Catanzaro, le mille ombre e la “profezia” di Ilda la rossa

Nella sua recente biografia, l'ex magistrato Boccassini rivela il contenuto di una lettera anonima speditale nel 2012 che tratteggia una città preda di affari deviati e illegalità. Dieci anni dopo, molte di quelle rivelazioni hanno trovato conferma

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Catanzaro, la città del vento, è difficile da descrivere con la retorica del mondo di mezzo. Di sicuro a quello di sotto non si dedicano mai grossi sforzi interpretativi: l’area Sud, i ghetti di viale Isonzo e dell’Aranceto, i “fortini” rom tutti droga e cavalli di ritorno. In mezzo, al massimo, ci si potrebbe collocare l’oceano umano che ogni giorno entra ed esce dai palazzi della burocrazia, dagli ospedali, dalla Prefettura, dalla Provincia e ovviamente dalla Cittadella della Regione.

È l’esercito degli uffici e del disbrigo pratiche, il terreno su cui prospera la coltivazione intensiva di amicizie e clientele. Ciò che sta sopra, invece, sfugge alle definizioni. L’area grigia, il sistema, i salotti. Tutto già detto, tutto poco efficace per chi conosce quella parte di città che un tempo esprimeva un’oligarchia di cui, oggi, è rimasto ben poco, se non il blasone di certi licei come il “Galluppi” e il “Siciliani”.

La lettera profetica

La città del velluto la racconta in poche righe una lettera che oggi suona come una profezia. L’ha ricevuta, da qualcuno che ha preferito non firmarsi, la magistrata più famosa d’Italia. Di Ilda Boccassini oggi fanno discutere i giudizi più o meno edificanti sugli ex colleghi e le rivelazioni più o meno opportune sul suo passato. Ma tra le pagine della sua biografia c’è pure un capitolo dedicato alla Calabria che si intreccia con i tormenti che hanno attraversato e attraversano la giustizia italiana.

È verso la fine del libro La stanza numero 30 – Cronache di una vita che la Rossa parla di ‘ndrangheta e di borghesia mafiosa. Ricorda la telecamera nascosta che per prima ha rivelato i riti di iniziazione in Lombardia e definisce la “zona grigia” non come entità unitaria ma realtà complessa. È il mafioso a cambiare volto e parole a seconda che abbia davanti il politico, l’imprenditore, il commercialista, l’avvocato, il medico, il poliziotto. E infiltrazione è un termine «fuorviante», spesso è il borghese a cercare il mafioso, al Nord più che in Calabria.

Nessuno spiraglio di legalità

Poi c’è la giustizia, con la g minuscola, e i casi finiti male di magistrati come Vincenzo Giglio e Giancarlo Giusti. Il primo fu coinvolto e condannato in una sua inchiesta milanese sul clan Lampada, il secondo si è suicidato nel marzo del 2015 mentre scontava ai domiciliari la condanna per concorso esterno divenuta da poco definitiva. Boccassini si chiede che aria si respiri oggi in Calabria e ammette quanto la risposta sia «difficile», specie provando a darla «a mille chilometri di distanza». È a questo punto che pubblica la lettera anonima ricevuta a gennaio del 2012. Un catanzarese la ringrazia per lo squarcio aperto dalla sua inchiesta – all’epoca ne fu coinvolto un consigliere regionale, Franco Morelli – ma pensa che lei «non può fare tutto». Che nella sua città «i bagliori di luce non arrivano» perché è «priva di spiragli di legalità».

I salotti

Si tratta di poche righe che restituiscono in maniera disarmante l’amarezza e il senso di impotenza di un cittadino non certo sprovveduto. Uno che non abita il mondo di sotto, ma anzi mostra di avere dimestichezza con l’alta borghesia. «Questa è la storia di una città che rappresenta uno spazio vuoto», scrive. Una città in cui «l’illegalità è un’istituzione», in cui «non si capisce cosa sia la mafia, semplicemente perché la mafia è tutto». Parla, l’anonimo catanzarese, di intercettazioni che un colonnello dei carabinieri rivelerebbe a un noto avvocato e che vengono usate «per ricatti o per affari».

Catanzaro
Il viadotto Bisantis illuminato nell’oscurità a Catanzaro

Non solo: menziona anche un notaio che «traffica opere d’arte false e poi a lui stesso viene chiesto di autenticarle», nel cui studio «gravitano i “cutresi”». Immancabile anche il politico che «si accompagna con galeotti» che «fanno la campagna elettorale», anzi «la impongono». I salotti di questi personaggi sono «riempiti dalla città “bene”, imprenditori e giudici compresi». E quanti non sono invitati, osserva, «aspirerebbero a esserlo».

