Il secolo breve del soldato Santopaolo

L'odissea di Vincenzo parte da Arcavacata, dove decenni dopo contribuirà a edificare l'Unical. Spedito sul fronte albanese e quello africano. Prigioniero degli inglesi per anni. Poi il ritorno. Oggi ha 101 anni e racconta con lucidità la follia della guerra

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Pensate per un attimo di essere un soldato a metà del secolo scorso. Ieri è toccato a voi cercare di sfondare il fronte, siete partiti in 400 e tornati sì e no in 70. Ora, con quasi nulla da mangiare, stanchi per la battaglia della scorsa notte e con l’imminente probabilità di essere uccisi da nemici che avanzano, tentate di prendere sonno ammassati. È la guerra. E ad Arcavacata c’è chi certe esperienze le ha vissute in prima persona.

Vincenzo Santopaolo ha 101 anni e vive ad Arcavacata

In questa frazione di Rende, scampata al trasferimento demografico dalla campagna alla città grazie alla nascita dell’Università della Calabria, c’è la memoria di un uomo che risale alla Seconda Guerra Mondiale: Vincenzo Santopaolo. Nonostante abbia 101 anni, conserva una lucidità che pochi alla sua età mantengono.

La chiamata per l’Albania

Vincenzo nasce proprio ad Arcavacata il 27 maggio del 1920, da Giuditta Pastore e Giuseppe Santopaolo. Sesto di dieci figli, cresce in un contesto dove il lavoro nei campi è la principale fonte di sostentamento. Ma la tranquilla vita di campagna dura poco. Vincenzo ha vent’anni il 4 febbraio del 1940, quando il Distretto militare gli comunica che quello stesso giorno deve arruolarsi nel 26° Reggimento Artiglieria Corpo di Armata. «Da lì mi hanno mandato a Napoli e trattenuto per cinque o sei giorni. Trovai anche qualche compaesano che era stato richiamato proprio come me», spiega. Tempo una settimana e per l’Esercito italiano quel giovane contadino è un soldato pronto ad andare in guerra. La prima tappa sarà l’Albania, da dove l’Italia tenterà di sfondare il confine greco.

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Vincenzo Santopaolo in Albania con i suoi commilitoni

Salpa dal porto di Bari a bordo della nave Calabria per raggiungere il paese delle Aquile. «Da Durazzo, invece, mi mandarono prima verso la capitale Tirana. Poi continuammo verso un paese che si chiamava Berat». È in questa cittadina sul fiume Osum che Vincenzo sarà inquadrato nel 2° Gruppo, Prima Batteria, con un incarico di non poco conto. «Lì cominciammo l’istruzione (l’addestramento, nda) e inizialmente fui assegnato all’artiglieria. Dopo qualche tempo arrivò un sergente, mi chiese di lavorare con lui promettendomi di non farmi faticare inutilmente appresso ad un cannone. C’era un compito più importante: voleva che lo aiutassi al centralino da campo per il semplice fatto che gli piaceva la mia voce molto chiara! Gli risposi: “Serge’, sta a lei la scelta”. E lui andò a parlare col mio capitano spiegandogli che Santopaolo doveva essere trasferito di ruolo».

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Vincenzo Santopaolo, telefonista sul fronte albanese prima di combattere

Vincenzo diventa telefonista, inizia a ricevere ordini e diramarli agli ufficiali e alle truppe. In autunno l’Italia tenta di sorpassare il confine, sicura di “spezzare le reni alla Grecia”, ma sarà lei a uscirne con le ossa rotte: l’esercito ellenico schiera diciotto divisioni, il doppio delle nostre. In quel momento Vincenzo si trova in un comune in territorio albanese di fronte all’isola di Corfù, Konispol.

«La sera del 27 ottobre 1940 è arrivato un ufficiale di alto livello, una specie di generale, per dirci qual era la situazione. Ci annunciò che il giorno dopo, alle 6 di mattina, avremmo attaccato. E allora così fu, la mattina del 28 ognuno era al suo posto. Il primo ordine fu di lanciare una salva di batteria sulla Grecia: quattro cannonate. Una batteria erano quattro cannonate, un gruppo dodici cannonate… tre batterie. Entrammo in Ciamuria, un antico territorio albanese conquistato dalla Grecia. Dopo qualche giorno di avanzamento arrivammo al fiume Thyamis, detto anche Kalamas, che per attraversarlo dovevi per forza passare su dei ponti. Il genio militare greco però li fece saltare in aria, così l’Artiglieria pesante dovette fermarsi. Dopo un po’ ci ritirammo tutti, neanche io potevo passare».

Cannonate e ospedali

Un altro aneddoto legato a quei giorni di guerra è l’attacco di una corazzata inglese su Konispol. Il 31 ottobre la flotta britannica apre il fuoco contro le truppe italiane: «Il secondo giorno dopo lo scoppio della guerra eravamo ancora a Konispol e una corazzata inglese sul mare davanti la costa ci puntò e iniziò a bombardare su di noi. Gli abitanti di Konispol non vollero abbandonare le loro case. Erano stati avvisati, ma loro non vollero sgomberare le abitazioni; dopo le cannonate uscirono e cominciarono a scappare. Ricordo un signore molto anziano, cieco, che venne tratto in salvo da altre due persone che lo trasportavano sotto i bombardamenti».

