Lucano torna a Riace: «Non mi pento di nulla»

Il paese dei Bronzi riabbraccia il suo ex sindaco dopo la condanna di ieri. E lui rivendica la bontà di quanto fatto, ricordando quando era lo Stato a chiedere il suo aiuto

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«Non mi pento di niente di quello che ho fatto. Bisogna rimanere per continuare a sognare». Dopo lo sconforto di ieri in seguito alla pesantissima condanna rimediata nel processo Xenia, il ritorno a Riace dell’ex sindaco Mimmo Lucano si apre sotto una luce diversa. Tanta la solidarietà piovuta su Mimmo “il curdo” e sul suo progetto di accoglienza che, negli anni, aveva sottratto Riace all’azzeramento culturale ed economico a cui sembrava destinata.

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Un esercito a Riace

Solidarietà che si è materializzata nel paese dei Bronzi con centinaia di persone che, nel pomeriggio del day after, hanno accolto tra gli applausi l’ex sindaco. Sui gradoni dell’anfiteatro coi colori della pace, un esercito di attivisti, amministratori, candidati, rappresentanti delle Ong che pattugliano il Mediterraneo: tutti stretti all’ideatore di un modello d’accoglienza che, tra difficoltà, errori e tanto entusiasmo ha proposto un punto di vista alternativo, finendo per diventare un caso internazionale.

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E così, tra “vecchi compagni” e giovani attivisti – e col consueto corollario di giornalisti, italiani e stranieri, che hanno assediato il piccolo centro jonico dalle prime ore del mattino – Lucano ha provato a raccontare il suo punto di vista su una vicenda processuale che, in primo grado, ha seppellito il “modello Riace” sotto 80 anni di carcere e risarcimenti milionari.

Quando la Prefettura chiamava

«Se hanno condannato me, allora avrebbero dovuto condannare anche la Prefettura, che mi chiamava San Lucano quando mi implorava di accettare nuovi arrivi» racconta Lucano tra gli applausi di una platea che si irrobustisce con il passare dei minuti. Arriva Peppino Lavorato, l’ex sindaco che negli anni ’90 fu splendido e coraggioso protagonista della “primavera rosarnese”, e Abaubakar Soumahoro, il sindacalista di origine ivoriana diventato icona della lotta al caporalato. Seduto nel pubblico c’è pure Sisi Napoli, l’anestesista che, schivando la baraonda mediatica, a Riace ha aperto un ambulatorio medico che si prende cura, gratis, di chiunque si presenti alla porta, immigrato o italiano che sia.

Carte d’identità

«Mi hanno condannato per avere rilasciato la carta d’identità ad un bambino di quattro mesi che senza quel documento non avrebbe potuto accedere alle cure del servizio sanitario nazionale – dice Lucano – Una cosa che rifarei altre mille volte e mi chiedo, allora perché non mi hanno imputato la carta d’identità che ho rilasciato a Becky Moses (la ragazza nigeriana costretta ad abbandonare Riace dalla burocrazia che le negava il permesso di soggiorno, e arsa viva, una manciata di giorni dopo avere lasciato Riace, nella vergognosa baraccopoli di Rosarno, ndr)? Forse perché responsabile di quel campo dove è morta quella ragazza era la Prefettura?».

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Un modello polverizzato

E poi i messaggi della mamma di Carlo Giuliani e di Roberto Saviano, oltre alle testimonianze dei rappresentanti del Baobab di Roma e della Mediterranea, la Ong che si occupa tra una montagna di polemiche di prestare soccorso alle carrette del mare alla deriva, in un abbraccio colorato e festoso che non cancella però i 13 anni e rotti di carcere con cui il Tribunale di Locri ha polverizzato l’intero modello.

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