Vergini: un rifugio per donne e bimbi nel cuore antico di Cosenza

Le suore non ci sono più, ma l'ex monastero continua la sua missione: aiutare persone in difficoltà e, a volte, in pericolo. Oltre cinque secoli di storia, tante vicende suggestive e commoventi. Nessuna meraviglia, allora, che questo chiostro cinquecentesco, vigilato da una bella Madonna bizantina, sia stato anche un set televisivo...

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«Sei stata al mare?». «Sì, quello!». Fabiana punta il ditino contro una parete. Ti avvicini e capisci cosa indica. Un paesaggio marino in una cornice di legno. Ha appena due anni ed è una delle piccole inquiline della casa famiglia, per minori e donne in difficoltà, che ha sede nel complesso delle Vergini di Cosenza.

Venti ospiti in tutto, stanze al completo. Eppure c’è un silenzio irreale tra il chiostro quadrangolare, il cortile e la chiesa, edificati nei primi decenni del Cinquecento, progettati dal capomastro della Valle del Crati Domenico La Cava. Fabiana ha i capelli lunghi e lisci e un visino mariano.
Questo luogo ha una storia tutta al femminile. Il suo simbolo potrebbe essere la “Madonna della tenerezza”, esposta su un altare minore della chiesa. È una delle opere più antiche di tutta la città, un’icona di stile bizantino di fine Duecento, probabilmente realizzata da Giovanni da Taranto, simile e diversa dalla Madonna del Pilerio del Duomo Bruzio, detta galactrofusa, perché allattante.

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La madonna Odigitria, l’icona bizantina della chiesa delle Vergini

Questa Vergine Odigitria invece non allatta il suo bambino, lo presenta al mondo indicandolo con una mano e appoggia la guancia sul suo capo. Un dipinto ingiustamente meno noto e che da solo basterebbe ad attirare viaggiatori e turisti in quantità.

Calata della corda: fuga d’amore 

Un altro simbolo del posto è il coro ligneo settecentesco delle suore di clausura cistercensi. Un balconcino decorato con teste d’angelo, sostenuto da una volta di stucchi dorati. Dal 1811 il monastero ha ospitato fanciulle orfane, che quando si innamoravano, tentavano la fuga calandosi da una finestra, dando così il nome a uno dei luoghi mitici della toponomastica popolare: la zona della Calata della corda, tra via Liceo e Piazza dei Follari, dove un tempo c’era il mercato dei bozzoli della seta.

Monastero di clausura e orfanotrofio

Il complesso e articolato edificio è stato monastero di clausura, orfanatrofio, istituto educativo femminile. Oggi fa capo alla Fondazione di diritto privato Santa Maria delle Vergini, presieduta da Alessandra De Rosa. Oltre alla casa famiglia, c’è un asilo Montessori, gestito dall’associazione PappaMusic. I bambini del nido e dell’asilo bilingue giocano nel chiostro insieme con i piccoli ospiti della casa famiglia.
Del complesso fa parte il Palazzo Sersale, costruito alla fine del 1400, grande protagonista della storia cittadina, perché ospitò l’imperatore Carlo V.

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Il largo Vergini

L’arte del cucito con la prof ucraina

Destini cuciti e intrecciati. In questa cornice di narrazioni, appare ancora più significativo il laboratorio “L’arte del cucito”, ospitato nel vecchio refettorio dell’istituto. Le lezioni sono terminate a giugno e adesso si sta preparando una mostra. A guidare le corsiste, di diverse nazionalità ed età, dai venti ai settanta anni, è la costumista ucraina Natalia Kotsinska. Le associazioni “Maschere e volto”, che si occupa di teatro, e “Anteas”, attiva nel volontariato, coordinano il progetto. «Nonostante il bacino di utenza fosse vario, le corsiste si sono perfettamente integrate», spiega Imma Guarasci, direttore artistico di “Maschere e volto”.
«Ha trovato il modo di integrarsi pure chi ha avuto inizialmente difficoltà nel comunicare per via della lingua, come nel caso di due giovani siriane. Una cosa bella è che nella scelta delle stoffe e dei colori per la realizzazione degli abiti, ognuna di loro è riuscita a recuperare elementi della tradizione della propria terra d’origine», spiega ancora Imma Guarasci, soddisfatta di un’esperienza nata sia per fornire competenze professionali, sia per far incontrare donne dal vissuto difficile.

