’Asp cosentina. Circa 20 milioni di euro per un debito che sarebbe maturato a partire dal 2007. Il problema è che però negli uffici dell’Asp non esistono fatture che possano giustificare queste richieste esorbitanti. E da quelle che si trovano, molto spesso i pagamenti risultano già effettuati da anni.

Le fatture che non si trovano

Perché poi, ovviamente, nel disordine, nella negligenza, possono annidarsi anche tentativi di raggiro. E così, per anni, l’Asp di Cosenza è stata letteralmente assaltata da una lunga sfilza di società di factoring, pronte a vantare crediti (reali o presunti) nei confronti dell’Ente. «L’Azienda non è in grado di identificare con certezza la matrice sulla cui base i pagamenti vengono liquidati, questa situazione espone la stessa al rischio di remunerare più di una volta lo stesso importo per il medesimo debito», ha scritto tempo fa la Corte dei Conti. Tra fatture già pagate e altre scomparse, il buco nelle casse dell’Asp cresce a dismisura.

Al 31 dicembre 2017 l’Asp di Cosenza aveva ben 541 milioni di euro di debiti. E le anticipazioni di cassa, che dovrebbero essere un’eccezione, sono diventate una regola. E, con il tempo, si sa, i debiti crescono. Nel 2005, infatti, l’Azienda Sanitaria di Cosenza aveva un debito di circa 3 milioni e mezzo di euro ereditato dall’ex As 1 di Paola legato a una condanna in tribunale. Nessuno ha pagato e quella somma è cresciuta a dismisura. Nel 2020 gli interessi pagati sulla cifra prevista inizialmente ammontavano a quasi 8 milioni e mezzo.

La “favorita” dell’ex dg

Ma Sapia parla anche di concorsi fatti ad hoc. Una inchiesta della Procura di Cosenza, infatti, sostiene come la procedura riguardante una donna abbia avuto un trattamento di favore, con un bando creato proprio per lei. E questo in forza della relazione sentimentale che avrebbe intrattenuto, per un determinato periodo, con l’ex direttore generale dell’Asp, Raffaele Mauro. Questa procedura le avrebbe fatto ottenere una promozione, senza averne avuto diritto.

Alcune modifiche normative (inserite usando come stratagemma il pensionamento di un funzionario) sarebbero state inserite su misura proprio per favorire la “preferita” di Mauro. Tra le varie presunte e creative irregolarità, quella di non tenere conto dell’esperienza nel settore. E la donna, pur non avendo alcuna pregressa attività lavorativa (a dispetto degli altri candidati) nel settore in esame vince la selezione. Un artifizio che, sempre secondo i pm, sarebbe avvenuto grazie a una commissione compiacente, per non urtare la suscettibilità dell’allora dg.

«Processate i commissari»

Ma proprio quell’inchiesta – denominata, non a caso, “Sistema Cosenza” – afferma come la gestione allegra dell’Asp cosentina sia stata di fatto avallata dal silenzio (nel migliore dei casi) della Regione e dei commissari. A non opporsi a tutto questo, anche Massimo Scura e il generale Saverio Cotticelli, per i quali, proprio alcuni giorni fa, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per i falsi bilanci dell’Asp.

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Gli ex commissari massimo Scura e Saverio Cotticelli

Secondo l’accusa, il buco di bilancio sarebbe stato occultato, omettendo, tra le altre cose, di riportare in bilancio le cifre del contenzioso legale che, da solo, ammonta ad oltre mezzo miliardo di euro. Bilanci, secondo i magistrati, palesemente falsi e che, nonostante le irregolarità e i pareri negativi del collegio sindacale, con riferimento al triennio 2015-2017 sono stati comunque approvati dagli organi di controllo istruttorio.

Le ultime inchieste

“Sistema Cosenza” non è l’ultima inchiesta che mette nel mirino la sanità calabrese. Praticamente tutte le procure calabresi hanno fascicoli aperti di una certa rilevanza. Nel marzo del 2021, un’altra operazione ha portato all’arresto di medici e dirigenti perché responsabili di essere affiliati alla cosca Piromalli, una delle più potenti della ‘ndrangheta. Secondo l’inchiesta “Chirone”, tramite alcune aziende il potente clan di Gioia Tauro si sarebbe aggiudicato gli appalti di fornitura dell’Asp di Reggio Calabria. Uno dei dirigenti coinvolti era proprio colui che aveva il compito di valutare il fabbisogno sanitario della provincia di Reggio ai fini della fissazione dei budget.

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Nicola Paris

E rischia il processo anche l’ex consigliere regionale della Calabria, Nicola Paris, eletto nel 2020 con la lista dell’Udc e arrestato nell’agosto scorso con l’accusa di corruzione. Secondo l’inchiesta “Inter Nos”, Paris avrebbe tentato di intervenire sull’allora presidente f. f. della Regione, Nino Spirlì. A che scopo? Sollecitare il rinnovo contrattuale per Giuseppe Corea, direttore del settore Gestione risorse economico-finanziarie dell’Asp. Secondo gli inquirenti, è la persona grazie alla quale le imprese vicine ai clan Serraino, Iamonte ed a quelli della Locride ottenevano gli appalti. Paris avrebbe caldeggiato la nomina di Corea nell’interesse degli imprenditori che, stando al campo di imputazione, «lo avevano sostenuto durante la campagna elettorale».

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