Dopo Mancini il declino: Cosenza rischia il collasso

Il capoluogo arretra: calo demografico e casse vuote. Fatti e misfatti dei sindaci incapaci di contenere la frana

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Il dibattito sull’area urbana (e, in prospettiva, sulla città unica) è un braccio di ferro tra gli opposti campanilismi di Cosenza e Rende.
Le ultime puntate di questa contesa si sono concentrate sui rapporti tra i due territori, ciascuno dei quali ambisce alla centralità, o se si preferisce, supremazia.
Ma questi rapporti sono l’esito di visioni politiche diverse: più territoriale quella di Rende, più evanescente quella di Cosenza, che sconta ancora il fatto di essere stata la sede del potere calabrese della Prima Repubblica.

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Cecchino Principe, sindaco di Rende dal 1952 al 1980

Rende: il paese diventa città

Il paragone tra Cosenza e Rende è possibile solo a partire dal ’93, quando con l’elezione diretta dei sindaci e la fine della finanza derivata le amministrazioni locali si sganciano dai partiti.
A rivedere le cose col senno del poi, balza agli occhi un paradosso: la dimensione paesana da cui è partita Rende si è rivelata alla fine un vantaggio, perché ha esemplificato tantissimo le dinamiche politiche.
Ciò che non è avvenuto nella complicatissima Cosenza.

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Sandro Principe

Caos a Cosenza e “ordine” a Rende

I numeri, come sempre, aiutano a chiarire: dal 1946 al 1993 il capoluogo ha avuto diciassette sindaci e due commissari prefettizi, per una durata media di poco meno di tre anni per primo cittadino.
Al contrario di Cosenza, Rende ha avuto otto sindaci e nessun commissario.
La statistica più impressionante riguarda Cecchino Principe, sindaco dal 1952 al 1980. Per restare nei paragoni, si pensi che Cosenza, nello stesso periodo, ha avuto sei sindaci, il più duraturo dei quali è stato Arnaldo Clausi Schettini.
Con gli occhi di oggi, questa discrepanza sembra disordine (e spesso lo era). In realtà era il normale funzionamento di un’amministrazione comunale col vecchio sistema, in cui il sindaco era nominato dal consiglio comunale.
Di più: mentre le città con demografia consistente e tradizioni politiche (e di potere), presentavano spettacoli simili a quello di Cosenza, i centri più piccoli, come Rende, appunto, avevano la classica figura del sindaco “a vita”, che riusciva a imporsi grazie alle liste civiche costruite su misura e a eventuali liste di partito più o meno compiacenti.

Qual è stata, allora, la differenza tra Rende e i tanti paesi della Corona? La leadership di Cecchino Principe fu costruita da due fattori: un ruolo forte in un partito, il Psi, centrale negli equilibri politici del Paese, e un forte consenso sul territorio,
Lo stesso meccanismo si è ripetuto per Sandro Principe, sindaco dall’80 all’87, che addirittura stravince nell’85 con un consenso bulgaro.
A differenza di Cosenza, dove i galli nel pollaio erano troppi, a Rende il Psi era egemone e i Principe lo controllavano in maniera ferrea. Questo ha consentito alla dinastia del Campagnano di puntellare senz’altro la propria leadership e il proprio potere, a dispetto della crescita demografica, ma anche di fare gli interessi del proprio territorio, trasformandolo da un paesone di circa 14mila e rotti abitanti in una cittadina che oggi è quasi il triplo.

La lenta agonia di Cosenza

Il paragone più serio tra i due sistemi politici si può fare dal ’93 a oggi. E purtroppo bastona Cosenza.
Al riguardo, emerge un altro paradosso: il capoluogo arretra vistosamente nel momento in cui i sindaci, dotati di poteri maggiori grazie all’elezione diretta, avrebbero potuto invece rilanciare il territorio o, perlomeno, frenarne il declino.
La storia della Cosenza della Seconda Repubblica è la storia di un’agonia prolungata, interrotta qui e lì da qualche sussulto. Rende ha continuato a capitalizzare il ruolo dell’Unical, soffiata da Cecchino a Piano Lago, e si è puntellata a nordest, in direzione della Valle del Crati e della Sibaritide.
Il capoluogo, al contrario, ha perso un pezzo dopo l’altro. E, soprattutto, ha perso la cassa.

