A.A.A. cercasi voti: porte aperte nei partiti per i trasformisti

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La moda moralista dell’ultimo periodo istiga ad accusare chi cambia partito e schieramento, additato puntualmente come “cambiacasacca” e, in maniera più evergreen, “voltagabbana”.
Ma chi toccherebbe Dorina Bianchi? Lei è esente da accuse, perché ritiratasi dalla politica per fare la funzionaria del Ministero della Sanità.
Eppure, finché è durata la sua corsa, la bionda di Crotone è stata il parametro dell’instabilità politica calabrese: diventata parlamentare con il Ccd nel 2001, passa nell’Udc, quindi nella Margherita dopo essere transitata nel gruppo Misto.
La scelta è felice: diventa deputata grazie all’Ulivo nel 2006. Quindi batte il ferro finché è caldo e aderisce al Pd, di cui diventa prima dirigente nazionale (2007), poi senatrice (2008).

Nel 2011 tenta il ritorno a destra, candidandosi a sindaca di Crotone con uno spezzone di Udc e Pdl. Non ce la fa, ma capisce dove soffia il vento e aderisce al Pdl, grazie al quale ridiventa deputata nel 2013.
Ma la stella di Berlusconi ormai declina, quindi la Nostra rivira a sinistra, in maniera più scaltra: aderisce alla scissione di Ncd e quindi al governo Renzi, di cui nel 2016 diventa sottosegretaria alla Cultura e al Turismo.
Molla la presa nel 2018.

Lei è la meno peggio tra tutti gli accusati di opportunismo: a suo carico non c’è un’inchiesta giudiziaria né uno scandalo giornalistico. Neppure un gossip privato, che, data la sua bellezza, ci starebbe. Solo una navigazione a vista, gestita con gran fiuto, tra schieramenti e partiti, che le ha consentito di stare a galla nella Roma “che conta” per quasi diciotto anni. Colpa sua? No. Semmai, dei partiti che gliel’hanno permesso e dei cittadini che l’hanno votata. Molti dei quali, c’è da scommettere, tuonano ora contro l’incoerenza…

Lo schema

Per capirci meglio, fissiamo uno spazio (rettangolare, quadrato o circolare non importa) e due punti alle sue estremità. Chiamiamo questi punti “destra” e “sinistra” (oppure “a” e “b”: fa lo stesso) e proviamo a osservare i movimenti dei politici tra l’uno e l’altro.
A volte, si ha l’impressione di osservare un pendolo che oscilla con cronometrica precisione, come un metronomo o il ciondolo dell’ipnotista. Altre volte, i movimenti sono così frenetici e irregolari che si rischia di diventare strabici a seguirli.
In altri casi, invece, il passaggio è uno solo, ma fatto con tanta gradualità da risultare impercettibile.

Il problema non sono i politici che oscillano, ruotano, orbitano e fanno persino piroette pur di prendersi la poltrona. Il problema, ripetiamo, sono i partiti che, pur di piazzare bandierine accolgono di tutto senza andare per il sottile.
L’involuzione è colpa loro: con la crisi della Prima repubblica si sono “alleggeriti”, hanno perso o ridimensionato strutture, perché il vecchio sistema tangentizio a base collettiva è finito e ne ha preso il posto uno a gestione individuale e familiare, e non riescono a controllare i territori in maniera capillare. Anzi, ne sono ostaggi.

Chi ha capito tutto questo per tempo è stato Clemente Mastella, il vero vate della trasformazione politica italiana dalla partitocrazia al nuovo feudalesimo. Il suo Udeur, concepito come contenitore vuoto per traghettare esponenti e voti da destra a sinistra (e viceversa), ha fatto scuola.
Tant’è che in più d’uno ha tentato di seguire le orme del Maestro. Tra tutti, spicca Giorgia Meloni. Ma il paragone tra un vecchio volpone democristiano e una non più giovane postmissina è davvero infelice: Mastella è uscito da tutti i guai, fa il sindaco di Benevento e i sui trascorsi sembrano dimenticati. Per la sora Giorgia i problemi sembrano all’inizio e molti di questi sono calabresi…

Pino Gentile, un socialista è per sempre

«Mio fratello è un papa», ha dichiarato con una delle sue battute al fulmicotone l’ex senatore cosentino Tonino Gentile. E aveva ragione: quella dei Gentile non è una corrente politica né un indirizzo filosofico (che tra l’altro c’è già e non garantisce alcun potere).
È una confessione religiosa che conta tanti, fedelissimi adepti. Non ha inquisizioni perché è eretica di suo, a patto che l’eresia sia stabilita dai vertici.

