Vecchie armi e petrolio fresco: come Buffone fregò Gheddafi

Il politico calabrese incontrò il leader libico nel deserto e strinse un accordo vitale per l'Italia. Che per il dittatore si rivelò una patacca vera e propria

Condividi

Recenti

L’unica certezza nei rapporti tra l’Italia del dopoguerra e il mondo arabo è l’ambiguità.
Di questa ambiguità, che fu un comportamento necessario, uno degli interpreti più abili è Pietro Buffone, storico esponente della Dc calabrese, che gli estimatori e gli amici chiamavano Pierino.
Gli ispiratori di questa “ambiguità” sono essenzialmente due: Enrico Mattei e Aldo Moro.
Tuttavia, non serve soffermarsi troppo su questi due giganti dell’Italia contemporanea, perché i protagonisti di questa storia sono altri: oltre Buffone, Roberto Jucci, ex generale dei carabinieri ed ex 007. E con loro, Mu’ammar Gheddafi, vittima di un “pacco” paragonabile alla vendita della Fontana di Trevi nel mitico Totòtruffa.

gheddafi-buffone-fregatura-italiana-libia-anni-70
Pietro Buffone, ex sottosegretario alla Difesa

Filoarabi e nazionalisti

Grazie a Mattei e Moro, l’Italia riprende, nel dopoguerra, le linee di politica estera iniziate in età giolittiana ed esasperate dal fascismo: un’attenzione ammiccante verso il mondo arabo, declinata in chiave ora antibritannica, ora antifrancese.
Con una differenza fondamentale, rispetto al ventennio: questi rapporti non sono più diretti né godono della grancassa della propaganda. Al contrario, sono gestiti dall’intelligence. E, in questo settore, ha un ruolo di primo piano Stefano Giovannone, ufficiale dei carabinieri e agente segreto di fiducia di Moro.
Giovannone è l’uomo chiave della diplomazia parallela imbastita dal leader Dc, che culmina nel cosiddetto “Lodo Moro”, un accordo con l’Olp di Arafat che preserva l’Italia dagli attentati dei palestinesi.

Filoisraeliani ma non troppo

Grazie a questo modo di fare, l’Italia è riuscita a conciliare l’inconciliabile. Cioè l’appoggio ufficiale agli israeliani, imposto dalla Nato, con una simpatia verso il nascente nazionalismo arabo, neppure troppo dissimulata.
E c’è da dire che questa è l’unica politica mediterranea possibile per l’Italia dell’epoca: un Paese in sviluppo vertiginoso e affamato di energia. Di petrolio in particolare.

gheddafi-buffone-fregatura-italiana-libia-anni-70
Il generale Roberto Jucci (a sinistra) con l’ex presidente Francesco Cossiga

Gheddafi e noi

Gheddafi è un leader sui generis: antitaliano e panarabista nella forma, è italianissimo nella sua cultura militare, perché si è formato nella Scuola di Guerra di Civitavecchia e in quella di artiglieria contraerea di Brecciano.
Quando spodesta re Idris, cavalca i malumori contro l’Italia, espelle molti lavoratori italiani, nazionalizza i giacimenti petroliferi, ma si tiene l’Eni, a cui lascia tutte le concessioni e gliene dà qualcuna di più.
Il tutto a danno della Gran Bretagna, l’ex protettrice della monarchia libica.

L’amante necessaria

gheddafi-buffone-fregatura-italiana-libia-anni-70
Il generale Ambrogio Viviani

L’Italia lascia fare, perché la Libia di Gheddafi è un’amante necessaria. Quel tipo di amante di cui si dice male in pubblico ma di cui non si può fare a meno.
Di questo rapporto c’è una testimonianza significativa. Proviene da Ambrogio Viviani, l’ex capo del controspionaggio.
Viviani rilascia delle dichiarazioni inequivocabili: «Dal ‘70 al ‘74, nel periodo in cui diressi il controspionaggio italiano, la parola d’ordine fu “salvare i nostri interessi in Libia” e impedire che l’Eni fosse buttato fuori. Fu così che aiutammo il leader libico a sconfiggere gli oppositori al suo regime, a rifornirlo di armi, a organizzargli un servizio di intelligence, a circondarlo di consiglieri per l’ammodernamento delle forze armate».