Ombre a tutti i livelli

Da questo j’accuse premonitore sono trascorsi dieci anni e nel frattempo qualcosa è cambiato. Diverse cose si sono rivelate per come venivano descritte e qualche spiraglio si è aperto anche in santuari degli affari prima ritenuti impenetrabili. Nicola Gratteri può piacere o meno – Boccassini cita anche il caso di Vincenzo Luberto, suo ex procuratore aggiunto accusato di aver asservito la propria funzione a un ex parlamentare – ma dalle inchieste della sua Procura, al di là dei risvolti che ne determinano la solidità nelle aule giudiziarie, emerge uno spaccato inquietante di entrambi i mondi. In qualche modo, insomma, si sono accesi i riflettori anche sulle fenditure più ombrose degli ambienti altolocati e delle periferie degradate.

Ghetti, Chiesa e cultura

Una donna ha raccontato, dal di dentro, che all’Aranceto lo spaccio è h24, che si fanno anche i turni di notte e che i clienti sanno che al terzo piano si vende la cocaina mentre per il kobret bisogna citofonare al quarto. Ecco: questa è la stessa città di chi i ghetti li ha creati con una mano mentre con l’altra curava gli interessi di certe dinastie imprenditoriali.

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Un’immagine dell’operazione Drug Family che ha condotto a 31 arresti nel quartiere Aranceto di Catanzaro

È la stessa città in cui l’Arcidiocesi è finita al centro di un caso senza precedenti e la Chiesa non si mostra certo lontana da tentazioni e proiezioni affaristiche. Ed è la stessa città del teatro Politeama e del Comunale, delle mille rassegne culturali e del policlinico universitario. La città da cui tanti giovani e brillanti “cervelli” sono quasi costretti a scappare e in cui, però, ci sono eccezioni come la carriera lampo di Fulvio Gigliotti, lo «sconosciuto professore – il copyright è di Luca Palamara – uscito per magia» dal voto online del M5S grazie al quale è arrivato a sedere nel Csm.

Giudici e clan

È la città dei Gaglianesi e degli zingari, clan considerati minori, se non vere e proprie propaggini delle ‘ndrine di Cutro e Isola Capo Rizzuto, ma che votano e fanno votare. È la città in cui sono esplosi i casi dei giudici Marco Petrini e Giuseppe Valea, ben visti e stimati prima che uno fosse condannato in primo grado per il giro di «soldi, vino, champagne, prestiti, favori e corruzione, regali, gamberoni, casse di vino, assegni in bianco e ancora denaro» negli uffici della Corte d’Appello in cui era presidente di sezione.

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Il giudice Marco Petrini

O che l’altro subisse l’interdizione per un anno perché accusato di aver avuto «un approccio infedele alla funzione pubblica esercitata» tanto da autoassegnarsi alcuni fascicoli, da presidente del Tribunale del Riesame, e decretare l’esito di ricorsi e scarcerazioni senza neanche consultare – ha segnalato la Procura guidata da Gratteri e hanno confermato alcuni suoi stessi colleghi – gli altri membri del collegio.

La città che cambia

È la città dei tre colli e delle tre V (la terza, dopo vento e velluto, è appannaggio di San Vitaliano), la cui ormai mitologica funicolare veniva percorsa a piedi nel 1913 da Filippo Tommaso Marinetti. Cento anni dopo Catanzaro non sembra più tanto futurista. E non è più nemmeno quella mirabilmente raccontata nel 1967 da Gianni Amelio nel corto tv “Undici immigrati”, non a caso criticatissimo dall’élite che fu, ma ritrova oggi rari momenti comunitari forse solo nell’ironia di spettacoli come quelli di Ivan ed Enzo Colacino.

È la città in cui il mondo di sopra è ormai riempito, più che dalle massosuggestioni di «nobili istituzioni» e «architettonici lavori», dall’ossessione dei soldi. Ed è il luogo in cui sorge la Cittadella, che potrebbe rappresentare il simbolo della Regione del futuro oppure diventare l’ennesima cattedrale del (e nel) nulla, un enorme non-luogo che assurge a simbolo di quello «spazio vuoto» e grigio che è il cuore stesso della Calabria.

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