Vuoi i voti della ‘ndrangheta? E a Cirò cala il silenzio

Nel paese del clan Farao-Marincola il 12 giugno tornano le Comunali. Ma non tutti dicono pubblicamente no al supporto elettorale delle cosche

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Sono due i candidati a sindaco del Comune di Cirò, paese che torna al voto il prossimo 12 giugno. Uno è l’uscente, l’avvocato Francesco Paletta. Già vice sindaco, assessore in passate consiliature e consigliere comunale dal 2003, Paletta sfiderà il medico Mario Sculco, che è stato presidente dell’assise civica e sostenitore dello stesso Paletta nel 2017.

Un territorio complicato, quello di Cirò. Proprio lì c’è stata la prima amministrazione comunale sciolta per infiltrazioni mafiose in assoluto nella provincia di Crotone nel 2001. Ma anche quella che ha “fatto giurisprudenza” salvandosi dallo scioglimento del 2013 con un ribaltamento operato dal Tar del Lazio, prima, e dal Consiglio di Stato dopo nel 2015.

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Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri

L’operazione Stige

Certo, dopo la maxi operazione “Stige” del 2018 della Dda di Catanzaro, che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione della vicina Cirò Marina (città che oggi, invece, esprime nuovamente il presidente della Provincia, ma anche un consigliere regionale), l’attenzione pubblica su ciò che avviene nel Cirotano è ancora maggiore, soprattutto in occasione delle competizioni elettorali.

«È cambiato il rapporto tra mafia e politica. Oggi i clan gestiscono direttamente la cosa pubblica» dichiarò pubblicamente il procuratore capo Nicola Gratteri a seguito della citata operazione “Stige” in cui sono rimasti coinvolti (e condannati) numerosi amministratori locali.

Farao-Marincola: le mani su Cirò

Già, perché a Cirò, come dimostrano molteplici operazioni di polizia, con risultanze che hanno trovato conferma in sentenze definitive passate in giudicato, non solo esiste, ma è anche operativo, pervasivo e radicato il clan Farao-Marincola.
La sentenza “Galassia” emessa dalla Corte di Assise di Appello di Catanzaro l’11 agosto 2001, divenuta irrevocabile, sancì l’esistenza e l’operatività a Cirò e dintorni di questa associazione per delinquere armata, di tipo mafioso. A dirigerla, a partire dal 1977, e sino alla fine degli anni ’90, Nicodemo Aloe. Dopo l’uccisione di quest’ultimo, sono stati invece Giuseppe e Silvio Farao e Cataldo Marincola. Anche le operazioni “Eclissi”, “Scacco Matto”, “Dust” e “Bellerofonte” portarono alla conferma dell’esistenza del locale di Cirò.

Le condanne di Stige

«Siamo di fronte a un locale, quello di Cirò, antico, che partecipa al Crimine e al Tribunale della ‘ndrangheta. È una struttura così radicata nel territorio che non necessita neanche più di fare intimidazioni» ha dichiarato Nicola Gratteri. La sua Procura ha ottenuto nel processo di appello di Stige, lo scorso settembre, la condanna (in abbreviato) a 20 anni per il figlio di Silvio Farao. Per quest’ultimo e suo fratello Giuseppe, invece, una condanna (in ordinario) 30 anni di carcere in primo grado.
Non di secondo rilievo è l’ultima relazione della Dia, risalente al primo settembre 2021 (e, quindi, post-Stige) dove si trova conferma dell’operatività dei Farao-Marincola a Cirò.

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Silvio Farao, appartenente alla potentissima cosca di Cirò

Legalità a Cirò

Sia all’interno del programma elettorale “Attivamente Cirò” del sindaco uscente Francesco Paletta, sia in quello di “Progetto Cirò” di Mario Sculco, pubblicati entrambi sull’albo pretorio del Comune, non si fa alcun riferimento però a mafie e ‘ndrangheta.
Nel programma di Paletta si legge: «Oggi più che mai si sente il bisogno di educazione alla legalità per una promozione trasparente e pulita della crescita del territorio». In un altro passaggio dice: «Legalità, trasparenza ed efficienza continueranno ad essere i punti fermi della nostra azione amministrativa».

