Un Natale con Donna Pupetta (e nipoti)

Hogan, zuppa alla sanDè e altri piatti caldi, "Cintuzzu" Mancini, Negroni e Giancaleone: con l'arrivo dei parenti "da fuori" per le feste torna il personaggio simbolo di quella Cosenza che resiste alle mode ma non ai cliché

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Me l’hanno chiesto e strachiesto, in questi mesi di silenzio del giornale: che fine ha fatto Donna Pupetta? Sta bene? Tornerà a fare sentire la sua voce rauca e i suoi colpi di tosse? Non c’è da preoccuparsi, Pupetta sta benissimo, chi l’ammazza? Però ora, dovete capirla, è alle prese con i nipoti venuti da Roma per Natale, i nipoti biondi. Perché poi – come ho già detto – ci sono i nipoti bruni, quelli che a Roma al massimo ci studiano ma che sono nati e cresciuti a Cosenza.

Eleganza e sobrietà

E le nipoti femmine? Quelle si distinguono in due categorie, un po’ più libere dai condizionamenti geografici. C’è la nipote copia conforme della nonna Pupa e c’è la nipote con un passato di trasgressioni che Pupa faticherebbe a riassumere in un proprio incubo. Tra le due nipoti, una tacita disapprovazione reciproca, mascherata dal legame di sangue. Da una parte potete osservare le Hogan d’ordinanza (vi prego, smettetela, ci siete rimaste solo voi e qualche estetista della più profonda provincia circumvesuviana, che ritenete erroneamente ai vostri antipodi). Dall’altra, potete ammirare una memorabile collezione di sbronze a suon di Negroni, innocenti cannette in non modica quantità, e molte strisce ben poco pedonali, sul servizio buono di piatti ben scaldati all’uopo.

Donna Pupetta, in tutto ciò, supervisiona, forse ha fatto finta di non sapere: ormai sono grandi, ‘ste nipoti («Azzilio! – rivolgendosi al primogenito, referente per diritto antico – ma picchì ‘su piattu è vrusciatu ‘i sutta?» ha chiesto spesso, in passato, tornando dalla settimana bianca in Sila, anzi, in Zila, ignorando che la settimana era più bianca a casa sua).

Roma vs Cosenza: nipoti a confronto

Generalizziamo, su: la nipote con le Hogan ha studiato a Roma. Ma non ha vissuto a Roma. Ha vissuto solamente nel raggio di 100 metri da Piazza Bologna. Hic sunt leones, forse sarà scritto al di là di quella cortina. E il latino, innamorata di Roma, lei lo sa (ma lo ha imparato al Telesio, anzi, al tzelàsio). Per inciso: Roma non si è mai accorta di lei.

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Roma, l’ingresso della metro a piazza Bologna

La nipote (ex) sballata ha studiato a Roma, pure lei. Ma poi chissà perché – il richiamo della terra o delle entrature paterne? – è tornata alla base. In genere, dopo il picco della trasgressione e magari un paio di amori o un viaggio all’estero particolarmente catartico (crediamoci), fa finta di mettere senno e allora assume una posa da gattara chic, sorta di futura Donna Pupetta declinata in gauche caviar, e va ad abitare in una delle molteplici case sfitte rientranti nel cospicuo patrimonio paterno e materno (distinguere le due cose, sempre), possibilmente nel centro storico, che fa un po’ bohémien, purché la dimora sia inserita in un vecchio palazzo nobiliare e non certo in un rione subalterno.

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Manifesto pubblicitario della ditta Mancuso & Ferro, inizi ‘900 (Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia)

Sigaretta in bocca, cellulare tenuto a fatica tra l’orecchio e la spalla, capelli spettinati, l’altra mano ha finalmente ritrovato in camera da letto il posacenere-ricordo del bisnonno-bene, dopo aver perlustrato casa ciabattando in sandali etnici usati a mo’ di pantofola, proprio due guanti quando scivolano sulle cementine colorate (purché Mancuso&Ferro D.O.C.). Talvolta arriva anche a figliare. Altrimenti, come minimo, “e se nasce una bambina poi…“ la chiamerebbe Cosenza (il discorso vero, sentito con le mie orecchie, era leggermente diverso ma la sostanza non cambia). Di più simpatico, rispetto a sua cugina hoganifera, è che lei almeno parla senza vergogna il più sboccato dialetto. Vivaddio.

A spasso con Donna Pupetta: Cintuzzu e i Bee Gees

Faccio un giro con i nipoti e le nipoti di Pupetta e mi mostrano – come se non le conoscessi – certe “meraviglie” di Cosenza (questi esemplari sociali sono sempre fierissimi di questa città, non c’è niente da fare). E va bene, se non fosse che ogni due secondi tirano fuori Roma. Anzi, non Roma. Una certa Roma. Quella per me più orrenda, banale, vuota, rispetto a quell’altra Roma che si potrebbe conoscere e che spesso gli stessi romani conoscono poco. A Cosenza mi fanno rivedere la statua in onore di Cintuzzu, vicino alla Fontana di Giugno. Ma mi dicono che in verità sarebbe Giacomo Mancini, ora pro nobis. Boh, sarà, a me sembra Cintuzzu.

