Porto di Paola, la soap opera calabrese di “Bonaventura” Orsomarso

L'assegnone dell'assessore regionale alle Attività produttive è solo l'ultimo capitolo della saga dello scalo marittimo. Restano aperti gli interrogativi posti da Angela Napoli, parlamentare che ha fatto parte della commissione Antimafia

Condividi

Recenti

Un assegnone di venti milioni, sorrisoni delle grandi occasioni nella sala del Consiglio comunale di Paola, e via: Fausto Orsomarso, a fine luglio, è passato dal metacinema (chi ricorda il celebre “Ci nni vu bene ara Calabria”?) al fumetto.
Forse in maniera inconsapevole (o forse no) l’assessore regionale uscente al Turismo ha rinverdito le strisce di Bonaventura, il mitico eroe del Corriere dei Piccoli, che alla fine di ogni avventura, raccontata in rime, sventolava soddisfatto l’assegno da un milione.

L’assessore regionale Fausto Orsomarso consegna l’assegnone al sindaco di Paola, Roberto Perrotta
Qui comincia l’avventura

Il signor Bonaventura diventa 4.0. Anche questa nuova storia, che meriterebbe il racconto in rime baciate, è da fumetto: riguarda il fantastico (e fantasmatico) porto turistico di Paola.
I venti milioni sarebbero il contributo della Regione alla maxi opera, che dovrebbe costarne cinquanta in tutto. E gli altri trenta? A carico dell’impresa che si assumerà gli oneri e gli onori della gestione in project financing (in parole povere: che finanzierà parte dell’opera e poi la gestirà come se ne fosse proprietaria).
L’iniziativa, fin qui, non è nuova, visto che molte infrastrutture e opere pubbliche (si pensi alla problematica e cosentinissima piazza Bilotti) sono state ideate e lanciate in project financing.

Perrotta si è commosso

La storia del porto turistico non è nuova neppure per Roberto Perrotta, ritornato sindaco di Paola nel 2017, dopo il quinquennio di Basilio Ferrari.
Di più: Perrotta, che si è commosso davanti al lenzuolo da venti milioni, è stato il sindaco che ha vissuto (e subito) di più la vicenda di questa infrastruttura marittima, che, almeno sulla carta, dovrebbe lanciare alle stelle l’economia della cittadina tirrenica.

Infatti, l’avvocato paolano fu primo cittadino dal 2003 al 2012 e ha visto tutte le vicissitudini, gli alti e bassi, gli stop and go di questo porto, annunciato a più riprese e altrettante volte arenatosi, grazie anche all’immancabile intervento della Procura, che sembrava aver dato il colpo di grazia con un’inchiesta.
Perché quest’opera è considerata tanto importante da essere diventata un oggetto del desiderio per tutte le forze politiche della città, esclusi alcuni gruppi di sinistra? E come mai la sua storia, finora, è stata tanto controversa?
Lo vediamo subito.

Il porto infinito

Il progettone è da libro dei sogni: 658 posti barca, più infrastrutture ausiliarie importanti come parcheggi per auto, servizi taxi, ristorante, pizzeria e supermercato marittimo con prodotti tipici.
L’impatto di un’opera così ambiziosa su una cittadina di ventimila abitanti, che vive essenzialmente di servizi e commercio e basa la propria economia sulla presenza del Tribunale e dell’Ospedale, sarebbe in effetti rivoluzionario.
Ecco perché l’idea del porto è carezzata da anni e risorge a orologeria a ogni tornata elettorale.
Quest’idea fu concepita in lire alla fine della Prima repubblica e si è evoluta in euro durante la seconda. È sopravvissuta a quattro amministrazioni, a due interrogazioni parlamentari e, un’inchiesta giudiziaria e al dissesto del Comune.

La Ganeri lanciò l’idea

La lanciò per prima Antonella Bruno Ganeri, che divenne sindaca nel lontanissimo ’93 a capo di una coalizione civica. La Bruno, c’è da dire, aveva gli agganci giusti per drenare i fondi e realizzarla: grazie al centrosinistra ulivista divenne senatrice nel ’94, restò a palazzo Madama fino al 2001 e, nel frattempo, fu confermata prima cittadina, direttamente dal Pds, nel ’97.
Questo popò di ruoli non bastò a far decollare il porto, che divenne una patata bollente per tutte le amministrazioni.

L’azzurro Gravina ci ha provato

Alla Bruno e al suo centrosinistra seguì l’amministrazione azzurra di Giovanni Gravina, che durò appena due anni, durante i quali fece di tutto per realizzare il progetto, partito proprio a ridosso delle elezioni, con la costituzione di Porto dei Normanni Spa, una società mista, partecipata dal Comune e da due società private, Sider Almagià Spa e Sider gestione porti srl, entrambe espressioni dell’impresa romana Almagià, big di livello europeo del settore.

Quanto costa?