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Giacomo Mancini durante la sua sindacatura

Don Giacomo: dopo di lui il diluvio?

Il vecchio Giacomo Mancini intuì per primo la fine dei partiti e comprese al volo il nuovo sistema elettorale. Vinse nel’93 e stravinse nel ’97.
Nei suoi nove anni e rotti di sindacatura (e di vita), Mancini cantierò opere e progetti tali da impegnare la città per i cinquanta anni successivi. Alcune di queste iniziative sono state realizzate quindici anni dopo: è il caso del Ponte di Calatrava e del rifacimento di piazza Bilotti, che allora si chiamava ancora “Fera”.
Altre, invece, sono finite in nulla, come la metro leggera. Altre ancora hanno avuto uno sviluppo problematico: è il caso di viale Parco.
Con lui è iniziato anche lo stress delle casse comunali, trasformatosi prima in dissesto più o meno “mascherato” e poi in default.
I debiti dell’era Mancini non sono solo finanziari: il ricorso alle cooperative “b” ha ingessato la pianta organica del Comune e creato meccanismi elettorali un po’ viziati che pesano tuttora.
Il rilancio del centro storico, il tentativo di puntellare a sud l’area urbana e il risveglio culturale della città sono gli aspetti più significativi di quell’amministrazione.
Che ha avuto un solo limite: la presunzione di immortalità del vecchio Giacomo, che ha attivato dinamiche che lui solo sapeva gestire.
Voto 9. Al netto del campanilismo, 7.

Eva Catizone, quando era sindaco di Cosenza

Eva, l’erede senza qualità

Erede o fantasma? Eva Catizone è diventata sindaca a trentotto anni in qualità di erede del vecchio Giacomo.
Ha stravinto anche lei, sulla scia dei consensi (anche emotivi) maturati nel decennio d’oro.
La sua sindacatura, durata poco meno di quattro anni, è stata la prosecuzione dell’era Mancini. Ma è stata una prosecuzione scialba, perché i partiti, nel frattempo, avevano ripreso il loro ruolo e perché le vicende private si sono incrociate con i doveri pubblici.
È quasi superfluo ricordare la turbolenta relazione con Nicola Adamo, all’epoca leader dei Ds. Lo facciamo solo perché quella vicenda rimbalzò agli onori delle cronache nazionali.
Tutto lascia pensare che Eva, troppo giovane e fino a quel momento blindatissima, sia stata sopraffatta da una situazione e da un ruolo più grandi (e gravi) di lei. Infatti, è finita defenestrata da un golpe di palazzo da Prima Repubblica, tra l’altro accompagnato da una tragedia.
Ci si riferisce alla morte di Antonino Catera, il giornalista che seguì quell’ultimo Consiglio, di cui non riuscì a scrivere perché stroncato da un infarto. Di lei si ricordano il Museo all’aperto, i cordoli a corso d’Italia (oggi Fera) e il cambio di denominazione di piazza Fera in Bilotti. Troppo poco.
Voto 4.

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Salvatore Perugini diventò sindaco di Cosenza nel 2006

Salvatore, il galantuomo immobile

Non basta essere galantuomini, né basta lo spessore politico. Amministrare può essere davvero un inferno.
La sindacatura di Salvatore Perugini resta una parentesi di Prima Repubblica nella storia recente di Cosenza. Vecchie liturgie, vecchi equilibri e vecchi ricatti.
Eppure, la rottura con gli ambienti socialisti che rivendicavano l’eredità di Mancini poteva essere l’occasione buona per fare i conti col vecchio Leone. Soprattutto, per archiviare nostalgia e retorica, che già allora si facevano sentire.
I retroscena dell’epoca raccontano di un Perugini che ha rifiutato l’ipotesi del dissesto, per cui già allora (2006) ci sarebbero stati gli estremi. E che ha amministrato cercando di sforbiciare le spese e di nascondere la polvere sotto i tappeti.
Ostaggio di una maggioranza rissosa, in cui covavano gli oppositori più feroci (e sleali), Perugini ha navigato a vista, tra un rimpasto e l’altro e rincorrendo i consiglieri per non andar sotto.
Nel frattempo, il centro storico è regredito, le opere pubbliche si sono bloccate e la demografia ha accelerato la discesa. Di più: viale Parco, fiore all’occhiello dell’urbanistica secondo Mancini, si crepa e finisce al centro di un’inchiesta giudiziaria.
Arte della sopravvivenza e immobilismo più il mancato coraggio del parricidio.
Voto: 5.