La carriera di Pino Gentile è semplicemente fantastica: nato nel vecchio Psi, grazie a cui è diventato un leader cittadino e una presenza fissa di Palazzo dei Bruzi, è riuscito a diventare sindaco nel Pri. Col collasso della Prima repubblica e col ritorno di Giacomo Mancini, Gentile fiuta l’aria e tenta di entrare in Forza Italia, diventata il più grosso rifugio per socialisti senza fissa dimora ma dalle grandi capacità elettorali.
Ci riesce dopo aver scalzato i fratelli Occhiuto, che si rifugiano nelle sigle ex democristiane (Ccd prima e Udc poi).

Il quindicennio in Fi è l’età dell’oro per l’ex sindaco, che ricopre a più riprese incarichi importanti in Regione e riesce a pesare anche dall’opposizione. Tanto più che il suo “sistema” viene puntellato a Roma dal fratello Tonino.
La loro svolta avviene col passaggio a Ncd, grazie al quale approdano alla corte di Renzi, che nomina il senatore suo sottosegretario. È una nomina effimera, che termina dopo pochi giorni in seguito al cosiddetto “Oragate”, lo scandalo sollevato dall’ex quotidiano “L’Ora della Calabria”. Dopo un’ultima presenza nel partito di Alfano, i Gentile tornano in Forza Italia.

Ma il loro consenso elettorale non basta più: Andrea, il figlio di Tonino, è travolto dallo tsunami grillino e non riesce a diventare deputato alle ultime Politiche. L’anziano Pino, invece, non rientra in Consiglio regionale, a dispetto di ottomila e rotte preferenze. Nonostante il fiuto innegabile, aveva sbagliato lista.
Ora Pino, dopo aver incontrato difficoltà politiche (aggravate da qualche intoppo giudiziario) parrebbe intenzionato a bussare alla Lega, o in prima persona e in ticket con la fedelissima Simona Loizzo, o per interposta persona, cioè attraverso la sola Loizzo.

Ennio Morrone, il mastelliano di Calabria

Più trasversale dei Gentile, la dinastia dei Morrone è un esempio da manuale di sopravvivenza politica attraverso la gestione del potere.
Ennio Morrone nasce come ingegnere e imprenditore di area socialista. Diventa consigliere alla fine della Prima repubblica e poi transita col vecchio Giacomo Mancini.
La sua ascesa vera inizia con I Democratici, grazie ai quali diventa deputato. Poi passa nell’Udeur, che lo fa eleggere prima in Regione e poi di nuovo in Parlamento a metà anni Zero.

È il momento d’oro, in cui il potere di Ennio diventa dinastico: suo fratello Aurelio è vicesindaco di Cosenza e i suoi interessi di imprenditore si estendono alla Sanità privata, un settore in cui acquista più cliniche.
Finita la stagione mastelliana, il Nostro aderisce a Forza Italia, con cui diventa consigliere regionale, mentre suo figlio Luca entra a Palazzo dei Bruzi come presidente del Consiglio Comunale.

Poi gli interessi di famiglia si spostano di nuovo, perché dopo la sfiducia a Mario Occhiuto gli ambienti cosentini di Forza Italia diventano meno praticabili per i Morrone. Infatti, Luca aderisce a Fratelli d’Italia (non prima di essersi candidato a sostegno del democrat Guccione nelle amministrative 2016), con cui diventa vicepresidente del Consiglio regionale. Tuttavia, la nuova linea legalitaria di Giorgia Meloni gli ha creato qualche difficoltà: Morrone jr, infatti, è rimasto impigliato nell’inchiesta Passepartout e rischia l’incandidabilità. Ma niente paura: secondo voci accreditate (e riportate da tutti i media) avrebbe deciso di candidare la moglie al posto suo. Ancora non si sa dove.