Il costo iniziale dell’opera ammontava a venticinque milioni, di cui 450mila erogate dal Cipe al Comune, che deteneva il 30% della società mista. La Almagià partecipava all’opera perché vincitrice del bando europeo lanciato dall’amministrazione.
I presupposti per la realizzazione c’erano tutti. Tranne l’idrogeologia.
Infatti, l’area individuata per creare il porto era la parte centrale del lungomare di Paola. Ma nelle sue vicinanze scorreva il torrente Fiumarella, che doveva essere deviato. Ma per spostare il letto di questo fiume occorreva il nulla osta definitivo dell’Autorità di Bacino e della Sovrintendenza dei Beni culturali.
Inutile dire che il doppio ostacolo, naturale e burocratico, arenò l’opera.

Il porto bonsai

Ma intanto i primi danni erano fatti: l’area del cantiere aveva tagliato in due il lungomare, creando non pochi danni agli esercenti dei lidi, costretti a spostarsi a nord.
Che fare? Chiudere la partita non si poteva, perché il guasto ambientale e urbanistico c’era già.
L’architetto Renato Sorrentino, personalità di spicco della cittadina, aveva proposto una soluzione di compromesso: una darsena. Il classico “uovo” da mangiare subito anziché attendere la gallina.
Quest’idea, il porticciolo bonsai, non incontrò grandi consensi nella classe dirigente paolana, che invece voleva tutto il pennuto. Sorrentino non riuscì a sostenerla a dovere, perché morì nel 2004 e l’unico che la rilanciò fu il giornalista Alessandro Pagliaro, candidatosi a sindaco nel 2007 a capo di una coalizione indipendente di sinistra.
Ma i problemi tecnici e burocratici non erano i principali: come per ogni opera pubblica calabrese che si rispetti, non poteva mancare l’aspetto giudiziario.

Il giallo della società fantasma

Una vecchia interrogazione di Angela Napoli, pasionaria della legalità e rara stakanovista in un Parlamento pieno di assenteisti e vagabondi, chiarisce non poche ombre della vicenda, nel frattempo diventata un po’ inquietante.
Nel 2005 la Sider Almagià decide di sganciarsi e di mollare le sue quote di maggioranza nella società Porto dei Normanni a una società spagnola.
L’anno successivo la giunta guidata da Perrotta dà il via libera all’operazione. Tuttavia, i consiglieri di minoranza scatenano il caos e la vicenda finisce al vaglio della Procura. Tra una polemica e l’altra, emerge che la società spagnola sarebbe una scatola cinese e che le procedure di costituzione della società mista non sarebbero state il massimo della chiarezza.

La delibera di Giunta

Ma lo sganciamento di Sider Almagià era solo rinviato. Riesce l’11 dicembre 2007, pochi mesi dopo l’inizio della seconda amministrazione Parrotta, grazie a una delibera di Giunta approvata a maggioranza che autorizza la cessione delle quote a Cinabro Spa.
Cinabro non è un fantasma, ma non è neppure in carne: possiede poca attrezzatura, per un valore di 2.500 euro. Neppure la sua liquidità è robusta: 19.500 euro depositati su un conto del Banco di Sardegna.

Che fine hanno fatto i quattrini del Cipe?

E non finisce qui: Cinabro risulta costituita il 21 ottobre 2006 ed è entrata in attività il 31 ottobre 2007. Oltre che magrolina, la società è giovanissima, anche in maniera sospetta: sembra nata proprio per rilevare le quote.
La chiusa dell’interrogazione della Napoli lascia aperti interrogativi ancor oggi sinistri. Ad esempio: che fine hanno fatto i quattrini del Cipe? E quali sono i motivi reali dell’abbandono di Sider Almagia?
Difficile sapere cosa risposero i titolari delle Infrastrutture e dei Trasporti. Certo è che Porto dei Normanni Spa collassò e, con essa, il porto.

La ripresa?

Nel 2011 entra in scena un nuovo soggetto: la società Marina di San Francesco, che dovrebbe finalmente realizzare il porto dei desideri. Ma i problemi idrogeologici e gli ostacoli burocratici sono persistenti e invalicabili.
Neppure Basilio Ferrari, eletto sindaco nel 2012, riesce a venirne a capo.
Parrotta, riportano le cronache, ha celebrato l’assegnone di Orsomarso con una metafora calcistica: la possibilità di realizzare, finalmente, il porto equivale, per lui juventino, a quella di vedere la Signora mentre vince la Champions League, il trofeo tabù della regina del calcio.
Ma lo stanziamento milionario rischia di risolversi nell’ennesimo polverone elettorale bipartisan, con una variante ancor più pericolosa: stavolta i soldi promessi non sono spiccioli e sono tutti a carico di un ente, la Regione, le cui casse vacillano non poco.
Di sicuro Almagià è fuori e non è intenzionata a tornare. Chissà che non arrivi qualche altro Paperone dalla Spagna.
E, per citare l’eroe del Corrierino: qui finisce l’avventura del signor Bonaventura.
Al momento.

Sostieni ICalabresi.it

L'indipendenza è il requisito principale per un'informazione di qualità. Con una piccola offerta (anche il prezzo di un caffè) puoi aiutarci in questa avventura. Se ti piace quel che leggi, contribuisci.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi in anteprima sul tuo cellulare le nostre inchieste esclusive.