«Deve sembrare una disgrazia»: così volevano uccidere il figlio di Gratteri

Il pentito Antonio Cataldo depone in aula e racconta della pace tra la sua famiglia e i Cordì dopo una faida durata per decenni. Dopo quell'accordo scoprì dell'attentato progettato per colpire il magistrato

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«Quello della pace è un discorso soggettivo, personale e sindacabile. E io, nonostante la pace, continuavo a covare rancore. Brusaferri aveva tentato di ammazzare mio zio Domenico, sono cose che non si dimenticano. Ma la guerra aveva portato tanti omicidi, tanti carcerati e nessun risultato, per questo mio zio Giuseppe Cataldo e il cognato dei Cordì, Vincenzo Cavaleri, siglarono la pace».

Camicia a righe, spalle alla telecamera e toni bassi, nelle prime dichiarazioni di Antonio Cataldo (il primo a portare quel nome così pesante a collaborare con la giustizia) emergono, tra montagne di omissis, spiragli di quella che fu una delle guerre di mafia più lunghe e feroci del crimine organizzato sul mandamento jonico.

Una guerra iniziata nel 1967 con la strage di piazza Mercato e poi congelata fino al 1993, quando una bomba a mano lanciata sull’auto in corsa di Giuseppe Cataldo – uscito praticamente incolume assieme alla moglie dalla carcasse fumante dell’utilitaria Fiat ormai distrutta – riaccese gli animi, in una Babele di violenza che insanguinerà le strade di Locri per quasi un ventennio.

Il fuoco sotto la cenere

Nel racconto di Cataldo, poco più di un underdog del narcotraffico ma dal nome pesantissimo, una vita passata tra il carcere e la latitanza e un presente da “appestato” rincorso «dagli amici e dai nemici», viene fuori uno spaccato inedito sulla pace tra i due clan santificata sull’altare degli affari: una pace che frena la violenza ma conserva il rancore. «Seppi della pace da mia zia Teresa che mi portava in carcere una ambasciata di mio zio. Quel giorno mi disse: da ora, saluta tutti». Forma e sostanza, come da tradizione ‘ndranghetistica, si fondono assieme e quel saluto, prima negato, agli esponenti della cosca rivale dei Cordì rinchiusi nello stesso carcere, sugella l’accordo che pone fine alla mattanza.

«Da quel giorno ho iniziato a salutare i Cordì e a parlare con loro. Ho parlato anche con Guido Brusaferri – nipote dei mammasantissima Cosimo e Antonio Cordì – eravamo in carcere a Reggio Calabria ma gli ho parlato un paio di volte, nonostante la pace ed i buoni rapporti, io li consideravo comunque nemici: sono loro che hanno fatto uccidere mio fratello e mio zio. Brusaferri mi aveva invitato al pranzo di Natale in cui c’erano i locresi e io non sono andato. Dopo l’attentato a mio zio, mio fratello era uscito di casa con la pistola per vendicarsi proprio su Guido Brusaferri che nell’agguato aveva avuto sicuramente un ruolo, ma poi non fece niente perché qualcuno lo avvisò e non riuscì a trovarlo».

L’attentato

Ma se sotto la cenere il fuoco continua a bruciare, la pace ritrovata consente lo scambio di informazioni. Ed è durante una passeggiata «all’aria» nel carcere di Reggio che Cataldo raccoglie dall’antico nemico Brusaferri, la confidenza sull’idea maturata nella locale locrese, di un attentato al figlio del Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri.

«Eravamo all’aria con Brusaferri che mi disse che tutta quella storia della guerra era stata uno sbaglio e poi mi ha raccontato il fatto di Gratteri. Era il periodo che si diceva che Gratteri sarebbe potuto diventare ministro della Giustizia e tutti ne parlavano in carcere. I detenuti erano terrorizzati dall’idea che Gratteri diventasse ministro della giustizia. Lui è uno che la ‘ndrangheta la conosce ed è un uomo severo: tutti temevano leggi ancora più severe. Brusaferri mi disse: “deve sembrare una disgrazia, se lo fanno ministro simuleremo un incidente con il motorino”». Vittima designata, il figlio del magistrato di Gerace, da 30 anni ormai sotto scorta. Una circostanza che Cataldo aveva già raccontato agli investigatori e che poi aveva ritrattato ma che per fortuna di Gratteri e suo figlio non è mai stata portata a compimento.

Mi cercano tutti

La nuova collaborazione di Cataldo – che con i magistrati aveva iniziato a parlare già nel 2013, ritrattando poi in aula le dichiarazioni rilasciate agli inquirenti durante gli interrogatori «perché avevo deciso di farmi i fatti miei» – riprende solo all’inizio di questa estate. Abbandonato dalla moglie e dalla famiglia «quando sono uscito dal carcere sono andato a casa di mia madre ma la mia famiglia non mi voleva e le mie sorelle chiamarono i carabinieri per farmi andare via», rimasto senza un soldo e guardato come un paria dai vecchi compari, è lo stesso Cataldo a raccontare i motivi della sua decisione di collaborare con la giustizia.

«Nelle carte di un’operazione erano uscite delle intercettazioni in cui io facevo commenti su mio cugino e su Vincenzo Cordì. Temevo per la mia vita, in quei giorni mi cercavano con insistenza in tanti sia tra i miei parenti Cataldo sia tra gli uomini delle cosche avverse dei Cordì e dei Floccari». Ed è la paura per quello che potrebbe succedergli che spinge Cataldo a precipitarsi dai carabinieri della compagnia di Locri nella notte del sette giugno e a vuotare il sacco. Con gli investigatori dell’Arma, Cataldo parla per ore e ore, per poi ripetersi, nel pomeriggio, anche con i magistrati dell’Antimafia. Un racconto per ora coperto da numerosi omissis, ma che potrebbe fare luce su una delle pagine più oscure della storia criminale di Locri.

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