Aldo Moro e Franco Piperno, i perché ancora senza risposta

Il prof dell'Unical, la figlia dell'agente sovietico, i due brigatisti in fuga. Un mosaico difficile da comporre. Con un pezzo di Calabria che irrompe in uno dei casi più oscuri e controversi della storia italiana

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Quarantaquattro anni, tanti ne sono passati dalla strage di via Fani e dal delitto Moro, potrebbero essere un’occasione per fare chiarezza. Per avere qualcosa di più delle speculazioni necrofile che scattano ad orologeria in occasione degli anniversari tragici. Questo qualcosa – per ciò che riguarda il sequestro del leader democristiano – avrebbe un valore immenso, se provenisse da testimoni eccezionali.
È il caso di Franco Piperno, che abbiamo provato comunque a contattare.

Un mosaico in nero

Non c’è saggio sul delitto Moro in cui il nome del fisico calabrese non compaia almeno una trentina di volte. Ne citiamo quattro, più o meno recenti, che tentano di raccontare quei fatti con gli approfondimenti doverosi e col tentativo di arrivare a una verità che vada oltre le insoddisfacenti versioni “ufficiali” senza tuttavia cedere alla dietrologia.
Così ha tentato di fare lo storico ed ex parlamentare Miguel Gotor, nel suo Il memoriale della repubblica, uscito undici anni fa per Einaudi.

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Franco Piperno negli anni ’70

La spia che venne dal freddo

Ancor prima di lui ha scritto cose significative il giornalista Francesco Grignetti, nel suo Professione spia (2002), dedicato a Giorgio Conforto, il più famoso agente del Kgb in Italia. Non è da sottovalutare, inoltre, il contributo del magistrato Rosario Priore in Chi manovrava le Brigate rosse?. E per finire, cose molto significative provengono da Il puzzle Moro, l’importante inchiesta di Giovanni Fasanella uscita quattro anni fa per Chiarelettere.

Difficile orientarsi nel labirinto di citazioni, fatti, ipotesi documentate o solo verosimili, in cui, in un modo o nell’altro, spunta la figura di Piperno, che si ritrova al centro di un mosaico oscuro, che il professore non ha chiarito. O almeno non troppo.
In questo mosaico c’è di tutto: l’inchiesta giudiziaria e la spy story, il racconto giornalistico e il romanzo, il saggio storico e la suggestione indiziaria. E c’è, attraverso Piperno ma non solo, un po’ di Calabria. Non mancano le polemiche, inevitabili quando le verità si moltiplicano perché ne manca una.

Giorgio Conforto, in questa vicenda, c’entra indirettamente. Il legame tra Piperno e lui passa attraverso la figlia Giuliana, protagonista ufficialmente inconsapevole, del colpo di coda calabrese dell’affaire Moro.
Conforto padre, nel 1979, è un funzionario del Ministero dell’agricoltura con un passato a dir poco interessante: legato all’Urss sin dalla prima giovinezza e salvato per un pelo dai rigori del Fascismo (della sua situazione si occupò personalmente Arturo Bocchini, il supersbirro di Mussolini) era stato per anni al servizio del Kgb come capocentro. Giuliana, invece, è una fisica ricercatrice, amica da anni dello scienziato calabrese.

Proprio quest’ultimo si sarebbe interessato per procurare a Giuliana, separata da poco e con due figlie, un incarico all’Università della Calabria. Sempre nello stesso periodo Piperno e Lanfranco Pace, ex esponenti di punta di Potere Operaio, chiedono a Giuliana di ospitare due “compagni in difficoltà”. Sono Valerio Morucci e Adriana Faranda, Br in fuga, che avevano avuto un ruolo nel sequestro Moro ma si erano dissociati dall’ala dura del movimento, che faceva capo a Mario Moretti e ad Alberto Franceschini.

Giuliana Conforto ospita i due, mentre fa su e giù dalla Calabria. E ne paga il prezzo: la notte del 29 maggio del 1979 la polizia fa irruzione in casa sua, a viale Giulio Cesare. La ricercatrice finisce in manette assieme ai suoi ospiti, di cui nega di conoscere la reale identità. Ma c’è di più: durante il blitz di viale Giulio Cesare, gli agenti trovano un arsenale di armi, tra cui la famigerata pistola Skorpion usata per uccidere Moro.

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Lanfranco Pace negli anni ’70

È doveroso dire che Giuliana Conforto è stata prosciolta da ogni accusa a livello giudiziario. Ma restano alcuni dubbi a livello storico. Il primo deriva dalle dichiarazioni di Pace e Piperno, riportate da Grignetti, che risultano in parte discordanti. Infatti, Pace dichiara di aver rivelato alla Conforto importanti elementi sull’identità dei suoi ospiti. Piperno, invece, si è limitato a parlare di “compagni con problemi”.

Ma la dietrologia non finisce qui, perché Fasanella e Gotor vanno oltre. E pensano che nel blitz di viale Giulio Cesare potrebbe aver avuto un ruolo Giorgio Conforto, che avrebbe “consegnato” Morucci e Faranda in cambio della “salvezza” di Giuliana… sono ipotesi non confermate ma, a quel che risulta, neppure smentite.

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Il brigatista rosso, Valeri Morucci

La deposizione

Lo spessore politico e intellettuale di Piperno emerge in pieno dalla deposizione resa il 18 maggio 2000 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, presieduta dall’ulivista Giovanni Pellegrino.
In quell’occasione Piperno racconta il suo ruolo nel sequestro Moro. La vicenda è risaputa: su invito di Mario Scialoja, all’epoca direttore de l’Espresso, lo scienziato calabrese tentò una mediazione col Psi, attraverso il vicesegretario Claudio Signorile, per rompere il “fronte della fermezza”, costituito – com’è noto – da Dc e Pci.