Roberto Occhiuto, Dc nonostante tutto

«Non moriremo democristiani», recitava un vecchio slogan che Roberto Occhiuto sembra aver fatto suo, ma interpretandolo in maniera democristiana.
Formatosi nei gruppi giovanili della Dc tenta l’ingresso in Forza Italia, ma i Gentile gli sbarrano il passo. Quindi ripiega nel Ccd e poi nell’Udc, grazie al quale diventa consigliere regionale e, in seguito deputato.

Il suo capolavoro politico risale al 2011, quando è all’opposizione a Roma assieme a Casini ma governa in Calabria con Berlusconi. Suo fratello Mario diventa sindaco di Cosenza e l’Udc ha un peso notevole nella giunta regionale di Scopelliti.
In seguito al collasso del Pdl, rientra in Forza Italia, dove diventa deputato e leader regionale. Si prepara a conquistare la Regione, ma i suoi interessi cosentini sembrano spostarsi verso Fdi, a cui ha fatto aderire Francesco Caruso, sodale di suo fratello Mario. Un tentativo di colonizzazione, a cui il partito della Meloni, per quel che abbiamo già detto, si presta benissimo.

Pietro Fuda e abbiamo detto tutto

Per Fuda basta il giudizio tranchant di Maurizio Gasparri: occorrerebbe mettere uno stop ai cambi di schieramento, dopo tre volte uno resta dov’è.
Fuda è un altro miracolo politico: grazie a lui Siderno è stata per un decennio buono la capitale degli equilibri politici calabresi. Nato a sinistra, Fuda transita nel centrodestra, alternandosi tra la guida della sua cittadina e le alchimie parlamentari. Torna a sinistra con Loiero e poi si avvicina all’Italia del Meridione di Orlandino Greco, che dopo essere stato oliveriano (da ex giovane missino) si è avvicinato al centrodestra.

Fuda, secondo i bene informati, sarebbe intenzionato a candidarsi con la Lega. Questa scelta avrebbe imbestialito il dirigente cosentino Mimmo Frammartino, che ha mollato Idm. Questo è l’ennesimo cambio anche per Frammartino, che prima di diventare sodale di Greco era stato nell’area socialista e poi nel Pd. C’è da pensare che, date le dichiarazioni, almeno non passerà nel centrodestra.

Ernesto Magorno, renziano anche suo malgrado

Più lineare, ma non meno vertiginosa l’evoluzione politica di Magorno, nato socialista, poi approdato al Pd, di cui è stato segretario negli anni d’oro del renzismo.
Di recente ha lasciato il Pd per aderire a Italia viva, il partito del suo capo. E ha tentato di avvicinarsi al centrodestra in vista delle prossime regionali. Purtroppo per lui, gli ha sbarrato la strada quel poco di base di cui dispone in Calabria il suo stesso partito. Il motivo è semplice: Renzi, seppur criticissimo verso il Pd, non se la sente di fare lo strappo. E Magorno deve abbozzare. Per ora…

Cambiacasacca per necessità

Non sempre si cambia per opportunismo o potere. A volte, è questione di sopravvivenza. Così è per Giuseppe Giudiceandrea, brillante esponente della sinistra calabrese. Formatosi nelle sigle postcomuniste (Rifondazione e poi Sel), Giudiceandrea ha aderito al Pd, con cui ha fatto il consigliere regionale nell’era Oliverio.
Ora si è schierato con de Magistris e forse non c’è da dargli tutti i torti, perché il Pd ha una rara capacità di divorare i suoi figli, specie se giovani, come ha capito sulla sua pelle Nicola Irto. Per andare coi Masanielli, Giudiceandrea ha fatto leva su Azzurra, l’associazione d’area che fa capo alla Boldrini. Non è dato sapere se sia ancora nel Pd.

Questa casa non è un albergo?

La colpa è dei partiti, che prima sono diventati alberghi a ore e adesso mirano a trasformarsi in camping, in cui sostare il minimo necessario per dormire un po’ o infrattarsi.
I più funzionali alla bisogna sono ciò che resta dell’Udc e Fdi, che per sopravvivere o crescere, hanno preso di tutto. Coprendosi di figuracce a cui la sola Meloni tenta di rimediare, forse tardi e male. I casi di Creazzo, transitato da sinistra a destra e finito sotto inchiesta per presunti legami ’ndranghetistici, e quello, recentissimo, di Nicola Paris, sono esempi da manuale di come non si dovrebbe selezionare. Esempi da cui i partiti 4.0 sembrano non voler imparare niente…

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