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Vincenzo Santopaolo sul letto d’ospedale dopo aver contratto la malaria

Moltissimi feriti e qualche morto, ma Vincenzo Santopaolo riesce a salvarsi. Di ritorno al campo base, però, accusa una grave forma di malaria. Lo ricoverano all’ospedale da campo di Valona in Albania, poi l’allora tenente Giovanni Gabbelloni lo autorizza a rimpatriare in Italia per curarsi nel migliore dei modi. In poche settimane passa dall’ospedale di Ancona a quello di Bergamo, infine lo spostano in un albergo sul lago di Como affinché ossigeni le vie aeree e riposi in un luogo più adatto al suo caso. Il 7 marzo del 1941 viene mandato in licenza a casa sua ad Arcavacata per affrontare la convalescenza sotto l’attenta cura di mamma Giuditta.

La campagna d’Africa

Il Distretto militare di Catanzaro lo dichiara guarito l’11 maggio del 1942. Il ricordo di quell’episodio lo fa sorridere ancora oggi: «Catanzaro mi dichiarò idoneo e mi mandarono al deposito. Lì al deposito dissero che ero idoneo, idoneo che però ha bisogno di cure… vida tu na pocu!».
Poi il bis di quanto vissuto un paio d’anni prima, destinazione Africa stavolta. Prima che Vincenzo riparta, il nonno Michele gli regala 5 lire dicendo: «Caro nipote, ti saluto perché non penso che ci rivedremo più al tuo ritorno». Nessuno dei fratelli, invece, tutti impegnati nel lavoro nei campi, può salutarlo. Solo la nipotina Maria gli chiede quanto tornerà dalla guerra e lui le risponde che farà presto. Michele ha ragione, Vincenzo no.

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Il soldato Santopaolo in Africa

Il 9 maggio del 1942, dopo i soliti controlli di routine a Napoli, si imbarca su un aereo che da Lecce arriverà a Bengasi, Libia. Qui finisce nel Secondo Reggimento Artiglieria Contraerea: «Prima mi assegnarono all’artiglieria di terra, cannoni molto potenti per i tempi. Dopodiché mi piazzarono alla contraerea, sparavano a più di 12 chilometri! Dopo un po’, però, mi ridiedero lo stesso ruolo che avevo in Albania e tornai a fare il telefonista per il centralino da campo».

La pressione e la capacità bellica degli Alleati si dimostra di gran lunga superiore a quella delle truppe italiane, costringendole così a una nuova ritirata, questa volta verso Tripoli passando per il deserto cirenaico e quello sirtico. Arrivati a Tripoli, però, la fuga non si ferma. Bisognerà allungare verso Hammamet, Tunisia, dove l’ordine della resa verrà impartito all’esercito italiano.

La prigionia in Inghilterra

L’11 maggio del 1943 gli inglesi lo fanno prigioniero e costringono lui e i suoi compagni ad arrivare a piedi fino in Algeria.
«La ritirata generale iniziò da Alessandria d’Egitto, dove c’era anche mio fratello Francesco. Io feci Bengasi, Tripoli, il deserto sirtico e poi Hammamet, lì ci arrendemmo e ci trasportarono fino in Algeria. Ricordo l’ordine della resa, il capitano non ci voleva credere. Pensava che stessi dicendo una menzogna, così provò a chiamare il comando generale. Ma nessuno rispose. Il capitano capì subito. E diede ordine di rompere tutti i cannoni ed i fucili: gli inglesi non trovarono niente se non noi».

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Vincenzo Santopaolo (primo in piedi da sinistra) prigioniero degli inglesi

Solo ai soldati in condizioni peggiori viene data la possibilità di essere portati (ma non sempre) su dei carri di bestiame, tra continui maltrattamenti e vessazioni dell’esercito inglese ai prigionieri italiani. Vincenzo è stremato, ha una forte enterocolite che lo debilita ulteriormente, le forze sono quasi al limite. Dal porto di Algeri, lui e i suoi compagni vengono imbarcati per Glasgow per poi essere trasferiti in un campo di prigionia per i reduci di guerra, il n° 27 ad Hereford, a circa 100 miglia ad est di Londra.

Rimarrà lì per tre anni consecutivi prima di ritornare in patria. «Lavoravamo nei campi e nelle officine, dappertutto praticamente». Il campo funge solo da dormitorio, i prigionieri ricevono vitto (1 kg di pane a settimana e poca acqua) e alloggio, più una moneta che si può spendere solo nel campo stesso. Vincenzo ricorda perfettamente il trattamento riservato ai tedeschi. Gli inglesi facevano correre nudi intorno al campo i soldati del Reich, facendogli salire la febbre ogni giorno per poi portarli a morte naturale senza nessun tipo di cure.

Il ritorno a casa

Dopo tre anni ad Hereford, arriva l’armistizio: il 21 luglio del 1946 Vincenzo sbarca a Napoli. Ad aspettarlo in un centro di Fuorigrotta ci sono i fratelli, le sorelle, i genitori. E il lavoro in altri campi, quelli di un’Italia uscita sconfitta dalla guerra con la voglia di rivalsa e di pace. Il 12 febbraio del 1950 sposa Costantina Puntillo, anche lei originaria di Arcavacata. L’anno dopo nascerà il primo figlio, Gianfranco e dopo 12 anni il secondogenito Roberto. Nel 1987 Vincenzo andrà in pensione dopo aver lavorato come operaio edile nella costruzione dell’Università della Calabria. Oggi, a 101 anni, custodisce ancora la memoria di un periodo storico fondamentale per cercare di comprendere fin dove possa spingersi la follia dell’umanità. Quando lo saluto promettendogli di tornare a trovarlo, risponde ironico: «Quando vuoi, tanto sono disoccupato e non ho molto da fare!».

Andrea Pastore

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