Nella sua deposizione, Piperno dice due cose importanti, che suonano un po’ come una smentita e un po’ come una reticenza. Afferma che il suo gruppo, che faceva capo alla rivista Metropolis, non aveva rapporti con Morucci e la Faranda e dice di non ricordare quali fossero stati i suoi contatti con le Br. Al riguardo, si spinge oltre: «Anche se li ricordassi non li direi, per un impegno d’onore».
Poi marca la differenza tra Potere Operaio, di cui era stato leader, e le Br: anarcosindacalista e “sorelliano” PotOp; comuniste, anche d’ispirazione cristiana, le Brigate. Carica d’ironia l’accusa di “analfabetismo politico” rivolta ai brigatisti. Ma anche un’accusa facile, perché a livello culturale tra lui e Negri da un lato e i vertici delle Br dall’altro c’era un abisso.

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Adriana Faranda, militante delle Brigate Rosse

Resta un dubbio su due aspetti della vicenda: Morucci era comunque una conoscenza di Piperno, visto che proveniva da Potere Operaio. E, come abbiamo visto, resta agli atti l’impegno del professore calabrese per aiutarlo dopo la rottura.
Inoltre, Morucci, pur avendo avuto un ruolo forte nel sequestro di Moro (lui e la Faranda sarebbero stati i “postini” delle Br), era entrato in collisione con l’ala militarista e mirava a negoziare. Possibile che non sia stato proprio lui il contatto di Piperno? E ancora: Flora Pirri, all’epoca moglie di Piperno, fu arrestata con l’accusa di aver partecipato all’attentato di via Fani. Fu una svista clamorosa, che – per fortuna – non ebbe conseguenze giudiziarie. Ma è una svista indicativa di come i movimenti e i legami del prof fossero più che attenzionati.

Infine, sull’unico numero di Metropolis fu pubblicato un fumetto che raccontava in termini realistici (e corrispondenti al vero) gli interrogatori subiti da Moro. Siamo sicuri che i contatti del prof fossero persone “borderline”, come dice lui o elementi interni?
Secondo aspetto: Gotor ipotizza che l’impegno di Piperno mirasse a discolpare gli ambienti dell’autonomia dalle accuse di collusione con la lotta armata. E questo è comprensibile, sebbene operare distinzioni in ambienti “permeabili” in cui i militanti passavano da un gruppo all’altro con facilità sia tuttora impossibile.

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L’agguato di Via Fani in cui fu rapito Aldo Moro

E tuttavia: perché proprio Piperno? Solo perché era figura di grande spessore e prestigio o, non piuttosto, perché in PotOp si erano formati alcuni futuri militanti delle Br?
Su altre accuse, Piperno ha dato smentite secche. Ci si riferisce a quelle, formulate da Gotor, secondo cui lui avrebbe gestito la vicenda dell’appartamento di via Gradoli.
Ne prendiamo atto, anche perché questa vicenda è oggetto di una pesantissima querela rivolta dalla giornalista tedesca Birgit Kraatz a Gero Grassi, ex membro della Commissione Moro 2. Ma non ci sono sue smentite su quanto scrivono Grignetti e Gotor sui rapporti con Morucci.

La scuola delle spie

L’aspetto più inquietante della parabola delle Br e quindi del sequestro Moro resta la scuola di lingue Hyperion, fondata a Parigi nel ’77 da Corrado Simioni, intellettuale inquieto ed ex membro del gruppo originale da cui sarebbero sorte le Brigate Rosse.
Assieme a Simioni ebbero un ruolo in questa scuola anche Duccio Berio e Vanni Mulinaris. I tre avrebbero, inoltre, fatto parte della cosiddetta Superclan (che sta per Super clandestina), un’organizzazione scissionista delle Br, di cui non approvava le modalità operative.

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Il corpo senza vita di Aldo Moro ritrovato in via Caetani

Piperno nella sua deposizione afferma di non aver avuto rapporti con la scuola Hyperion. Tuttavia, secondo Priore, questa scuola avrebbe avuto rapporti con le Br: aprì una sede a Roma poco prima del sequestro Moro e questa sede era vicina a via Caetani, dove fu ritrovato il corpo dello statista. E ci sarebbe dell’altro: secondo molte accuse, mai finite in una sentenza, Hyperion sarebbe stata una “centralina” sia dei gruppi eversivi internazionali (Olp, Ira, Eta e Br ecc.) sia di alcuni Servizi segreti, tra cui Cia e Kgb. Il che riporta senz’altro a Conforto. Ma anche ad altri Servizi: in questo caso la Stasi, che aveva schedato Piperno, Morucci, Faranda, Pace e altri protagonisti di questa vicenda.
Inoltre, un docente di Hyperion fu l’ex PotOp Toni Negri. Davvero è impossibile saperne di più?

Inchiesta alla ’nduja

Il contraccolpo sulla Calabria fu il blitz all’Unical dei carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, avvenuto il 29 giugno 1979. Fu una maxiperquisizione senza esiti giudiziari ma seguita da polemiche aspre.
Contro il generale si schierò Giacomo Mancini. I comunisti, in particolare Franco Ambrogio, presero posizione contro le Br.
Altri tempi. Che sarebbe opportuno ricostruire con più chiarezza.

Franco Piperno in una foto di qualche anno fa

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