Continua: «Per noi la garanzia saranno i tanti progetti messi in cantiere che dovranno trovare esecuzioni nei prossimi 5 anni e continuare a mantenere un clima di serenità e legalità attraverso il rispetto delle regole uguali per tutti». Più timido in questo senso pare essere quello di Sculco, in cui si legge: «Verità, trasparenza e lealtà devono caratterizzare la macchina amministrativa ed essere alla base dello sviluppo individuale, sociale, economico e spirituale di tutti cittadini».

Due domande

Entrambi i candidati a sindaco sono stati contattati da I Calabresi. Abbiamo rivolto loro due domande:

  1. Prende le distanze dal clan Farao Marincola?
  2. Dichiara di non volere i loro voti e quelli delle altre mafie presenti sul territorio?

Francesco Paletta ci ha risposto dopo un paio di giorni: «Non ho nessun rapporto né con associazioni né con cosche. Non voglio i voti di nessun tipo di mafia, di nessuna cosca, di nessuna organizzazione criminale. Ho bisogno solo dei voti dei cittadini perbene». Silenzio, invece, da Sculco.

Lo scioglimento di Cirò nel 2001

A guidare l’amministrazione di Cirò eletta nell’aprile del 1997 e sciolta nel febbraio 2021, pochi mesi prima della scadenza naturale della consiliatura, c’era Antonio Sculco, fratello dell’attuale candidato, all’epoca al secondo mandato ed eletto con l’80% dei voti.
Giova premettere che a seguito di quello scioglimento, al netto di una condanna definitiva per danno erariale di cui si dirà, non c’è stata per Antonio Sculco alcuna conseguenza penale.

In ogni caso, come ricordato da Claudio Cavaliere nel suo libro Un vaso di coccio. Dai governi locali ai governi privati: comuni sciolti per mafia e sistema politico istituzionale in Calabria (2004, Rubbettino), l’accesso antimafia disposto dal prefetto all’epoca, avvalorò la sussistenza delle ipotesi di infiltrazione, mettendo in evidenza «la stretta ed intricata rete di parentele, affinità, amicizie e frequentazioni, che vincola la maggior parte degli amministratori comunali, così come numerosi dipendenti ed esponenti delle cosche locali» e che il Tar ritenne poi che le risultanze siano state «inequivoche e rivelatrici di un inquinamento ambientale tra amministrazione e malavita organizzata».

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Enzo Bianco, ex ministro dell’Interno

Condizionamenti esterni

Nel decreto di scioglimento del 2001, firmato dall’allora ministro dell’Interno, Enzo Bianco, si legge che i collegamenti tra esponenti della criminalità e gli amministratori compromettevano «la libera determinazione dell’organo elettivo ed il buon andamento dell’amministrazione di Cirò». Il documento rileva che «la permeabilità dell’ente ai condizionamenti esterni della criminalità organizzata arreca grave pregiudizio allo stato della sicurezza pubblica e determina lo svilimento delle istituzioni e la perdita di prestigio e di credibilità degli organi istituzionali». E sottolinea che «la stretta ed intricata rete di parentele, affinità, amicizie e frequentazioni, che vincola la maggior parte degli amministratori comunali così come numerosi dipendenti ad esponenti della dominante cosca locale, costituisce il principale strumento attraverso cui la criminalità organizzata si è inserita nell’ente condizionandone l’apparato gestionale».

Antonio Sculco venne condannato dalla Corte dei conti Sezione Giurisdizionale per la Calabria con sentenza depositata il 23 ottobre 2003 (confermata dalla sezione giurisdizionale centrale il 29 settembre 2010 e divenuta definitiva con la sentenza 12902 del 2011 delle Sezioni Unite della Cassazione) per un danno erariale di 28.888,72 euro per aver contratto un mutuo da 900 milioni di lire per pagare «il prezzo di acquisto dell’immobile Castello di Cirò poi utilizzato parzialmente in spese correnti». Insomma, una distrazione di fondi acquisiti con mutuo e, quindi, una violazione delle disposizioni in tema di utilizzo delle entrate a destinazione vincolata, con alle spalle una situazione di dissesto finanziario del Comune.

