Ponte di Calatrava, se l’archistar risolve l’emergenza abitativa

Ai piedi dell'opera, realizzata anche con fondi destinati all'edilizia popolare, c'è chi ha trovato un rifugio per la notte

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Non è vero che il ponte di Calatrava, costruito anche coi fondi Gescal destinati all’edilizia popolare, ha indirettamente negato un tetto a chi ne ha bisogno.
Di tetti ne offre quattro – due su ogni lato – e almeno uno è abitato, con tanto di vista sul centro storico. Non solo: questo è uno dei pochi posti della città in cui non manca mai l’acqua – solo che è quella del Crati.
Benvenuti nel lato B dell’opera faraonica per eccellenza, il manufatto dei record inaugurato con una cerimonia da Olimpiadi e passerella a favore di tg nazionali.

Un momento della faraonica inaugurazione del ponte nel 2018

Perché se per ogni cosa di questo mondo esiste il rovescio della medaglia, mai come in questo caso il “sotto” è così diverso dal “sopra”: il pennone sempre lampeggiante e gli stralli proiettati verso un alto che sembra infinito hanno una proiezione speculare verso un mini-girone dantesco abitato da spettri e presenze solo percepite.

All’ombra del Planetario – un altro feticcio della città che doveva essere – e pochi metri più a nord della confluenza col suo scenario da bombardamento sull’ex Jolly, ecco la versione pulp di quella che doveva essere una promenade parigina; siamo nel territorio molto frequentato della Cosenza che si ferma al condizionale. Potrebbe essere, ma non può.

Il mondo sotto il ponte

Avventurarsi per le scale nel “mondo di sotto” col traffico che scorre nel livello dei “normali” spalanca una finestra sui marginali: due preservativi, bidoni, bottiglie rotte, lattine di birra. Due piattini di plastica da piccola pasticceria con avanzi di cibi bruciati. Quattro mattoni che reggono una griglia adattata a brace. Un giaciglio di emergenza ottenuto ammassando su uno strato di cartoni coperte e piumoni: una sensazione di provvisorietà trasformata in consuetudine, come quelle emergenze tutte calabresi divenute norma – la sanità, la gestione dei rifiuti, la casa come diritto di tutti, appunto…
Una felpa nera appesa ad asciugare al passamano della scalinata che conduce al “mondo di sopra”.
Il rifugio che affaccia a nord, invece, porta i segni di un rogo che ha annerito il cemento esasperando lo stridore con il bianco lucente della maxiopera che ha stravolto lo skyline bruzio.

Un collegamento tra il nulla e il niente

Così si vive a un minuto di auto dal salotto musealizzato dell’isola pedonale (cinque a piedi) vicino ad altri fantasmi come quello di Felicetta, la prostituta di lungo corso che per anni ha abitato la casetta da poco cancellata con la fontanella annessa: al loro posto una rotatoria, al servizio dell’ennesimo ipermercato, grazie alla quale al ponte di Calatrava è stato reso possibile “collegare il nulla al niente” come qualcuno ha scritto.

E appare fantasmatica anche la presenza degli antichi abitatori di via Reggio Calabria: a dicembre saranno passati 20 anni dal “trasloco più bello dell’anno” osannato dall’amministrazione Mancini, quello che un ghetto cancellò per crearne un altro in via degli Stadi.

La desolazione sulla sponda del ponte più vicina al centro città

Oggi ne beneficia il privato, mentre l’intervento pubblico – in questo caso la bretella da saldare con via Sprovieri in funzione di decongestionamento del traffico su via Popilia, ora che viale Mancini è a senso unico – arranca, manco a dirlo. La Giunta ha approvato il progetto soltanto un paio di giorni fa.
Quando da sotto il ponte vedi sbuffare un altro trenino pensi alla metroleggera, ennesimo feticcio, e alla sua futuribile utilità.
Il fantasma del ponte chissà da dove arriva, tutte queste cose non le conosce, o forse gliele avranno raccontate: intanto prepara il fuoco e indossa la felpa, ché siamo a luglio ma di notte lungo il fiume è umido.

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