Cocaina e ‘ndrangheta: nuove rotte, vecchio business

Troppi controlli nel porto di Gioia Tauro, le 'ndrine adesso fanno transitare da Genova e Livorno i carichi illegali acquistati dai narcos sudamericani. E così Toscana e Liguria si aggiungono ad Emilia e Lombardia nell'elenco dei territori in cui i clan calabresi gestiscono i loro affari

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La ‘ndrangheta malgrado le tante operazioni di polizia e le numerose condanne nei diversi procedimenti giudiziari degli ultimi anni, resta il principale referente dei narcos sudamericani per l’importo e il traffico di cocaina sia in Italia sia in Europa. Anche altre organizzazioni italiane e straniere, ovviamente, si dedicano a questo business miliardario. Ma nessuno come i boss calabresi è riuscito a entrare nelle grazie dei narcotrafficanti colombiani e messicani in termini di fiducia e affidabilità. Basta incrociare un po’ di dati e ci si rende conto agevolmente di questo primato criminale. I numeri della recente relazione della Dia, del dipartimento antidroga del Viminale e delle tante inchieste giudiziarie sul traffico di cocaina, però, stanno descrivendo anche un comportamento delle cosche calabresi che fa riflettere inquirenti e investigatori.

Il luogo ideale

Per decenni la cocaina destinata alle ‘ndrine è arrivata soprattutto via mare nei container di trasporto merci di uno dei porti di riferimento, quello di Gioia Tauro. Più cocaina finiva sotto sequestro, più sembrava arrivarne in Calabria, per essere poi smistata nel resto d’Italia e non solo. E bisogna pensare che ovviamente la maggior parte della “neve” non viene intercettata dalle forze dell’ordine. Gioia Tauro per l’enorme mole di traffico di merci, oltre al fatto che si trova in Calabria, ha rappresentato per anni il luogo ideale per il narcotraffico targato ‘ndrangheta.

Emilia e Lombardia

Ma i boss calabresi sono “gente pratica” a cui piace più dei “colleghi” siciliani e campani l’invisibilità. E sono maestri nell’adattarsi al nuovo che avanza come pochi altri al mondo. Troppi occhi puntati su Gioia Tauro da parte dello Stato hanno quindi indotto i mammasantissima calabresi a spostare altrove gli arrivi della preziosa merce. Con strategie degne di una multinazionale i boss hanno iniziato a spostare uomini e mezzi in altre regioni italiane anche per il traffico di droga. Già la Lombardia e l’Emilia erano state per prime conquistate dalla ‘ndrangheta, che aveva bisogno di sviluppare affari e investire i propri guadagni.

I maxi sequestri in Toscana e Liguria

Ma da tempo ormai la Liguria e la Toscana rappresentano le due regioni dove veicolare parte del traffico di coca che prima era destinato quasi esclusivamente verso Gioia Tauro. Addirittura alcuni nipoti di noti boss calabresi sono nati e cresciuti in Toscana e Liguria, come testimoniano i vari dossier e molti atti processuali. Livorno e Genova diventano quindi i due porti dove far arrivare i container pieni di cocaina. Ecco perché i maggiori sequestri degli ultimi anni sono stati registrati proprio in questi luoghi.

Meno rischi di sequestro

Spiega bene infatti l’ultima relazione della Dia: «I maggiori sequestri di cocaina registrati nei porti di Genova e di Livorno indicano che le organizzazioni criminali calabresi, dopo aver utilizzato per anni il porto di Gioia Tauro quale varco privilegiato, di recente hanno posto l’attenzione anche ad altri scali del Mediterraneo al fine di diminuire i rischi di sequestro. Nel gennaio del 2019 l’operazione “Neve genovese”, svolta con la cooperazione di Spagna, Colombia e Regno Unito, ha consentito di eseguire a Genova il più ingente sequestro registrato in Italia negli ultimi 25 anni, oltre tre tonnellate».

Gioia Tauro superata da Genova e Livorno

Tra gli arrestati figura anche un pregiudicato sanremese ritenuto membro alla ‘ndrangheta di Ventimiglia, legata ai clan di Sinopoli e Siderno. Nel 2020 un altro carico da 3 tonnellate di cocaina, stavolta a Livorno, era riconducibile alle cosche calabresi del vibonese. E pochi mesi fa a Goia Tauro le Fiamme gialle hanno sequestrato una “sola” tonnellata di cocaina proveniente dal Sudamerica, nascosta tra un carico di banane.

Questo significa che i boss calabresi hanno ormai diversificato i luoghi dove far arrivare o partire la droga. E che in Liguria e Toscana “si sentono abbastanza forti” e radicati per gestire questo tipo di business anche da un punto di vista economico.
Questa montagna di denaro contante va poi riciclata, investita, fatta fruttare. Se ne occupano attraverso diverse operazioni finanziarie i colletti bianchi che fiancheggiano da sempre i potenti boss calabresi.

Controllo del territorio

Ma senza un controllo anche del territorio, in presenza diremmo di questi tempi, almeno per il traffico di droga, sarebbe impossibile gestire tutti gli aspetti organizzativi e pratici. Ecco spiegato il perché in Liguria, a La Spezia, Genova, Ventimiglia, così come in Toscana, a Firenze, Livorno e Prato, “spuntano” inchieste. Processi giudiziari che sembrano avviati dalla Dda di Reggio Calabria, per i nomi degli indagati. E che invece sono a cura della Dda di Genova e Firenze, come l’inchiesta “Halcon” del 2020 in Liguria, o dell’operazione “White iron” in Toscana, e della recente operazione congiunta tra la Dda fiorentina e quella catanzarese, della primavera scorsa, che ha visto coinvolti boss e picciotti delle cosche calabresi dello Jonio catanzarese, in azione a Livorno. Il traffico di cocaina era destinato alla Capitale e al litorale laziale. Rotte nuove, vecchio business.

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