Figli di una sanità minore: la corsa a ostacoli dei pazienti dializzati

Macchinari obsoleti, una burocrazia apocalittica e una promiscuità che mette a rischio la salute già precaria di tante persone. E da venerdì 25 marzo parte lo stop delle ambulanze a Catanzaro

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Strumenti nuovi che restano imballati, macchinari obsoleti che non escono di scena, percorsi protetti inesistenti nel 95% dei centri. E, dulcis in fundo, un sistema di trasporto che evidenzia problemi differenti da provincia a provincia. Sono le tappe di una via crucis tutta calabrese che costringe i pazienti nefropatici della regione ad una corsa a ostacoli quotidiana. Tutto per l’assenza di una riorganizzazione generale che l’Aned chiede da anni.

Segnali di apertura cominciano a intravvedersi, ma la strada per l’uscita dal tunnel è ancora lunga perché per districare la matassa della nefrologia in Calabria servirebbe la bacchetta magica. Intanto il tempo passa e il calvario dei malati prosegue. Anche per via di una distribuzione che non sempre mette in correlazione i pazienti con il centro più vicino e più adatto ai loro bisogni. Ironia della sorte, può così capitare che chi vive in provincia di Catanzaro debba fare dialisi ad Amantea (CS). O che, invece, la faccia a Catanzaro chi abita a Vibo Valentia.

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Il poliambulatorio di Amantea

La giungla del trasporto

Ne sanno qualcosa 140mila nefropatici, 770 trapiantati renali e 1.500 dializzati. Un esercito fragile e ostaggio di una rete fatta di 37 Centri dialisi, ma priva di una vera visione complessiva e, pertanto, non in grado di concentrarsi sulle vere esigenze di pazienti, spesso anziani, costretti a barcamenarsi nel labirinto della burocrazia.

Lo dimostra il caso di una settantacinquenne catanzarese che deambula a fatica, ma che proprio perché qualche passo riesce ancora a farlo non ha diritto al trasporto in ambulanza. Sarebbe più indicata un’auto medica. Ma, mentre la vicenda è esplosa tra le mani di Asp e trasportatori, a vivere un disagio costante sono lei e il marito, che non se la sente più di accompagnarla sempre per via degli acciacchi senili.

Il suo non è un caso unico in una regione costellata di drammi singoli che fanno da sfondo a una giungla sanitaria. Sempre Catanzaro ha visto proliferare, ad esempio, i trasportatori privati. A queste associazioni adesso sono stati bloccati anche i pagamenti, peraltro da sempre bollati come «inadeguati» rispetto ai chilometri percorsi. Il braccio di ferro ingaggiato per ottenere anche la retribuzione dei chilometri macinati nel tragitto dalla propria sede a casa del paziente da accompagnare in dialisi e viceversa si interseca, dunque, con le richieste dell’Asp. Che alle associazioni ha imposto il rispetto della legge 141 del 2018, quella che punta a mettere la Calabria in linea con le normative nazionali legando l’accreditamento dei trasportatori privati al rispetto di stringenti requisiti da garantire in sede e nelle ambulanze.

Stop del trasporto degli emodializzati a Catanzaro

E proprio a Catanzaro l’ultimo venerdì di marzo segna lo stop del trasporto in ambulanza degli emodializzati che ne hanno diritto. Le associazioni private che nel capoluogo di regione hanno di fatto il monopolio del servizio incrociano le braccia, parlano di tempo scaduto e per rimettersi in marcia dettano condizioni precise. Incassare le spettanze dovute almeno fino a febbraio è il mantra di operatori sfiancati da difficoltà storiche che si scontrano pure con l’assenza di parcheggi riservati alle ambulanze private. Le multe, dunque, fioccano e diventano ciliegine indigeste di una torta amarissima farcita da conti che non tornano e rimborsi troppo esigui.

Un’ambulanza della Croce Rossa

Ombre un po’ ovunque

Un problema, questo, che non esiste a Vibo Valentia. Lì a gestire il trasporto dei dializzati non autonomi c’è soltanto la Croce Rossa, però le questioni burocratiche sono di fatto sostituite dalle carenze di mezzi e personale, come in provincia di Reggio Calabria. Nella Locride va molto peggio che nel capoluogo dello Stretto. Ombre pure nel Cosentino, dove nel 2020 esplose il caso, non ancora rientrato, della chiusura del Centro dialisi di Rogliano.

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L’ospedale di Rogliano

La struttura serviva tanti dializzati residenti in paesini di montagna, costretti di colpo e in piena pandemia a raggiungere Cosenza, oltretutto in orari non proprio ottimali. Tutto in una regione intrappolata tra le maglie di una gestione dialisi limitata alle ambulanze. Soltanto tra Catanzaro e provincia prende in carico 33 pazienti e ne lascia letteralmente a piedi 74, ovvero tutti quelli che vivono una situazione simile alla paziente che qualche mese fa fece scoppiare il caso.

Il vulnus delle attrezzature

Da qui la necessità di «interventi urgenti e necessari» che l’Aned continua a chiedere, consapevole che il dramma dei nefropatici calabresi vada ben oltre il solo problema dei trasporti. È l’associazione che, con un documento in cinque punti, a ridosso di Natale ha acceso i riflettori sui due processatori messi a disposizione di Cosenza e Reggio Calabria ormai più di un anno fa, ma mai entrati in funzione.

È così che, nonostante tali apparecchi siano in grado di verificare prima e meglio la qualità degli organi, l’ottimizzazione dei tempi dei trapianti rimane un miraggio. A Scilla poi il dramma riguarda impianti tecnologici in agonia come quelli per l’osmosi dell’acqua che non garantiscono più qualità di cura al top e mettono a rischio persone bisognose di trattamenti salva vita.

La promiscuità che mette a rischio la salute

L’ingresso dell’ospedale dell’Annunziata a Cosenza

Ma non finisce qui. Tanti, troppi pazienti nefropatici sono pure costretti ad accontentarsi di strutture che l’Associazione nazionale emodializzati definisce «a rischio infettivo». Succede a Vibo Valentia dove – fanno notare – «per accedere bisogna passare dall’ambulatorio di gastroenterologia». A Cosenza «i quattro reparti di competenza, distanti tra loro e qualcuno addirittura adiacente all’obitorio, sono allocati anche in sottoscala». A Crotone, invece, fanno notizia i rischi clinici e psicologici legati al fatto che i posti letto dedicati ai pazienti nefropatici sono adiacenti a quelli di Oncologia. E per Palmi il giudizio è impietoso: «Struttura da terzo mondo». Il sistema in pratica fa acqua da tutte le parti. E anche dalla Nefrologia arriva la conferma che curarsi in Calabria è più difficile che altrove.

Antonella Scalzi

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