Quei magistrati calabresi trasferiti, sospesi e arrestati

La storia recente dei togati dei distretti giudiziari della nostra regione inciampati in problemi con la giustizia. E poi i provvedimenti disciplinari per "incompatibilità ambientale" e i casi più “caldi” all’ombra dei tribunali

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Trasferiti, sospesi, ridimensionati, in qualche caso finiti addirittura in manette. Non ci sono solo i magistrati protagonisti dell’indagine interna del Csm per l’affaire Palamara nella storia recente dei togati dei distretti giudiziari calabresi inciampati in problemi con la giustizia. In alcuni casi, trasferimenti e punizioni derivano da “incompatibilità ambientali” sorte tra magistrati. In altri le indagini alla base dei provvedimenti disciplinari sono naufragate in richieste di archiviazione presentate dalla stessa accusa. E in diverse circostanze gli approfondimenti degli investigatori hanno smascherato un vero e proprio sistema di corruzione giudiziaria.

Il mercato delle sentenze

Come nel caso di Marco Petrini, il giudice della Corte d’Appello di Catanzaro arrestato dai magistrati di Salerno (competenti per territorio) nel gennaio del 2020, sospeso dalle funzioni dal Csm e condannato in primo grado a 4 anni e 4 mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari. Una classica storia di malaffare quella scovata dai finanzieri di Crotone che individuarono una serie di personaggi – tra cui Mario Santoro, un medico in pensione ex dipendente dell’Asp di Cosenza – che avrebbero stipendiato il giudice per aggiustare, in secondo grado, una serie di processi penali finiti, in prima battuta, con condanne pesanti. Un sistema che tornava buono anche per ritoccare le misure di prevenzione reale come sequestri e confische di beni.

Il filone che coinvolge anche il sindaco di Rende

Un vero e proprio suq di sentenze di cui si è tornato a discutere, stavolta davanti ai giudici d’Appello salernitani, lo scorso venerdì con l’inizio del processo in secondo grado. In attesa di definizione poi – i pm di Salerno hanno chiuso le indagini nell’ottobre scorso – il secondo filone dell’inchiesta. Coinvolge, oltre all’ex giudice Petrini, anche il sindaco di Rende Marcello Manna, che secondo l’ipotesi dell’accusa avrebbe corrotto Petrini per ottenere in appello l’assoluzione del boss Francesco Patitucci (di cui Manna era legale) che era invece stato condannato in primo grado a 30 anni per l’omicidio di Luca Bruni.

L’ex procuratore aggiunto Vincenzo Luberto

L’ex sostituto procuratore aggiunto della Dda, Vincenzo Luberto

Sullo stesso piano anche la posizione dell’ex procuratore aggiunto nella distrettuale antimafia di Catanzaro, Vincenzo Luberto, sotto processo a Salerno con l’ipotesi di corruzione, falso, omissione e rivelazione di segreto d’ufficio assieme all’ex parlamentare Ferdinando Aiello. Trasferito dalla commissione disciplinare del Csm alle mansioni di giudice civile al tribunale di Potenza, Luberto, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto dall’ex parlamentare una serie di pagamenti per viaggi di lusso tra il 2018 e il 2019, in cambio di un suo sostanziale asservimento alle richieste avanzate dall’ex deputato.

Secondo quanto ricostruito dai magistrati campani (competenti territorialmente sui colleghi del distretto della Corte d’Appello di Catanzaro), Luberto avrebbe informato l’ex parlamentare rispetto alle indagini ai suoi danni, omettendo poi di iscriverlo al registro degli indagati quando le notizie via via raccolte dagli investigatori lo avrebbero richiesto. Accuse sempre rispedite al mittente dall’ex aggiunto catanzarese il cui processo è attualmente in corso.

Il trasferimento di Lupacchini

Fece molto rumore anche un altro intervento del Consiglio superiore della Magistratura sui togati del distretto catanzarese: il trasferimento dell’ex procuratore generale Otello Lupacchini, spedito a Torino senza compiti direttivi e con perdita di tre mesi d’anzianità per avere criticato, durante un’intervista televisiva, il procuratore capo Nicola Gratteri all’indomani della maxi retata di Rinascita Scott. Apice di un rapporto fortemente conflittuale tra i due magistrati, l’intervento del Csm arrivò, su sollecitazione dei consiglieri in quota Magistratura Indipendente e Area, per verificare se esistessero i presupposti per un trasferimento per incompatibilità ambientale.

L’ex procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini

Quel post su Facciolla

Magistrato di lungo corso – fu protagonista delle indagini sulla banda della Magliana e sul fronte del contrasto alla lotta armata nera e rossa – Lupacchini è finito davanti alla disciplinare del Csm per un’intervista video in cui lamentava il mancato coordinamento dell’ufficio retto da Gratteri con il suo, e definendo le indagini dell’antimafia catanzarese come «evanescenti». Tra i capi di “incolpazione” all’ex Pg del capoluogo, anche un post Facebook con cui Lupacchini sosteneva una campagna on line in favore di Eugenio Facciolla, ex Procuratore capo a Castrovillari, trasferito dal Csm in seguito ad un’indagine aperta nei suoi confronti dalla Procura di Salerno. Incolpazione poi caduta davanti al Plenum del Csm che nelle settimane scorse, ha reso definitivo il trasferimento di Lupacchini a Torino.

L’arresto del Gip di Palmi

E se nel distretto giudiziario centrosettentrionale le acque restano ancora agitate per gli inevitabili strascichi delle vicende penali che hanno coinvolto magistrati importanti, nel reggino bisogna tornare un po’ indietro nel tempo per trovare precedenti così pesanti. Nel 2011 furono i magistrati della distrettuale antimafia di Milano ad arrestare Giancarlo Giusti – all’epoca Gip a Palmi e con alle spalle un procedimento della disciplinare del Csm (da cui uscì assolto) per alcuni incarichi commissionati sempre agli stessi professionisti – nell’ambito di una maxi inchiesta sugli interessi del clan Valle – Lampada in Lombardia.

Sui giornali finirono i soggiorni milanesi pagati dal boss al magistrato di origine catanzarese (con corredo di tutto il campionario voyeuristico su gusti sessuali e goderecci) e Giusti, condannato in via definitiva a 3 anni e 10 mesi di reclusione, non resse il colpo, togliendosi la vita pochi giorni dopo la lettura della sentenza.

Intercettato mentre passava notizie al boss

E fu sempre l’antimafia milanese, con l’inchiesta Infinito, a stringere le manette ai polsi di Vincenzo Giglio, all’epoca presidente della Sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria. Un arresto clamoroso per un magistrato considerato, all’epoca, tra i più intraprendenti del distretto reggino: protagonista di innumerevoli manifestazioni antimafia ed esponente di rilievo di Magistratura Democratica, l’ormai ex magistrato fu intercettato dagli investigatori mentre sul divano della sua casa reggina, passava notizie riservate al boss Giulio Lampada, che di quel salotto era un frequentatore abituale.

Una storiaccia che coinvolse anche l’ex consigliere regionale Francesco Morelli e che costò all’ex giudice una condanna a quattro anni e 5 mesi di reclusione ed a un risarcimento, stabilito dalla Corte dei conti pochi mesi fa, di oltre 50 mila euro nei confronti del ministero della Giustizia per il terrificante danno d’immagine provocato.

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