Poi girano intorno alla rotonda alla fine di viale Cosmai, in tempo per non sporcarsi di Rende – dicono – e mi mostrano tre sagome in ferro arrugginito. Penso, ogni volta: sembra un monumento ai Bee Gees, vista la posa. E invece no, in ricordo della vittima – Sergio Cosmai, appunto – si è fatto un monumento al commando dei criminali. Stayin’ alive proprio per niente. E vabbé, de gustibus. Torniamo verso il centro e mi tocca sentire le lodi al ponte di Calatrava. Ponte? Avevo sempre creduto fosse un monumento alle disfunzioni erettili. Chiederemo all’andrologo dell’architetto (ma il suo Padiglione Quadracci, a Milwaukee, conferma e rafforza la mia idea, visto che ha tanto di controparte presente).

Fallo!

Certo non è un caso che il ponte sia stato messo simbolicamente lì, “tra Gemma a Felicetta”, ultimo di ben cinque ponti sul Crati nel giro di un chilometro. Poi niente fino a Castiglione (eccettuato quello della Silana-Crotonese): non sarebbe stato più utile altrove? Eureka: deve essere un’onta vendicativa da parte dell’architetto spagnolo nei confronti del machismo calabro, di cui dovrebbe risentirsi anzitutto il cosentino medio (maestro dell’I me mine harrisoniano, ma in salsa Laqualunque), e poi l’Accademia del Peperoncino di Diamante, che dovrebbe spalmare di piccante l’antenna del ponte o inviare creme all’architetto. Per uso esterno. Detto ciò, dopo il balanico Elmo di Paladino (ho scritto proprio balanico, non balcanico), cosa riserverà nel futuro il fallico arredo urbano cosentino? E se l’Elmo sta a metà tra il Comune e don Giacomo, allora cosa vorrebbe significare?

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L’Elmo in piazza dei Bruzi

Boh, a Pupetta non piace tutta questa novità («era meglio la fontana di Giugno», appunto). Ai suoi figli piacevano le colombe rapaci di Piazza Kennedy. Nipoti maschi e femmine adorano il ponte (e ci si potrebbe fare due domande sui loro più reconditi desideri). Comunque sì, i nipoti e le nipoti di Donna Pupetta adorano Cosenza alla follia e se ne riempiono la bocca, sempre a vocali più sguaiate. E quant’è bèlla Cosènza e quant’è bèlla la Sila. E basta, cambiate disco!

Donna Pupetta e la pasta alla Giancaleone

Così anche le nuove e giovani pupette più o meno romane saltano da una vigilia di Natale ad una cena fuori con le amiche mai perse (benché ad ogni incontro sembra che non si vedano da una vita), ovviamente nella facile ricerca di una pasta alla Giancaleone, misteriosamente onnipresente in tutti i menù cosentini, addirittura presentata quale piatto tipico della città. Ma chi se ne frega della pasta alla Giancaleone, vogliamo dirlo? Lo dice Donna Pupetta: «Io, ai tempi miei, non l’ho mai sentita – cof cof – tutto diverso, tutto cambiato». E c’ha ragione, Donna Pupetta. A noi cosa resta? I settantenni con lo smanicato, le signore con la sigaretta elettronica e il tavolo del cenone con sopra il baccalà e sotto una selva di Hogan.

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Le origini (e le virtù) della pasta alla Giancaleone restano avvolte nel mistero

Forse dobbiamo quasi quasi tutelarla, Donna Pupetta, che resiste alle mode a salvaguardia della tradizione: il presepe barocco del suo bisnonno, ogni anno tirato fuori da qualche cassapanca, i torroncini di Renzelli (acciaio puro, delizia di miele e zucchero su ricetta – palesemente – di qualche dentista), la lotta eterna tra i fichi di Bertini e quelli di Garritano, oppure i cuddrurìaddri che nessuno fuori di qui sa pronunciare… ma smettiamola pure noi col tentativo di insegnarlo: anche noi abbiamo scocciato. E semmai cerchiamo di abbandonare certe pronunce raccapriccianti: ad esempio i profìtterol, il gattò di patate e le graffe.

Auguri alla “Gloria” e zuppa a Santo Stefano

Sono certo che una Pupetta mi chiamerà per farmi gli auguri. Il 24. E, da brava cosentina, da ferrea tradizione lo farà rigorosamente alle 21:00. E mi inviterà, e ne sarò onorato, per il 26. Giornata della zuppa santé o, meglio, sandè. Speriamo bene…
Intanto: buon Natale di cuore a tutte le Pupette di Cosenza, consapevoli e non, attuali e future.

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