Cosenza, tra Franz e Bianca un accordo in salita

Il nodo presidenza del consiglio comunale genera malumori nella maggioranza di Caruso. La Rende rivendica la poltrona che era di Pierluigi Caputo. Invece potrebbe andare al guccioniano Mazzuca. Sullo sfondo le intese romane tra Pd e M5S

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Quale coalizione ha vinto le Amministrative di Cosenza? Di risposte da quella che dovrebbe essere la futura maggioranza ne arrivano due.
La prima – rafforzata dai numeri: 20 posti in Consiglio che bastano e avanzano per governare in autonomia – è quella che arriva dal trittico lista del sindaco, Pd e Psi: i vincitori sono quelli che hanno portato il centrosinistra al ballottaggio contro “l’altro Caruso”. Poi ci sono gli alleati della seconda ora, che avranno sì i loro riconoscimenti per il supporto dato nella sfida finale, com’è giusto che sia. Però, senza esagerare. Se c’è da sacrificarsi tocca agli ultimi arrivati farlo.

Il neo sindaco di Cosenza, Franz Caruso (foto Alfonso Bombini)

La seconda risposta, invece, è quella dell’altra metà del centrosinistra, anche nazionale visto che di mezzo c’è quel M5S che coi democrat ormai flirta apertamente dopo gli anni del “Parlateci di Bibbiano”. A Cosenza, secondo Bianca Rende e i pentastellati, la coalizione vincitrice è quella che si è formata tra il 5 e il 15 ottobre, non quella “franzescana” doc col suo 29% del primo turno, insufficiente perfino a superare l’ex vicesindaco. La rimonta, in questa interpretazione, è arrivata grazie al supporto di chi prima era sfidante. Altrimenti sarebbe rimasta un sogno. E se a De Cicco toccano due posti che contano, il medesimo trattamento va riservato anche all’aspirante sindaca . Anche perché ha preso circa l’1% in meno della coalizione dell’ex assessore al primo turno e, al contrario di quest’ultimo, i “suoi” voti arrivano da un progetto civico ma dichiaratamente di centrosinistra. In linea, cioè, con il voto dei cosentini.

Il nodo della presidenza

E così a Cosenza, passata la sbornia per la vittoria, la nuova maggioranza nell’attesa di insediarsi ha iniziato già a scricchiolare. La diversità di vedute sulla distribuzione degli incarichi istituzionali è un problema di non facile soluzione. In casa Rende le idee sono chiare: spettano un assessorato e la presidenza del consiglio comunale. Quella che ritengono Caruso abbia già promesso loro quando, all’indomani dell’accordo per il ballottaggio con la ex rivale, delineò per la nuova alleata «un ruolo istituzionale di vigilanza a garanzia del raggiungimento degli obiettivi condivisi». L’identikit, da manuale, del presidente del consiglio.

Il fatto è che oltre al manuale esiste la realtà. E in quest’ultima il presidente del consiglio comunale è molto altro. Da capo dell’assemblea è anche colui che ne stabilisce l’agenda, convocando le sedute e organizzando l’ordine del giorno. Stabilisce, in estrema sintesi, di cosa si parlerà in aula e quando si farà. O, se il momento politico non è dei migliori, quando non si farà.
In più, il presidente guadagna un bel po’ di quattrini, che non guastano mai e al contrario dell’assessore non ci se ne libera ritirandogli la delega dall’oggi al domani. Tocca all’aula – con tutti gli accordi trasversali che possono sorgere in una crisi – trovarne uno nuovo. E il vecchio nell’aula ritorna come consigliere, una garanzia che chi approda in Giunta dal Consiglio non ha.

Botte piena e moglie ubriaca

La presidenza per sé e un assessorato ai Cinque Stelle sarebbe la classica soluzione da botte piena e moglie ubriaca per Bianca Rende. Ma quale sindaco affiderebbe a cuor leggero un incarico così delicato a una persona che soltanto poche settimane prima era sua avversaria alle elezioni? E poi, dettaglio non trascurabile, Caruso può rivendicare piena autonomia nel selezionare i suoi assessori, ma il Consiglio è un’altra cosa. Lì sono i partiti a votare. E per quanto il primo cittadino possa far pesare il suo ruolo nella discussione l’ultima parola sul tema non spetta a lui, chiamato a gestire col bilancino gli equilibri politici interni.

