Lucano a sentenza: quale finale per il modello Riace?

Da esempio internazionale a presunto sfruttamento dei migranti per fini politico elettorali: il verdetto sull'ex sindaco, atteso domani, dovrà stabilire se l'integrazione portata avanti nel paese dei Bronzi abbia rispettato o meno la legge. E una condanna inguaierebbe anche de Magistris

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Dalla copertina di Fortune ad un’aula del tribunale di Locri, dalle continue richieste d’aiuto arrivate dalla Prefettura durante la crisi di Lampedusa, all’accusa di «ricerca e di mantenimento a tutti i costi del potere politico»: è prevista per giovedì la sentenza su Mimmo Lucano, l’ex sindaco ideatore del “modello Riace”, trascinato in giudizio con accuse pesantissime (rischia una condanna a 7 anni e 11 mesi di reclusione) e protagonista di quella che da più di venti anni è bollata come “emergenza” immigrazione.

E così, ad una manciata di ore dal silenzio elettorale – Lucano è capolista alle regionali tra le fila del candidato presidente Luigi de Magistris – arriverà la parola fine, almeno in primo grado, per un processo «che non è e non vuole essere – disse il Procuratore capo di Locri D’Alessio in fase di requisitoria – un processo politico» ma che, per usare le parole dell’ex primo cittadino di Milano e avvocato difensore di Mimmo “il curdo” Lucano, Giuliano Pisapia, certamente assomiglia «a un caso di accanimento non terapeutico» nei confronti di un modello di integrazione, operativo dal 1998 e studiato, per la sua unicità, nelle università di mezzo pianeta.

Le accuse

Sono 27 gli imputati del procedimento Xenia, considerati, a vario titolo, come cardini di un sistema nato per caso con l’arrivo sulle coste di Riace, nell’autunno del 1998, di un barcone carico di disperati curdi, e cresciuto negli anni fino a diventare un “caso” internazionale. Lucano viene arrestato dalla Guardia di finanza all’inizio di ottobre del 2018 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento del servizio di raccolta della spazzatura, nell’ambito di un’inchiesta più vasta che uscì fortemente ridimensionata dal vaglio del giudice per le indagini preliminari.

Il Gip infatti rigettò le accuse più pesanti ipotizzate dai magistrati locresi (associazione a delinquere, concussione, truffa ai danni dello Stato e malversazione) definendo la gestione del denaro arrivato a Riace come «disordinata ma senza illeciti». Un giudizio severo (e correlato di numerose critiche sulla superficialità delle indagini) a cui nel tempo si sono aggiunte le sentenze del tribunale del Riesame, della corte di Cassazione e della corte dei Conti che hanno ulteriormente smontato buona parte dell’ipotesi accusatoria. Pronunciamenti che però non convinsero il Gup Monteleone che, disponendo il giudizio, dopo 7 ore di camera di consiglio e 4 udienze preliminari, resuscitò le accuse più pesanti, a partire dall’ipotesi di associazione a delinquere e abuso d’ufficio.

A giudizio un modello

Ora, a distanza di tre anni da quell’arresto salutato con soddisfazione dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, sarà la Corte guidata dal neo presidente del Tribunale Fulvio Accursio a decidere sulla sorte degli imputati e, di conseguenza, sul modello Riace. Un modello rappresentato dai Pm come «l’opposto dello spirito dell’accoglienza; un sistema che ha attirato congrui finanziamenti e che è caratterizzato da una “mala gestio” che vede come parte lesa i migranti stessi».

Non aveva usato mezzi termini il Procuratore D’Alessio, nel descrivere l’ipotesi dell’accusa: da una parte la difesa del procedimento «che non ha nulla di politico, né nella sua genesi, né nel sul sviluppo successivo ma che ha avuto una eco mediatica molto difficile da sostenere», e dall’altra la “demolizione” di ciò che aveva portato il piccolo centro jonico al centro dell’attenzione mondiale per il suo modello di integrazione “controcorrente”. «Qui l’accoglienza è stata mitizzata. Il denaro arrivava cospicuo, ma ai migranti finivano solo le briciole perché tutto veniva gestito mirando al consenso personale per coltivare le proprie clientele elettorali – diceva ancora D’Alessio – personalmente auspico che Riace possa tornare al centro dell’attenzione del mondo intero per l’accoglienza, ma non sulle spalle di tutte queste persone “portate dal vento”».

La difesa

«È un santo o un diavolo? Io credo che sia solo un uomo che ha messo la sua vita a disposizione dell’umanità. Un uomo senza un soldo, che viveva con l’aiuto economico del padre e che ha rinunciato a candidature sicure al Parlamento italiano e a quello europeo per restare fedele ai suoi ideali». Si potrebbe compendiare in queste poche parole il senso dell’arringa di Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e avvocato di Lucano che più volte, difendendo l’ex sindaco ha posto l’accento sul senso stesso del sistema Riace.

Giuliano-Pisapia
Giuliano Pisapia

«Un sistema che durante il mio mandato di sindaco – ha detto ancora Pisapia – portò Riace ad accogliere 100 immigrati sbarcati a Lampedusa negli stessi giorni in cui la mia città, Milano, ne accoglieva solo 20, perché un conto è parlare di leggi, codici e opportunità, e un conto è dare una risposta nel momento del massimo bisogno per evitare il disastro. Era la Prefettura a dare a Lucano le liste con i migranti da accogliere. E ora si imputa a Lucano di non averli allontanati, ma chi può davvero pensare che Mimmo potesse cacciarli dal paese? Loro non volevano andarsene e Mimmo non voleva cacciarli. La Prefettura era a conoscenza di questa situazione».

Un finale da scrivere

Nelle parole di Pisapia e Daqua – arrivate in aula mentre sulle coste della Locride si vive l’ennesima emergenza sbarchi con migliaia di disperati arrivati negli ultimi due mesi – rivive il progetto che trasformò Riace da borgo in fin di vita a centro di integrazione, capace di ripopolare la scuola e le strade di un paese che si era negli anni desertificato. Un progetto creato da Lucano «perché credeva in quell’idea che sta scritta nella nostra Costituzione e non per la ricerca del potere» ha detto ancora Pisapia che, citando Calamandrei, ha ricordato alla Corte che «un giudice è anche uno storico, nel senso che scrive la storia». Una storia che, in un modo o in un altro, troverà conclusione giovedì.

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