Scuola: pensavo fosse aiuto, invece era l’Invalsi

Con la didattica ridisegnata dalla pandemia gli insegnanti attendevano supporto da Roma. Ma il Miur si è limitato a inviare gli ormai famigerati quiz per misurare il livello d'apprendimento degli alunni a fine anno, lasciando irrisolti problemi come l'abbandono

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«È arrivato l’esito del tampone dei colleghi del corso B?». «Si è positivizzata quella ragazza della terza E». «Hanno intubato il papà del mio alunno». «Dobbiamo chiedere al DSGA di comprare un nuovo termometro. Questo qua non funziona». «C’è un alunno che mi è sparito in DAD ed è sempre assente pure in presenza».
Nei primi mesi della scorsa primavera, ci siamo resi conto che a scuola era cambiato persino il nostro lessico. Nei corridoi non si parlava più di scrutini, visite guidate e libri di testo. Senza volerlo, ci eravamo ospedalizzati.

Era il prezzo da pagare, pur di riaprirla dal vivo, la scuola. E quasi rimpiangevamo gli abituali problemi del tempo pre-Covid. Prima del 2020, quando una classe rimaneva “scoperta” per pochi secondi, te ne accorgevi dal fracasso che sentivi provenire dall’interno. Invece, distanziamento e mascherine hanno azzerato pure l’agrodolce frastuono che spumeggia da un’aula imbottigliata di ragazzi quando al cambio dell’ora salta il tappo del prof.

Tuttavia, la scuola siamo riusciti a rimetterla in piedi. È chiaro che il rischio di contagi non si può annullare, ma basta un po’ di fantasia, pochi accorgimenti e si riduce tantissimo. Sebbene sia davvero difficile insegnare senza giochi didattici, laboratori e gite scolastiche, ci siamo adattati. «Adesso è così, ma passerà», ci dicevamo.
Così, dove è stato possibile, abbiamo trasferito banchi, cattedre e lavagne all’aperto. Entusiasti i ragazzi e le ragazze, sono tornati a sorridere sotto le mascherine. In palestra, la collega di Scienze motorie ha dovuto rinunciare alle attività di gruppo, eppure in qualche modo ha mantenuto in movimento gli alunni con il training e gli sport individuali.

Docenti? No, Invalsi

Tra aprile e maggio 2021, in tutte le segreterie e nelle presidenze delle scuole alla prese con quarantene, classi spezzate e telefonate di genitori isterici, intravedendo l’ormai prossima conclusione di un tortuoso anno scolastico, i primi timidi sospiri di sollievo per aver scampato il rischio di focolai Covid sono stati mozzati dalla domanda di sempre: a settembre dal Miur ci manderanno i docenti per coprire tutte le classi?
E il Ministero come ha risposto a questa istanza? Semplice, ci ha mandato le prove Invalsi, i diabolici quiz che in teoria dovrebbero misurare qualità e quantità dell’insegnamento attraverso il grado di apprendimento raggiunto dagli studenti.

Fin qui, non ci sarebbe nulla di anomalo. In fondo, ad inviarci i quiz è lo stesso Stato che un anno fa acquistava cacciabombardieri F35 mentre gli ospedali erano al collasso. Il problema però è che la “somministrazione” (si dice proprio così in gergo scolastico, quasi fossero medicine) delle prove Invalsi, ogni anno, destabilizza l’organizzazione delle singole scuole, impegnando migliaia di docenti in procedure digitali snervanti ed avulse dalla didattica, distraendoli dal reale compito che dovrebbero svolgere: insegnare. Soprattutto in quei mesi difficili, a molti di loro le Invalsi hanno impedito di stare vicini, per quanto fosse possibile, ai ragazzi.

Dai banchi a rotelle alle colonie estive

E lo show dei vertici della scuola pubblica italiana è andato oltre. Avrebbero potuto e dovuto eliminare gli adempimenti burocratici più insulsi: i vari PTOF, RAV, GLI, PEI, NIV. Invece, li hanno pretesi tutti! E mentre il mondo intero guardava con sospetto il vaccino Astrazeneca, ce lo siamo fatto iniettare con bramosia. Una volta tanto accomunati ai “poliziotti proletari decantati da Pasolini”, ci è toccato pure leggere e sentire che ancora una volta noi insegnanti saremmo dei “privilegiati”, perché ci è stato somministrato prima di tutti gli altri cittadini.

Nelle scuole medie, per molti di noi è stato disposto il richiamo della vaccinazione con 10 giorni d’anticipo rispetto ai tempi prestabiliti, pur di evitare che eventuali effetti collaterali complicassero lo svolgimento degli esami di terza, ridotti a una pantomima. Poco male. Non ha desistito la tecnocratica catena di comando che a suo tempo ideò i banchi a rotelle. Invece di rispondere alle domande di tanti presidi sulle modalità organizzative per riavviare la didattica dal vivo e in sicurezza a settembre, ci ha mandato i soldi per aprire le colonie estive, ammantando questa pietistica prassi con le solite paroline magiche: “rinforzare, potenziare, competenze, recuperare”.

Quale Dad senza connessione?

Frattanto, la Regione ci bombardava di ordinanze e distribuiva tablet, fingendo di non sapere che nel Paese in coda alla classifica degli Stati dell’UE per accesso ad internet, la Calabria è la meno connessa di tutte le regioni: soltanto il 67% delle famiglie riesce a navigare on line. Se ne sono accorti a fine anno scolastico tanti insegnanti ultras della bocciatura, che avrebbero voluto conteggiare le assenze effettuate dai loro alunni in DAD, pur di motivarne la non ammissione all’anno successivo. In fase di prescrutini qualcuno ha fatto notare che per impugnare una bocciatura dinanzi a un giudice, e ottenerne l’annullamento, basterebbe la perizia di un tecnico informatico attestante la precaria connessione nell’abitazione dell’alunno bocciato.

Anche di queste problematiche si discuteva nei corridoi delle scuole italiane nella primavera scorsa. Tra gli insegnanti nei quartieri popolari e nelle periferie, in tanti si chiedevano soprattutto come recuperare i ragazzi e ragazze che hanno abbandonato le lezioni nei mesi della pandemia. Sono gli stessi alunni che negli anni prima della pandemia era stato faticoso ma appagante riportare tra i banchi. E adesso sono spariti di nuovo, marginalizzati da un virus che si accanisce sulla povertà ed alimenta ignoranza. Ma di tutto ciò ai tecnocrati assoldati dal Miur non interessa niente. Bisogna fare i quiz e recarsi genuflessi all’oracolo dell’Invalsi.

 

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