Bianca Rende (foto Alfonso Bombini)

Anche per questo il successore di Occhiuto continua a ribadire di non aver affatto promesso la presidenza, non di sua stretta competenza, a Rende. Un assessorato le avrebbe detto e un assessorato avrà, per sé o per la persona che vorrà indicare. E se declinerà l’offerta quel posto andrà a M5S. Le altre caselle sono già occupate a prescindere dalle deleghe, ancora tutte da stabilire.

Il bottino degli alleati

Stando così le cose, De Cicco avrà due assessori – lui stesso e Sconosciuto – perché a (quasi) parità di voti con Rende i suoi vengono giudicati più “pesanti” nella vittoria: arrivano da potenziali elettori di centrodestra. Un assessore andrà al Psi e altri due alla lista del sindaco, che da socialista storico in sostanza ne avrebbe tre. Pazienza se i nomi dei papabili sono quelli dei consiglieri De Marco e Battaglia, che fino a pochi giorni fa sedevano nella maggioranza di Occhiuto, e quello di Pina Incarnato, figlia di quel Luigi additato, al pari della premiata ditta Adamo&Bruno Bossio e di Carlo Guccione, come uno dei manovratori oscuri dietro il neo sindaco. Infine il Pd, primo partito della coalizione, che farà da asso pigliatutto accaparrandosi tre assessorati e presidenza della sala Catera. I nomi in questo caso sono quelli dei più votati: Covelli, Funaro e Alimena in Giunta e Mazzuca sulla poltrona che era di Pierluigi Caputo.

Giuseppe Mazzuca e Luigi Incarnato (foto Alfonso Bombini)

Competenze o consenso?

Anche qui, riguardo alle note diffuse in campagna elettorale, qualche dubbio è sorto. Se Caruso e Rende dicevano di aver trovato l’intesa in vista del ballottaggio sulla necessità di un esecutivo di alto profilo (tecnico, prima ancora che politico) come mai – senza nulla togliere agli eletti appena citati – il criterio di selezione degli assessori è diventato il numero di voti racimolati? Che fine hanno fatto le competenze, conditio sine qua non degli accordi precedenti? L’impressione è che i vituperati big del Pd locale vogliano i loro uomini in prima fila. Classico spoils system, ma in tempi di antipolitica non è il massimo dal punto di vista dell’immagine agli occhi del cosentino medio, che a certi volti e nomi si dichiara sempre più spesso allergico (salvo votarli ugualmente con altrettanta frequenza).

Il ruolo dei Cinque Stelle tra Roma e Cosenza

La discussione tra i vincitori in questo momento resta un dialogo tra sordi. Si è andati avanti con incontri bilaterali, ma un tavolo unitario della (presunta?) nuova maggioranza ancora non c’è mai stato. Sullo sfondo restano le intese romane tra Pd e M5S. Questi ultimi si sono già accordati in autonomia con Caruso per un assessorato, ma probabilmente pensavano che il loro posto in Giunta facesse parte dei due destinati a Rende. Questa a sua volta, ha ancora il pallino in mano, sperando non diventi una patata bollente. C’è un posto soltanto per la sua coalizione? È lei che deve decidere se prenderlo personalmente o darlo a qualcuno che indicherà.

Ognuna delle due soluzioni rischia di lasciare a bocca asciutta i pentastellati, circostanza che Rende vorrebbe evitare senza però sconfinare nell’autolesionismo. Tant’è che pare che nelle prossime ore debba arrivare proprio un nuovo incontro tra Caruso e i Cinque Stelle per venire a capo della questione. La parola data è importante, ma un sostegno più forte in Parlamento con due forze di governo in maggioranza non è ipotesi da accantonare a cuor leggero. Per uscire dall’impasse la strada parrebbe quella di dare due assessorati all’aspirante sindaca e M5S. Ma a quel punto a sacrificarsi dovrebbero essere i “famelici” democrat o i socialisti. Che avranno anche preso pochi voti rispetto agli altri contendenti, ma restano il partito a cui il neo sindaco ha giurato eterno amore.

Si parte a metà mese

Con un bilancio da approvare quasi a scatola chiusa pochi giorni dopo l’insediamento – si ipotizza che proclamazione e prima seduta arrivino a ridosso del 15 novembre – e le casse vuote serve unità d’intenti. Ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. E a qualcuno toccherà fare un passo indietro per evitare che lo scricchiolio di oggi si trasformi in crepa vera e propria domani. Certo non è il migliore dei segnali litigare prima ancora di aver cominciato. Per quello, in fondo, ci sono cinque anni davanti.

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