Palazzo di giustizia, la figuraccia dello Stato a Reggio

Riflettori di nuovo accesi sulla maxistruttura incompiuta da anni, dopo il grido d'allarme della presidente del Tribunale, Mariagrazia Arena: ritardi dovuti «all'incapacità o alla mancanza di vero interesse a risolvere i problemi»?

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11 marzo 2011. Giuseppe Scopelliti è presidente della Giunta Regionale da poco più di un anno. E dichiara: «Confermo anche l’impegno assunto durante la mia sindacatura. Il nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria porterà il nome di Antonino Scopelliti». Sono passati oltre dieci anni da quell’annuncio. E l’inaugurazione del palazzo di giustizia di Reggio Calabria resta una chimera.

L’appalto e l’incompiuta

Il palazzo di giustizia è l’incompiuta per eccellenza a Reggio Calabria. L’opera più importante, per mole, per investimenti, ferma da anni. A circa il 75% dello stato di avanzamento. E che rischia di essere inaugurato (quando accadrà) già vecchio.
Il progetto del nuovo Tribunale era stato approvato nel maggio 2004 per un importo di quasi 88 milioni di euro. Lavori affidati alla Bentini Spa di Faenza, che aveva vinto l’appalto del Comune fissando l’offerta a un ribasso di quasi il 20% rispetto ai concorrenti.
Un appalto da poco più di 50 milioni di euro che, in oltre 17 anni di lavori, ha già visto quasi raddoppiare i costi, a causa di varianti e ritardi.

La denuncia del presidente del Tribunale

Reggio si è ormai abituata a convivere con quella struttura mastodontica mai inaugurata. Dà il benvenuto a chi arriva dallo svincolo autostradale principale: quello che porta al centro cittadino. Negli ultimi giorni è stata la presidente del Tribunale, Mariagrazia Arena, a fare una grave denuncia pubblica sullo stato di abbandono della struttura: «L’incuria del nuovo palazzo di Giustizia di Reggio Calabria è causata o dall’incapacità di risolvere i problemi o, cosa più grave, dalla mancanza di vero interesse a risolvere i problemi».

Mariagrazia Arena, presidente del Tribunale di Reggio Calabria
Mariagrazia Arena, presidente del Tribunale di Reggio Calabria

I lavori, infatti, sono fermi da tempo. Si è lavorato fino all’inizio del 2013. Quelli sono gli anni del commissariamento del Comune per contiguità con la ‘ndrangheta, avvenuto nell’ottobre 2012. I commissari chiamati a riportare decoro e legalità nell’amministrazione reggina restano inermi. Lavori bloccati a causa di un contenzioso da 38 milioni di euro tra il Comune e la Bentini. Con gli operai in cassa integrazione. E poi, inevitabilmente e inesorabilmente, licenziati. Ci pensa la prima Amministrazione di Giuseppe Falcomatà ad avviare il concordato fallimentare. Ma lo stato dei lavori non cambia.

L’ombra della ‘ndrangheta

In mezzo, come spesso accade, le infiltrazioni della ‘ndrangheta. Anzi, le presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta. Perché l’inchiesta “Cosmos”, curata dalla Dda di Reggio Calabria sosteneva di aver scoperto l’opera di vessazione del potente clan Libri sulla ditta Bentini. Secondo le indagini, la cosca si era accaparrata il servizio mensa e tavola calda per i dipendenti del Cedir e gli operai della Bentini. Ma già in primo grado il boss Pasquale Libri sarà assolto dall’accusa.

Dovrà invece aspettare l’Appello, Edoardo Mangiola considerato il collettore di una raffinata forma di estorsione perpetrata in danno della “Bentini Spa”. Piuttosto che ricorrere al classico metodo della “mazzetta”, i Libri avrebbero realizzato l’attività di infiltrazione attraverso la stipula di contratti di fornitura di servizi. Con cui avrebbero imposto le proprie prestazioni in regime di assoluto monopolio. Nonché attraverso la somministrazione controllata di forza lavoro con l’imposizione di operai.