Occhiuto 1: Cosenza tenta la rimonta

Al collasso di Perugini è seguito il crollo del centrosinistra, dovuto soprattutto alla litigiosità interna.
Mario Occhiuto batte Paolini al ballottaggio nel 2011 e diventa il primo sindaco di centrodestra. Sebbene alle sue spalle ci fossero, così sussurrano i maligni, alcuni notabili del Pd, in particolare Nicola Adamo.
L’archistar, fratello maggiore dell’attuale presidente della Regione, cerca di darsi da fare per rilanciare la città. Abbellisce dove e come può, cerca di incentivare il terziario e di opporsi alle presunte “prepotenze” rendesi.
A un certo punto, si oppone anche alla metro di superficie, finanziata poco prima della sua sindacatura. Apre cantieri e continua la pedonalizzazione del centro città.
I risultati sono più formali che altro, ma riesce comunque a far vedere qualcosa. Ad esempio, l’avvio del cantiere di piazza Bilotti. Lo ferma un golpe di palazzo sei mesi prima della scadenza del suo mandato.
Nel frattempo, è sopravvissuto alla rottura coi Gentile e alla crisi regionale del centrodestra.
Voto: 6 meno.

Occhiuto
Mario Occhiuto è stato per due volte sindaco di Cosenza

Occhiuto 2: la rivalsa mancata

Nel 2016 Mario Occhiuto stravince in scioltezza contro un fronte avverso diviso e indeciso. Polverizza Paolini e Guccione e si insedia alla guida di una maggioranza più forte.
Porta a termine piazza Bilotti e realizza il ponte di Calatrava. Ma sono i suoi unici successi seri. Nel frattempo, il bilancio collassa, e alcune opere mostrano le proprie inadeguatezze: è il caso del parcheggio di piazza Bilotti.
Anche il maggior dialogo con Rende, propiziato da Marcello Manna, non dà i suoi frutti. Ma tant’è: Occhiuto termina il suo mandato tra chiacchiere e polemiche. La sua eredità, affidata a Francesco Caruso, non è accettata dai cosentini.
Voto 5 meno.

E Rende resiste

Cosenza, in tutti questi anni, perde circa 20mila abitanti. Rende, invece, continua a tener botta. Meno convegni, meno lustrini, più opere: è il caso di viale Principe, realizzata durante l’era di Umberto Bernaudo. Oppure di via Rossini, completata nello stesso periodo dal nuovo municipio, che scende a valle l’amministrazione e puntella la città a nordest.
Soprattutto, non c’è il collasso demografico del capoluogo, perché i residenti oscillano tra i 33mila e i 35mila. L’edilizia si ferma e alcune opere mostrano la corda. Ma l’assetto urbano regge e l’economia tiene. Tant’è che Marcello Manna, che pure aveva battuto lo schieramento principiano, parla con rispetto della tradizione riformista cittadina. Lo ha fatto anche di recente, cercando di arruolare la figura di Cecchino Principe per colpire Sandro.

Miseria e nobiltà

La nobile è decaduta e l’ancella le ha fatto le scarpe. Da centro, Cosenza è diventata periferia. Resta una città invecchiata e in spopolamento, incapace di tutelare anche le sue memorie perché nel frattempo l’anagrafe ha cancellato i grandi notabili che le tutelavano.
Il declino è uguale per tutti, ma su alcuni grava di più. Inutile dare altre pagelle, perché scopriremmo che anche i sindaci di Rende non sono il massimo.
Ma una cosa è non capitalizzare appieno le potenzialità acquisite negli anni, un’altra è disperdere un patrimonio, arte su cui la classe dirigente cosentina si è dimostrata imbattibile.

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