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La costumista Natalia Kotsinska dirige il corso di cucito

Non ci sono più suore alle Vergini. Le “figlie di Sant’Anna” arrivarono nel 1887, dopo che erano andate via le monache di clausura cistercensi. Le ultime due sorelle hanno abitato qui fino allo scorso settembre. Hanno portato con sé tanti ricordi, nomi e vicende di ragazze cresciute tra queste mura.

Un rifugio per mamme e bambini 

Gina Nudo le ha conosciute bene. Lei è la decana delle educatrici. È qui da vent’anni.
«Quando accogliamo le donne assegnate alla casa famiglia, cerchiamo innanzitutto di tranquillizzarle. Sono di varia nazionalità, sono tutte spaventate quando arrivano. Il nostro è un lavoro difficile, ma bisogna usare ogni giorno il cuore e le regole in giusta misura. Fare famiglia, appunto. Io e la mia collega, Giovanna Maio, ci occupiamo della vita quotidiana, intratteniamo i piccoli, ascoltiamo le vicende drammatiche, guidiamo mamme e bambini in un percorso di rinascita. A volte ritornano negli ambienti dai quali erano scappate ed è una grande tristezza».

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L’educatrice Gina Nudo

In molti casi però, continua Gina, e il suo viso si illumina, trovano la propria strada. «Spesso, quando termina il periodo di assegnazione da parte del tribunale, vogliono tornare da noi. Significa che siamo riusciti a costruire una rete di protezione e affetto».
Sonia, 40 anni, è qui con sua figlia adolescente. Nella loro stanza ci sono libri, qualche ricordo, nessuna fotografia. «Quando siamo scappate da casa nostra non ho pensato agli oggetti, l’importante era salvare noi stesse».

Fabiana torna a sorridere

La madre della piccola Fabiana, una giovanissima donna originaria di un paese dell’est europeo, è in un angolo della stanza, ascolta e annuisce. «Da quando sono qui sono tornata a sorridere – sta raccontando Sonia, – perché ho ripreso a fidarmi di chi mi sta accanto».
«Posso dire la stessa cosa», interviene la madre di Fabiana: «In questo luogo ho conosciuto mia figlia per la prima volta, mi dedico a lei, la vedo rinascere, gioca, ride, parla, mangia le polpette, mentre prima si rifiutava di masticare».

I tricicli dei piccoli ospiti che frequentano l’asilo

Il soggiorno è in una nuvola di profumi speziati. Afia, donna africana, sta cucinando per sé. Fa concorrenza alle cuoche storiche della casa famiglia, le sorelle Spadafora, Rosanna e Beatrice, che nutrono con amore.

Fede, bellezza e solidarietà

L’antica storia di questo luogo continua, in chiave multietnica, il suo secolare inno alla Madonna, testimoniato dalle preziose opere conservate nella chiesa a navata unica. La pala che decora l’altare principale racchiude in una ricca cornice dorata una doppia raffigurazione: una rara immagine di Maria morente e la sua assunzione in cielo. Un’opera cinquecentesca probabilmente sconosciuta a molti cosentini, come l’icona bizantina della tenerezza. Il portale di legno della chiesa, in stile barocco, è ricco di figure intarsiate dagli scalpellini di Rogliano di fine Seicento. Il chiostro, dove oggi sono sparsi i giochi di crescita di scuola Montessori, oltre quindici anni fa è stato set del film “Giuseppe Moscati. L’amore che guarisce”, di Giacomo Campiotti, con Beppe Fiorello e Kasia Smutniak.

Una rara opera d’arte: l’assunzione della Vergine

Tante vite sono passate da qua, eppure resta uno scrigno di misticismo e silenzio. Nessuno parla a voce alta, una volta varcata la soglia.
Da qui si va via con un proposito: tornare. Sul portale di pietra che affaccia su Largo Vergini, sotto l’immagine di San Bernardo di Chiaravalle, l’educatrice Gina Nudo saluta e sembra leggere nel pensiero: «Tornate presto».

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