Omicidio Vincenzo Cordì, ergastolo alla compagna e al suo amante

Condannato in primo grado a 23 anni anche il figlio della Brescia. Per i magistrati sono loro 3 ad avere organizzato e messo in piedi l'assassinio del giovane cameriere di Gioiosa

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Quando i giudici della corte d’assise di Locri fanno il loro ingresso in aula per la lettura della sentenza, lo stanzone al primo piano di piazza Fortugno è affollato dei parenti di Vincenzo Cordì, morto ammazzato nel novembre di 3 anni fa. Seduti ordinatamente sugli scaloni per il pubblico, indossano, tutti, una maglietta con il faccione sorridente del ragazzo. Tanti tra loro, la madre di Cordì e gli altri parenti che hanno presenziato all’udienza, piangono mentre la presidente Monteleone legge le condanne: fine pena mai per Susanna Brescia e per il suo amante Giuseppe Menniti, 23 anni per il figlio di lei Francesco Sfara. Sono loro 3, hanno deciso i giudici, ad avere organizzato e messo in piedi l’omicidio.

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La sorella e la madre di Vincenzo Cordì all’esterno del Tribunale di Locri dopo la lettura della sentenza

Omicidio Cordì: cadavere ritrovato dai cacciatori

Cameriere in tanti ristoranti della riviera, Vincenzo Cordì era un ragazzo normale. Animo gentile e padre di una coppia di gemelli, Cordì è finito stritolato da un rapporto tossico: ammazzato – hanno stabilito in primo grado i giudici del tribunale di Locri – dalla compagna con l’aiuto del suo amante e di uno dei figli di primo letto della donna. Una storia tremenda, costruita su odio, gelosia e rancore, che è finita col costare la vita a quel ragazzone sempre allegro, stordito con una botta in testa e lasciato bruciare all’interno della sua auto quando era ancora in vita. A ritrovare il cadavere carbonizzato di Cordì, nel novembre del 2019, era stato un gruppo di cacciatori in battuta nei dintorni della “Scialata”, una delle zone più gettonate della zona per le scampagnate fuori porta, due giorni dopo la denuncia di scomparsa presentata dalla compagna Susanna Brescia.

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Vincenzo Cordì e Susanna Brescia

Una questione privata

Archiviata quasi immediatamente dai carabinieri la pista del crimine organizzato – la vittima non era collegata agli ambienti della ‘ndrangheta – le indagini si erano spostate quasi immediatamente sul versante della sua vita privata. E quasi immediatamente era venuto fuori il rapporto burrascoso che si era ormai creato tra Cordì e la sua compagna. Un rapporto così controverso che avrebbe portato la Brescia, nel 2016, a drogare con della benzodiazepina il suo partner provocandone un incidente in auto che solo per un caso non ebbe conseguenze mortali.

I cellulari inchiodano i colpevoli

A inchiodare i presunti colpevoli di questo omicidio crudele, le tante tracce informatiche lasciate alle loro spalle. A cominciare dai loro cellulari, che si agganciano alle celle telefoniche nel luogo dell’omicidio, all’ora dell’omicidio e che, nonostante i tentativi di ripulitura, mostrano contatti frenetici nei minuti precedenti e successivi alla morte di Cordì.

E poi le telecamere a circuito chiuso che i carabinieri hanno spulciato una ad una, ricostruendo il percorso di vittima e carnefici, dal cancello di casa fino alle campagne che si inerpicano sulla Limina, passando per il distributore di benzina di Marina dove Menniti si sarebbe fermato per riempire la tanica di benzina necessaria al rogo. E poi gli screenshot del cellulare che gli indagati non avevano cancellato dai loro telefonini e che hanno aiutato gli inquirenti a ricostruire il giro di bugie e sotterfugi che gli indagati avevano messo in atto nel tentativo di indirizzare le indagini verso l’ipotesi del suicidio. Fino al dna della Brescia trovato sull’accendino antivento usato per bruciare il corpo del suo compagno.

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