Lo shock petrolifero

Negli anni in cui opera Viviani il boom economico subisce un arresto fisiologico e il centrosinistra, che ha accompagnato la crescita degli anni ’60, entra in agonia.
Il problema energetico, affrontato brillantemente da Mattei e comunque gestito dal suo successore Eugenio Cefis, torna a farsi sentire.
In seguito alla guerra dello Yom Kippur, combattuta da Egitto e Siria contro Israele (1973), i Paesi arabi produttori di petrolio alzano i prezzi di botto. È il cosiddetto shock petrolifero, che spinge le economie occidentali nella stagnazione.
L’Italia gioca l’unica carta possibile per sfuggire alla morsa: Gheddafi.

Petrolio contro armi

L’uomo chiave della delicata trattativa col leader libico è Jucci, che tiene i contatti. Dietro di lui c’è Pietro Buffone, che in quel frangente delicatissimo è sottosegretario alla Difesa nel quarto governo Rumor.
Grazie ai buoni uffici dello 007, il politico calabrese incontra Gheddafi in pieno deserto. E i tre stringono un accordo: l’Italia avrebbe fornito carri armati alla Libia e questa, a dispetto dell’embargo occidentale, avrebbe aumentato le forniture di greggio.

Enrico Mattei, il papà dell’Eni

Armi e tangenti

Affare fatto? Mica tanto, perché mentre l’Italia diventa il principale importatore di petrolio libico, a Gheddafi non arriva neppure un temperino.
Ma la Dc preme perché l’affare vada in porto, per un motivo in cui opportunismo e patriottismo vanno a braccetto. Come rivela il generale Michele Correra, ex capo delle relazioni industriali del Sid, l’Eni in quegli anni paga alla Balena Bianca una tangente che va dallo 0,5 allo 0,6% su ogni singola fornitura.
Tuttavia, nella Dc ci sono al riguardo differenze di vedute, che risalgono al ’72. C’è chi, come Aldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, vorrebbe fornire armi italiane, tra l’altro nuove di zecca. E chi, al contrario, teme reazioni americane.

Aldo Moro negli anni del potere

La patacca italiana

Buffone riesce a trovare la quadra: niente carri armati, ma autoblindo corazzate vecchio tipo.
Per la precisione, uno stock di M113, mezzi blindati risalenti agli anni ’50 e prodotti in Italia su concessione americana.
Queste blindo, ormai vecchiotte, sono praticamente dismesse dall’Esercito, che le ha cedute ai carabinieri. L’idea di Buffone è semplice ed efficace: requisire i mezzi, riverniciarli e cederli ai libici.
La trovata riesce e tutti sono contenti: le industrie italiane, che fanno il pieno di petrolio, la Dc, che si rimpinza di tangenti, e i libici, che comunque ottengono dei mezzi di trasporto truppe meno antiquati delle reliquie italiane e britanniche della Seconda guerra mondiale.

Una vecchia blindo M113

Buffone? Solo un cognome

Niente male per un politico poco vistoso e, in apparenza, non troppo brillante. Pietro Buffone non è un militare di carriera né un grande accademico come Moro.
Ha sì e no la scuola dell’obbligo, ma riesce a trovarsi a suo agio sia nei corridoi di Montecitorio sia in quelli del Comune di Rogliano, di cui è sindaco a lungo.
Su di lui, resta un giudizio significativo di Jucci: «Nei governi i politici si dividono in due categorie: c’è chi appare e chi, invece, produce risultati nell’ombra».
A riprova, nel suo caso, che Buffone è solo un cognome.

Sostieni ICalabresi.it

L'indipendenza è il requisito principale per un'informazione di qualità. Con una piccola offerta (anche il prezzo di un caffè) puoi aiutarci in questa avventura. Se ti piace quel che leggi, contribuisci.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi in anteprima sul tuo cellulare le nostre inchieste esclusive.