Dad o non Dad? Scuola in Calabria di nuovo al bivio

Il rientro dalle vacanze coincide con l'aumento esponenziale di casi di positività delle ultime settimane. E si riapre il dibattito sulla didattica a distanza, tra scaricabarile della Regione, indecisioni dei sindaci, rimostranze dei genitori e difficoltà d'apprendimento degli studenti

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Forse è perché ci si abitua a tutto, o forse perché abbiamo poca memoria, ma i tempi che stiamo vivendo sono – per molti aspetti – non meno difficili di quelli già affrontati nei momenti di massima recrudescenza dell’epidemia. Al netto dell’acutizzazione dello scontro tra le fazioni no/pro vax, con annesse reciproche gentilezze su morti premature, gli argomenti restano gli stessi: la capacità della sanità di reggere l’impatto del Covid e che fare con la scuola.

Su questo tema a dominare la scena è una certa demagogia, non priva di dogmatismo, mancando invece una certa dose di buon senso. Insomma si torna in aula con la scorta di una serie di norme piuttosto macchinose e fragili, ma soprattutto con un approccio: vediamo che succede. E non pare il miglior inizio possibile.

Occhiuto delega

In Calabria Roberto Occhiuto si accorge finalmente che abbiamo una sanità vacillante e sulla scuola, essendo più scaltro di Spirlì che chiudeva gli istituti ogni settimana per poi farseli riaprire dai tribunali che accoglievano i ricorsi delle famiglie, annuncia che pure lui vorrebbe chiudere, ma non può. E così delega, strizzando l’occhio ai sindaci nella migliore tradizione dello schivare decisioni difficili. È partita in questo modo una specie di “fai da te” localistico, con primi cittadini e dirigenti che decidono per conto loro.

Tra Jan Palach e don Milani

Anche a Cosenza il sindaco Caruso ha avviato una consultazione tra i presidi della città per conoscere la situazione dei contagi e valutare assieme che fare. Subito è partita la crociata, la guerra di religione tra chi considera possibile e perfino utile un breve periodo di didattica a distanza e quanti invece annunciano di essere pronti ad immolarsi come novelli Jan Palach sull’altare della cattedra per non far ripartire la Dad.

È tutto un fiorire di frasi e concetti cui è impossibile opporsi, considerata la loro universale solidità: «La Dad interrompe il dialogo educativo, spezza il legame docente-studente»; «La Dad acutizza le differenze sociali e discrimina i più deboli»; «La Dad impoverisce la trasmissione del sapere e la formazione del pensiero critico». E se ciò non bastasse, ecco riesumate frasi di don Milani e don Sardelli, che di scuola democratica ne capivano eccome.

Tempi moderni

In effetti è difficile immaginare i ragazzi di Barbiana alle prese con collegamenti a Internet e l’esperienza dell’Acquedotto Felice fatta con i tablet, ma i due preti eretici combattevano contro l’ingiustizia, non anche contro il Covid. L’impressione è che quanti sparano bordate contro la Dad guardino il mondo attraverso la stretta feritoia del loro bunker ideologico. Che accarezzino una idea di scuola in gran parte sbiadita, minacciata da tempo dal mutamento complessivo delle cose.

I luoghi dentro cui si afferma la formazione dei ragazzi, oltre alla famiglia e alla scuola, oggi sono soprattutto i new media (ma pure i vecchi). E il tempo che gli studenti trascorrono ascoltando i prof è piccola parte rispetto a quello che passano guardando programmi spazzatura. Così la capacità di seduzione educativa dei primi è rattrappita e questo senza che la causa sia la Dad.

Lo scrittore Daniel Pennac sul palco del Teatro Rendano di Cosenza qualche anno fa
Lo scrittore Daniel Pennac sul palco del Teatro Rendano di Cosenza qualche anno fa

Perfino il prof raccontato da Pennac, quello che svuotava la borsa di libri e esponeva “la vita” ai suoi studenti farebbe fatica a contrastare questi mostri. C’è davvero chi pensa che l’impoverimento educativo, l’analfabetismo funzionale che assedia le nostre comunità siano causate dalle lezioni davanti ad un monitor? Una poesia di Hikmet o una pagina di Debord sono meno affascinanti se lette in remoto?

Invalsi, prima e dopo

La fotografia crudele della condizione della nostra scuola ci viene ancora dai criticatissimi risultati Invalsi. Negli anni 2018/19 e 20/21 (nell’anno scolastico 2019/20 i test non vennero effettuati) ci consegnano una Calabria in coda alla qualità dell’istruzione italiana. Prendendo solo in considerazione i risultati nell’uso scritto e nella comprensione dell’Italiano, la scuola calabrese dopo l’esperienza della Dad (quindi 2020/21) arretra di quattro punti sulla media nazionale (da 191 dell’anno scolastico 19/20 a 187).

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Test Invalsi

La situazione peggiora anche in matematica, dove nei Licei ci si attesta sui 190 punti, che scendono nei professionali a 150, mentre la media punteggio nazionale è 210. Reggono le elementari, i cui risultati sono assai simili a prima dell’avvio della didattica a distanza, ma la condizione precipita marciando verso la maturità. Il dato maggiormente preoccupante è l’aumento della dispersione scolastica, che dopo la Dad riguarda circa un quinto degli studenti. Al netto di quanto siano adeguati i metodi di rilevamento Invalsi, resta l’immagine di un Paese diviso, senza che si intravedano strategie utili a rinsaldarne i destini attraverso la scuola.

Dad, buoni propositi e ipocrisia

La Dad dunque è il demonio? Sarebbe troppo facile liquidare una problematica così complessa cercando di banalizzarne la soluzione. La pandemia si è abbattuta come un maglio su ogni espressione della società, non risparmiando la scuola, ovviamente. Ma cosa sarebbe accaduto se una epidemia come quella che stiamo vivendo si fosse manifestata prima della diffusione capillare di dispositivi di collegamento a distanza? Semplicemente avremmo davvero chiuso le scuole, che invece con la Dad hanno tenuto vivo il senso di comunità scolastica e resistito al rischio di una vera e totale disfatta educativa. Senza la Dad, il disastro sociale sarebbe stato immane.

Intanto nel nulla sono finiti, prevedibilmente, i buoni propositi che avevano accompagnato la chiusura del passato anno scolastico: lo smantellamento delle aule pollaio e il potenziamento delle risorse destinate all’istruzione. La scuola resta luogo di potenziale contagio con aule piccole e sovraffollate e tra chi esalta i docenti pronti a fare scuola «in qualunque condizione» come fanti sul Piave a fermare l’invasore e chi immagina tamponi a tappeto a vincere è l’ipocrisia di quanti raccontano che la scuola è una priorità nazionale. La scuola è solo un campo di battaglia.

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