L’appoggio del Pd e del M5S a Sculco

Volendo “politicizzare” la competizione, a fronte di Paletta, simpatizzante di Forza Italia, Sculco si caratterizza per un chiaro appoggio Pd-M5S. Significativo è stato il post su Facebook del 20 maggio 2017 sulla sua diretta discesa in campo (come consigliere al seguito di Francesco Paletta). Mario Sculco scriveva testualmente: «Non ho mai, prima d’ora, voluto saperne di fare politica in prima persona, sebbene abbia sempre seguito e appoggiato le direttive politiche impartite in ogni tornata elettorale da chi, nella mia famiglia, al contrario di me, ha sempre fatto politica attiva».

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Flora Sculco, candidata nelle file dell’Udc alle scorse regionali in Calabria

Alle ultime elezioni regionali ha sostenuto la candidata dell’Udc, Flora Sculco. Ora, invece, gode dell’appoggio del consigliere provinciale del Pd ed ex presidente facente funzioni della Provincia, Giuseppe Dell’Aquila. Lo stesso che a Cirò è stato consigliere comunale (eletto nella lista opposta a Sculco e Paletta nel 2017) prima di candidarsi a sindaco di Cirò Marina nel 2020. Per poi perdere al ballottaggio.

Oggi si vocifera con insistenza di un suo ritorno a Cirò nella qualità di vicesindaco della futura amministrazione Sculco. Ma solo se il cugino presente in lista, Andrea Grisafi, fosse il più votato tra i candidati. Certamente godrà dell’appoggio del responsabile dell’ufficio finanziario del Comune, lo zio di Dell’Aquila (fratello della madre), Natalino Figoli, recentemente finito nell’occhio del ciclone per presunte irregolarità nel concorso per gli autisti dello scuolabus e, prima ancora, per le tasse universitarie pagategli dal Comune (circostanza citata nel decreto di scioglimento).
Presente in lista anche una giovane parente del consigliere regionale del M5S, Francesco Afflitto, Martina Virardi, con sostegno (almeno virtuale, con “like” social) dell’ex maresciallo dei carabinieri di Cirò, Diego Annibale, a processo per rivelazione di segreto d’ufficio proprio a favore del citato Figoli.

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Natalino Figoli con il ministro Roberto Speranza

Le parentele “scomode” degli assessori di Paletta

Tra i candidati di Sculco è presente l’attuale consigliera comunale di opposizione Maria Aloe. Si tratta della nipote del già citato boss di Cirò Nicodemo Aloe, freddato nel 1987. Accanto al cadavere, con macabro rituale, gli assassini hanno fatto trovare anche un cane impiccato. Suo cugino, Francesco Aloe, è stato condannato a 10 anni nell’ambito del processo di appello “Stige”.

Tra la compagine attualmente in carica di Francesco Paletta si trovano altre parentele degne di nota. L’assessore comunale alla viabilità urbana, Giuseppe Mazziotti, ha una figlia, Daniela, sposata con il nipote di Cataldo Marincola. Mentre l’ assessore comunale allo sport Mario Romano (lo era anche nelle due giunte precedenti e, prima ancora, semplice consigliere) è fratello di Giuseppe Romano, considerato dagli investigatori un elemento apicale della cosca e già condannato per associazione di stampo mafioso. Inoltre, è cugino di Giuseppe Sestito, la cui sorella è moglie del boss Cataldo Marincola. Sestito, inoltre, è parente di Nicodemo Guerra, condannato per associazione mafiosa.

L’assessore Romano, in una pubblica seduta del Consiglio comunale del 31 gennaio 2013, affermò di non rinnegare le proprie parentele, non capendo il motivo per cui le condanne dei suoi familiari debbano influire sulla sua persona o sull’amministrazione.
La stessa sentenza del Consiglio di Stato (numero 4792 del 2015) che confermò l’annullamento dello scioglimento specifica che le parentele rilevano ai fini dello scioglimento di una amministrazione «a condizione che siano effettivamente legami e cioè siano connotati da attivi comportamenti di solidarietà e cointeressenza».

Per questo, una pubblica presa di distanza di entrambi i candidati sindaci, provenienti dalla medesima maggioranza uscita dalle urne nel 2017, rispetto al voto mafioso e inquinato e a queste “cointeressenze”, sarebbe stata un atto dovuto rispetto a quel principio di trasparenza tanto decantato nei reciproci programmi elettorali.

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