La carenza di aule

E così gli uffici giudiziari di Reggio Calabria si trovano nel paradosso di essere dislocati in almeno tre sedi. C’è il Centro Direzionale, dove si trova la sede della Procura della Repubblica e dei tribunali, penali e civili. Poi le strutture di Piazza Castello, con la Procura Generale e il vecchio palazzo dove si trovano le aule d’udienza. Infine l’aula bunker.

Il Tribunale, che tratta tutti i processi di criminalità organizzata del Distretto, è ospite in un immobile comunale dove quotidianamente si devono fare i salti mortali per celebrare le udienze perché le aule sono insufficienti. E in condizioni spesso non decorose: troppo fredde d’inverno, veri e propri forni da maggio in avanti.

Gli uffici della Procura della Repubblica non fanno eccezione. Chiunque li abbia visitati, non può non aver notato la caratteristica, più unica che rara, di dover attraversare i bagni per potersi spostare tra i vari corridoi. Con le stanze dei magistrati chiuse da porte leggerissime, attraverso le quali un orecchio attento può anche carpire alcuni dei delicati e riservati discorsi fatti all’interno.

Il fallimento dello Stato

La gravità della situazione, quindi, torna alla ribalta con la denuncia del presidente Mariagrazia Arena. Le parole del magistrato vanno oltre l’aspetto logistico della situazione: «A Reggio Calabria, dove è presente una criminalità organizzata che manifesta plasticamente il proprio potere economico e il controllo del territorio, – ha sottolineato Arena – il cittadino che vede questo palazzo perché dovrebbe riporre fiducia e affidamento nella giustizia? E se non ripone fiducia nella giustizia, perché mai dovrebbe rispettare le leggi dello Stato?».

Anche e soprattutto perché quella struttura dovrebbe essere il simbolo della giustizia, della lotta alla criminalità organizzata, in un territorio vessato dalla ‘ndrangheta. Ma anche perché, quell’immobile dev’essere intitolato e dedicato al giudice Antonino Scopelliti, magistrato sulla cui uccisione non è mai stata fatta piena luce.

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Il giudice Antonino Scopelliti, ucciso il 9 agosto del 1991

Secondo Arena, quello del nuovo palazzo di Giustizia «è un problema intanto di immagine, di quello che lo Stato vuole davvero a Reggio Calabria, in un posto di frontiera». Se non si trova una soluzione, secondo la presidente Arena, il palazzo di Giustizia diventerà «il simbolo del fallimento dello Stato. Il Palazzo di Giustizia di Reggio è la scommessa che lo Stato deve giocarsi su Reggio Calabria. Se è capace di giocarsi questa scommessa, bene, sennò vorrà dire che lo Stato si è arreso».

La toppa del Comune

Dopo la denuncia della presidente Arena, l’amministrazione comunale di Reggio Calabria, che continua a patire le grane politiche dopo la condanna e la sospensione di Falcomatà, ha tentato di correre ai ripari. A intervenire, il consigliere comunale Carmelo Romeo, delegato municipale che in questi mesi si è occupato della vicenda del Palazzo di Giustizia dopo l’ennesimo stop dovuto alla rescissione forzata con l’impresa aggiudicataria dell’appalto.

«Nella mattinata di oggi abbiamo ricevuto comunicazione dalla direzione generale del Ministero della Giustizia. Finalmente siamo pronti ad attivare il protocollo d’intesa con il Ministero per il completamento del Palazzo di Giustizia. Da lunedì saremo concretamente al lavoro per individuare la soluzione più adeguata a riattivare l’iter per l’ultimazione definitiva di un’opera che attende da lungo tempo di entrare in funzione», ha detto poche ore dopo il grido della presidente Arena.
Che tempismo.

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