Catanzaro: cosche, affaristi e istituzioni, gli intrecci dietro il sequestro del ponte

"Operazione Brooklyn": materiali scadenti e inadeguati ma a buon mercato utilizzati per la manutenzione del viadotto Bisantis. Le intercettazioni e i legami tra i protagonisti dello scandalo sollevato dalla Dia con l'inchiesta sull'opera simbolo del capoluogo

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«Spiccona un po’ di più, spiccona un po’ di più che diventa ruvido». Hanno tratti surreali alcune delle intercettazioni captate dagli investigatori durante le indagini che hanno portato al sequestro, con facoltà d’uso, del ponte Morandi di Catanzaro. E surreali sono i comportamenti di alcuni dei protagonisti dell’ennesimo scandalo legato agli appalti pubblici finiti nelle mani di imprenditori legati al crimine organizzato: manager che discutono della inadeguatezza dei materiali da usare sui cantieri e la cui unica preoccupazione «è che facciamo brutta figura», controllori che si accordano con i controllati per riscrivere informative di pg mentre puntano il trasferimento al Ministero, segretarie che diventano manager e che «magari ci facciamo assumere» dalla società che sulla carta dirigono.

Tutti ingranaggi, sostengono i magistrati della Distrettuale antimafia di Catanzaro, agli ordini dei fratelli Sgromo, gli imprenditori catanzaresi da anni comodamente seduti alla tavola degli appalti che contano e che, grazie ad un complicato giro di società fantasma e compiacenti teste di legno a cui le stesse venivano di volta in volta assegnate, sarebbero riusciti a nascondere allo Stato, un gigante economico da 50 milioni di euro di fatturato annuo. E poi i Giampà e il senatore Ferdinando Aiello, e ancora il compianto Paolo Pollichieni e il maresciallo gdf infedele, in un baratro di affarismo famelico che si ripropone ogni volta uguale a se stesso.

Sei le ordinanze di arresto disposte dal tribunale di Catanzaro. Le manette sono scattate per i due imprenditori e per una serie di loro collaboratori oltre che per un maresciallo della guardia di finanza attualmente in forza a Reggio. Gli indagati rispondono, a vario titolo, di intestazione fittizia di beni e associazione per delinquere aggravate dalle finalità mafiose, corruzione, autoriciclaggio, frode in pubbliche forniture e truffa.

I lavori al Morandi

Quella malta non piaceva proprio a nessuno. Non piaceva al rifornitore abituale dei materiali che aveva messo in guardia il cliente: «Fai una figura di merda, quel prodotto non funziona». Non piaceva a Gaetano Curcio, direttore tecnico della Tank (la società gestita dagli Sgromo che si occupa dei lavori di ristrutturazione al viadotto Bisantis e lungo la statale tra Lamezia e Catanzaro) che temeva quel prodotto «perché se non bagni bene il supporto si fessura».

Non andava giù nemmeno al direttore dei lavori dell’Anas, Silvio Baudi, che dei lavori necessari per rendere migliore la resa del prodotto più scadente aveva paura: «non è che mi piaccia molto, meno di un centimetro non mi piace». E ovviamente, la malta Repar Tix – che la Tank aveva appena comprato in sostituzione del prodotto usato abitualmente ma molto più costoso – non piaceva agli operai che quel prodotto poi avrebbero dovuto usarlo sui cantieri: «L’abbiamo usato al Morandi, con questo materiale l’abbiamo fatto e casca tutto. Posso spicconare nu poco di più ma non va bene se mettete un altro tipo di materiale».

A nessuno piaceva quella malta da utilizzare sui cantieri, raccontano le intercettazioni raccolte dagli investigatori, e tutti erano perfettamente consapevoli che non avrebbe reso come da progetto. Ma i soldi in azienda in quel periodo scarseggiano e la liquidità necessaria per rifornirsi della malta tradizionalmente utilizzata non c’è: inevitabile svoltare su un prodotto scadente ma decisamente più economico. D’altronde era stato lo stesso Sgromo a dare il via libera all’intera operazione «pur a conoscenza – scrive il Gip – della scarsa qualità del prodotto e dell’inopportunità di mischiare i prodotti».

Un via libera che aveva cancellato tutti i dubbi. Sia nel direttore tecnico della Tank, che si affretta a presentare l’ordine di acquisto per il nuovo prodotto perché anche se «è una porcheria… è una questione finanziaria e il cantiere non si può fermare» e sia nell’ingegnere dell’Anas che, espresse le proprie perplessità, non fa una piega e firma l’ordine per 30 mila chili della malta che «aggrippa» premurandosi di promuoverne la consegna urgente.

E così, nonostante la omogenea presa di coscienza della totale inutilità del prodotto, come da perfetto copione calabrese, nei lavori Anas per il risanamento strutturale di opere del lotto 5 Calabria (che comprendono anche il ponte simbolo del capoluogo e la bretella che collega Catanzaro con l’autostrada e l’aeroporto) ci finisce proprio la malta che non fa presa sulle superfici lisce. Tanto basta «spicconare un po’ di più. Tu spiccona un po’ di più che poi diventa ruvido».

Il maresciallo e il senatore

I fratelli Sgromo sono sotto la lente della Dda dal 2016. A febbraio, un’informativa della Guardia di Finanza, anche a seguito delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, li bolla come imprenditori di riferimento della cosca Giampà: per gli investigatori delle Fiamme gialle, gli Sgromo sono agli ordini de “u professora”.
Consapevoli dell’interessamento dell’antimafia, i due fratelli cercano qualcuno tra le forze dell’ordine che lavorano al caso che li tenga informati e che, magari, riesca a intervenire in loro aiuto. L’uomo giusto, sostengono gli inquirenti, è il maresciallo Michele Marinaro, in forza alla Dia di Catanzaro ma smanioso di un trasferimento alla Presidenza del Consiglio dei ministri.

È Paolo Pollichieni (il direttore del Corriere della Calabria deceduto due anni fa), raccontano gli screenshot finiti nell’indagine, che nel 2017 fornisce il nome di un investigatore «del posto» che lavora a quella indagine. Sgromo e Marinaro cominciano così a frequentarsi: sul piatto l’intervento direttamente sulle indagini che vale il tanto agognato trasferimento. E così mentre i fratelli Sgromo, nelle informative della Pg redatte da Marinaro si trasformano progressivamente da imprenditori legati al clan e accusati di associazione mafiosa, in imprenditori vessati dalla mafia e quindi imputabili del solo favoreggiamento per non avere denunciato, la carriera di Marinaro segue la rotta che ormai era stata tracciata.

Ad occuparsene è Eugenio Sgromo in prima persona che da quel momento intensifica i propri rapporti con “Ferd”, inteso l’ex senatore Ferdinando Aiello che, annota il Gip «si è interessato per risolvere la questione che interessa il Marinaro, e cioè il suo trasferimento alla Presidenza del Consiglio». Un intervento che, ipotizzano gli investigatori, sblocca la situazione in pochi mesi. «Ho visto Ferdinando – scrive Sgromo al maresciallo – mi ha detto che ti hanno chiamato, ah che bella notizia, sono contento».

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