2022, fuga da Reggio Calabria: uffici in Procura sempre più vuoti

Non c'è solo l'annullamento della nomina di Bombardieri decisa dal Consiglio di Stato a creare grattacapi: con l'arrivo di Gratteri a Catanzaro la città dello Stretto ha perso il suo ruolo di guida nella lotta alla 'ndrangheta. E molti magistrati se ne sono andati in cerca di carriere più prestigiose

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Fuga dalla Procura di Reggio Calabria. Negli anni, l’ufficio requirente della città dello Stretto è stato l’avanguardia della lotta alla ‘ndrangheta. Gli anni iniziati, nel 2008, con l’avvento in città del “corso palermitano” targato Giuseppe Pignatone, ma anche Michele Prestipino e Ottavio Sferlazza, hanno segnato una svolta nella lotta al crimine organizzato.

Procura di Reggio Calabria: arrivano i palermitani

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Giuseppe Pignatone, ex capo della Procura di Reggio Calabria

All’avvento dei palermitani, infatti, la lotta alla ‘ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria era quasi all’anno zero, ferma agli anni del maxiprocesso “Olimpia”. In circa quattro anni di gestione, quel modello portò all’arresto di quasi tutti i boss di Reggio e provincia, che erano latitanti da decenni. Da Pasquale Condello, “il Supremo”, a Peppe De Stefano, l’elemento più carismatico del casato del rione Archi, fino a Giovanni Tegano, “l’uomo di pace”. E poi, ancora, le inchieste “Fehida”, che ricostruì la strage di Duisburg e la faida di San Luca. O ancora, spostandosi sulla Piana di Gioia Tauro, le operazioni “Cent’anni di storia” e “Maestro”, contro le cosche Piromalli e Molè. Oppure quelle “All inside” e “Vento del Nord”, sui clan Pesce e Bellocco. Un (iper)attivismo giudiziario culminato con l’operazione “Crimine”, scattata il 13 luglio 2010, che porterà alla fondamentale pronuncia dell’unitarietà della ‘ndrangheta.

Con Gratteri l’attenzione si sposta su Catanzaro

Una Procura d’avanguardia nella lotta alla ‘ndrangheta, insomma. A proseguire l’opera anche il successore di Pignatone, quel Federico Cafiero de Raho che, con metodi diversi, con una strategia comunicativa più “smart” ha portato l’ufficio del sesto piano del Cedir a fuoriuscire dalla dimensione provinciale ed essere ambito anche per la possibilità di far carriera. Gli stessi capi, Pignatone e De Raho, avevano, infatti, un curriculum importante nella lotta ad altre organizzazioni criminali, come Cosa nostra e camorra.

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Nicola Gratteri durante il maxi processo Rinascita-Scott

Se, quindi, per circa un decennio, è stata la Procura di Reggio Calabria a dettare la linea del contrasto repressivo alla ‘ndrangheta, l’avvento di Nicola Gratteri a capo della Procura di Catanzaro ha spostato nel capoluogo di regione l’attenzione (anche mediatica) sul fenomeno ‘ndranghetista. Tutto ciò corrisponde anche a uno svuotamento che la Procura reggina sta subendo. Non tanto e non solo in termini numerici, quanto in termini qualitativi.

Il “decennio d’oro” della Procura di Reggio Calabria

Se, infatti, dal 2008 al 2018, la Procura di Reggio Calabria è stata un ufficio di frontiera, dove poter misurare le proprie doti di investigatore con quella che, unanimemente, è riconosciuta come l’organizzazione mafiosa più ricca e potente, negli anni successivi si è ritornati a quella dimensione ristretta che, nella scelta della collocazione, attira, quasi esclusivamente, magistrati locali oppure di prima nomina. Negli anni, infatti, diversi sono stati i magistrati che, conoscendo e fiutando la verve di Gratteri, hanno scelto di spostarsi nel capoluogo. Qualche esempio? Antonio De Bernardo, che alla Dda di Reggio Calabria ha colpito duramente le cosche della Locride. Oppure Annamaria Frustaci, che oggi è alla Dda di Catanzaro. O, ancora, Giulia Pantano, per anni pm antimafia con competenza sulla Piana di Gioia Tauro e oggi procuratore aggiunto di Reggio Calabria.

Vecchi e nuovi addii

Ma negli anni la Procura di Reggio Calabria ha perso magistrati che sono andati a occupare incarichi di primissimo livello. Da Giovanni Musarò, cui si deve il merito, da pm a Roma, di aver riaperto il caso Cucchi. A Matteo Centini, il pm che, andando via da Reggio, ha scoperto la caserma degli orrori a Piacenza. E, ancor prima, Beatrice Ronchi, che in riva allo Stretto aveva indagato sui rapporti tra ‘ndrangheta e magistratura e che da pm antimafia di Bologna lega il proprio nome all’inchiesta “Aemilia”, la più importante sulle cosche in Emilia Romagna. Ha deciso di allontanarsi dal sesto piano del Cedir anche Roberto Di Palma, uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta, oggi procuratore per i minorenni.

Il Cedir a Reggio Calabria

Nei prossimi mesi si libereranno altri due posti in Dda: andranno via Francesco Ponzetta (pm con competenza sulla Piana di Gioia Tauro) e Antonella Crisafulli (che invece si occupa delle cosche della Locride). A fronte di perdite del genere, l’ufficio si è rimpolpato di un numero congruo di giovani magistrati, spesso di prima nomina. Fin qui, però, non sono riusciti a portare i risultati che un territorio come quello reggino necessiterebbe.

La Procura di Reggio Calabria decapitata

Tutto questo in un momento in cui anche l’immagine pubblica dell’Ufficio è stata scalfita dalla decisione del Consiglio di Stato che ha annullato (dopo quattro anni) la nomina di Giovanni Bombardieri a capo della Procura, definendola “illogica” nelle motivazioni. E sono tuttora vacanti due posti di procuratore aggiunto su tre. L’ultimo in ordine di tempo, il procuratore aggiunto Gaetano Paci che, dopo otto anni, ha ottenuto la nomina come procuratore di Reggio Emilia. È invece vacante da oltre otto mesi l’altro posto di procuratore aggiunto, quello lasciato libero da Gerardo Dominijanni, che si è insediato in Procura Generale il 15 ottobre 2021.

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