Barbara Corvi: 13 anni di misteri senza risposte

Scompare nel Ternano nel 2009. Gli inquirenti sospettano il marito e pensano a una lupara bianca. Ma i giudici non sono convinti e il processo stenta a partire. Le associazioni antimafia umbre lanciano una campagna: una lettera al mese per invocare la verità

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Sparita nel nulla. Senza un soldo in tasca, senza un cambio di abito, senza un bacio ai due figli. Nessuno ha più notizie di Barbara Corvi, allora trentacinquenne, dalla fine di ottobre del 2009.
Una sparizione improvvisa, da Amelia nel Ternano, poche ore dopo “l’ufficialità” in famiglia di una sua relazione extraconiugale. Da questa vicenda, è emerso il sospetto dell’ennesimo caso di lupara bianca.
E si teme che il lungo tempo trascorso possa avere reso vano l’intervento degli inquirenti che, a distanza di 12 anni dalla “sparizione” della giovane donna, avevano identificato il presunto colpevole nel marito, Roberto Lo Giudice.

Roberto Lo Giudice, marito di Barbara e suo presunto assassino

Barbara Corvi: un caso di lupara bianca?

Prima arrestato e poi scarcerato dal tribunale del riesame di Perugia, l’uomo attende di conoscere la data fissata per l’udienza preliminare, in cui il Gup deciderà se andare a processo o archiviare per la seconda volta.
Cinquant’anni, nato a Reggio, un cognome “pesantissimo” sulle spalle (anche se fuori dagli affari criminali della famiglia), Roberto Lo Giudice è la persona su cui la Procura di Terni punta l’attenzione quando nell’aprile del 2019 riapre le indagini.
Per i magistrati, lui avrebbe ucciso, con l’aiuto del fratello Maurizio, Barbara nel pomeriggio del 27 ottobre 2009 e farne scomparire il corpo. La tragica, ultima pagina di un romanzo familiare di botte e umiliazioni.

Infedeltà e lupare: un vizio di famiglia?

La “colpa” di Barbara: avere intrecciato una relazione extraconiugale.
Una storia tremenda che, nelle ipotesi dei magistrati umbri, sembra identica, nella sua mostruosità, a quella di Angela Costantino, la cognata di Barbara.
Angela aveva sposato Pietro, il fratello di Roberto, ed era stata fatta sparire dalla sua casa di Reggio nel 1994, quando aveva appena 25 anni.

 

Anche per lei, stabilirà la magistratura nel 2013, l’unica colpa fu avere intrecciato una relazione extraconiugale durante un periodo di carcerazione del marito boss. Furono gli uomini del clan a prelevarla da casa e a farla sparire per sempre.

Una marcia di Libera per la memoria di Barbara Corvi

Nino il Nano e le altre gole profonde

Figlio dello storico capobastone Giuseppe – ammazzato da un commando armato nel giugno del ’90 ad Acilia in provincia di Roma, nell’ambito della seconda guerra di ‘ndrangheta – Lo Giudice è stato tirato in ballo da Nino, un altro suo fratello. Nino, ex mammasantissima della famiglia, è da anni collaboratore di giustizia.
Interrogato dai magistrati della Dda di Reggio, il pentito racconta di un incontro in Calabria, a circa un anno dalla scomparsa della donna, in cui il fratello Roberto gli avrebbe confermato, «con un cenno del capo», che a togliere di mezzo Barbara Corvi sarebbero stati lui e Maurizio.

Alle dichiarazioni di Nino “il Nano, presto, seguono le parole di altri due pentiti.
Il primo, Consolato Villani, è un pezzo grosso del clan e racconta di come è venuto a sapere che «Barbara ha fatto la fine dell’altra».
Il secondo, Federico Greve, risponde alla ’ndrina alleata dei Rosmini e racconta agli inquirenti di come Lo Giudice lo avesse minacciato di «murare il figlio tossicodipendente come aveva fatto con la propria moglie». E poi le intercettazioni del figlio di Barbara, che in un’ambientale del 2020 descrive alla compagna la frustrazione e il timore che la madre possa essere «finita nell’acido, senza tracce».

Conti correnti e pc: le prove dell’accusa

E ancora i soldi, fatti rimbalzare da un conto a un altro ma rimasti sempre nella disponibilità dell’uomo, e le intrusioni sul pc privato della Corvi, fino alle finte cartoline spedite da Firenze per depistare le prime indagini.

Nino Lo Giudice, detto “il Nano”, il principale accusatore di Roberto

Questi elementi convincono la Procura ordinaria a richiedere l’arresto di quell’uomo violento che, sostengono i pm, si sarebbe “liberato” della moglie. Tutto questo prima di iniziare, pochi giorni dopo la denuncia di scomparsa, una nuova relazione con un’altra donna che da Reggio si trasferirà in Umbria, con un figlio al seguito, nella casa di proprietà di Barbara Corvi.
Una vicenda complessa, figlia del mondo al contrario delle coppole storte, e cucita sulla pelle di una giovane che non sopportava più la vita insieme al marito.

I dubbi dei giudici e la scarcerazione

A questa storia non hanno creduto fino in fondo i giudici del Riesame che, accogliendo le richieste dei legali di Lo Giudice, ne hanno disposto la scarcerazione in attesa della chiusura delle indagini.
Troppo tardive le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ancora: troppo vago l’accenno del capo che confermerebbe la colpevolezza dell’indagato. Nessuna certezza assoluta, inoltre, che Barbara Corvi non si sia allontanata volontariamente. Troppo fragili, infine, le ricostruzioni sui tentativi di depistaggio operati dall’indagato per confondere le acque.

Così le conclusioni del Tribunale della libertà hanno in parte ridimensionato il carico accusatorio nei confronti di Roberto Lo Giudice ma non hanno “smontato” gli avvocati di Libera che affiancano i genitori della donna scomparsa nella loro ricerca di verità. Così come non hanno scoraggiato i tanti cittadini e le associazioni che da anni continuano a chiedere: «Dov’è Barbara»?

Una battaglia di verità per Barbara Corvi

Tenere alta l’attenzione, preservare la memoria, continuare a chiedere giustizia: l’Osservatorio sulle infiltrazioni mafiose e l’illegalità dell’Umbria ha preso molto sul serio l’impegno al fianco dei familiari di Barbara Corvi.

Marce e manifestazioni e poi la gigantografia della giovane mamma esposta sui municipi dei tanti paesi che si sono uniti alla battaglia. Anche Libera ha voluto inserire il nome della ragazza tra le vittime innocenti di mafia anche se il suo corpo non è stato mai ritrovato. È la prima donna che figura nell’elenco dell’Umbria.
E ora, in occasione del prossimo compleanno di Barbara, una nuova spinta nella ricerca di quella verità raccontata dai pentiti e ipotizzata dai pm ma sempre negata da Lo Giudice. Secondo lui la moglie si sarebbe data volontariamente alla fuga, tagliando completamente i ponti col passato, figli e genitori compresi.

E allora ecco le testimonianze, i ricordi, i pensieri che verranno raccolti in lettere, una per ogni 27 dei prossimi mesi, da rendere pubbliche a cadenza regolare.
La scriveranno associazioni e pezzi delle istituzioni, personaggi famosi e semplici attivisti, tutti accumunati nella ricerca di verità e giustizia per l’ennesima vittima, in un elenco interminabile, di violenze maturate tra le mura di casa.

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