La Calabria e la stampa “che conta”: storia di un pregiudizio

Per molte grandi firme dei giornali nazionali è stata sempre una terra di cui si può parlare solo male, o quasi. Tra antimeridionalismo più o meno dichiarato e ricerca dello scandalo a tutti i costi

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La Calabria una e trina. Trina, soprattutto, grazie al racconto delle grandi firme della stampa “che conta”. La prima Calabria, la più vecchia, è quella dei pregiudizi, che grazie all’appeal di grandissimi, come Indro Montanelli e Giorgio Bocca, ha fatto scuola. Terra terribile e irredimibile. L’epigono, forse suo malgrado, di questa tradizione è Corrado Augias, che commentò, nell’immediato indomani dell’inchiesta Terre perdute, coordinata da Gratteri in persona, in maniera a dir poco dura: «Io ho il sentimento che la Calabria sia irrecuperabile».

La seconda Calabria rievoca la Sindrome di Stoccolma: terra ostaggio delle sue classi dirigenti. Questa narrazione, forse la più recente, ha il suo capofila in Michele Santoro, che puntò le antenne di Annozero sulla classe dirigente calabrese a partire dal delitto Fortugno e ce le tenne ben dritte anche dopo, in occasione delle inchieste Why Not? e Poseidone di Luigi de Magistris.

La terza Calabria, più simile alla seconda che alla prima, è la terra degli scandali un tanto al chilo, su cui si è esercitato negli ultimi anni Massimo Giletti, che ha allacciato una singolare sinergia col giornalismo locale, a cui ha fatto da grancassa: l’assessore corrotto, il mafioso corruttore e protervo, il pasticciaccio brutto della Sanità si trovano sempre…

Stampa vs Calabria: in principio fu Indro

A dirla tutta, Montanelli non si esercitò troppo sul Sud, perché la sua linea giornalistica aveva un gran successo sotto Roma, dove quella borghesia conservatrice (e a volte un po’ retriva) che amava la grande penna toscana era particolarmente consistente.
Il mitico Indro, a cui si attribuisce tutto l’antimeridionalismo dell’universo, in realtà si teneva piuttosto abbottonato, con un cerchiobottismo simile a quello della Dc, che aveva votato a più riprese “turandosi il naso”.
Sì, il Sud era arretrato e un po’ canaglia. Ma era anche la Patria di alcuni miti montanelliani, tra cui Giustino Fortunato: «Finché il Mezzogiorno genererà uomini così», rispose il grande giornalista a un lettore, «vale la pena di spendersi».

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Indro Montanelli

E la Calabria? Troppo marginale per interessare davvero qualcuno, era la terra ideale per intingere il pennino nella sostanza che il fondatore de Il Giornale prediligeva: il curaro.
Tralasciamo alcune polemiche degli anni ’60, riportate in Calabria grande e amara (1964), il classicone di Leonida Repaci, e concentriamoci su un passaggio de L’Italia dell’Asse (1980) in cui Montanelli esprime il suo pensiero sulla Calabria mentre parla d’altro, cioè della conquista dell’Albania e del suo leader, re Zog.

Ecco cosa scrive il giornalista toscano: «Il re Ahmed Zog, come si usa dire, “non nasceva”. Apparteneva a una dinastia di capimafia del Mathi, che sarebbe un po’ la Calabria dell’Albania, e il suo vero nome era Ahmed Zogolli». Inutile ricordare che l’Albania del ’38, uscita da poco meno di vent’anni dal dominio turco, era la zona più arretrata dei Balcani…

La Calabria cambia, la stampa cambia

Giusto un’avvertenza: i rapporti tra grande stampa e Calabria (e viceversa) iniziano a cambiare non appena si consolida una rete consistente di informazione regionale. Non più (e non solo) inviati e corrispondenti di testate nazionali e non più (e non solo) redazioni locali di testate che avevano fuori regione testa e cassaforte.

Ma giornali regionali solidi, basati su reti di cronisti ramificate e consolidate sul territorio. E perciò capaci di creare continuità nell’informazione, dal livello strettamente locale al nazionale, e, a volte, di dialogare da pari con i big del giornalismo.
Con un po’ di malignità, si può aggiungere che la crisi dell’editoria ha spinto le testate più importanti a non tralasciare nulla, Calabria inclusa, pur di fare i numeri. Soprattutto nell’era del web.

Il perfido Bocca

Giorgio Bocca, l’altro alfiere del pregiudizio antimeridionale, appartiene al “prima” dell’evoluzione massmediale. E, c’è da dire, ci va giù pesante.
Le tracce del suo feeling antiterronico (e anticalabrese) si trovano in almeno tre libri. Il primo è L’Inferno. Profondo Sud, male oscuro (1992), un reportage choc che sbancò in libreria e diede filo da torcere al best seller Fatherland di Robert Harris.
Il secondo è Il provinciale, l’autobiografia del grande giornalista piemontese, uscita sempre nel ’92. Il terzo è Aspra Calabria, ancora del ’92, in cui Bocca salva solo il procuratore Agostino Cordova.

Giorgio Bocca

Il Sud è male, la Calabria peggio

Il Bocca-pensiero sulla Calabria procede per cerchi concentrici. Quello più esterno esprime un concetto: il Sud è male. Quello più interno, lo specifica: la Calabria è peggio.
Ne Il provinciale, ad esempio, i passaggi sul Mezzogiorno sono pesantissimi.
Eccone uno: «Passo per antimeridionale e lo sono nel senso che sono troppo vecchio per essere un’altra cosa. Il meridionalismo, la rinascita del Sud li lascio in eredità ai miei figli, ma temo che li passeranno ai nipoti. Sono quarant’anni e passa che ascolto le lagne del meridionalismo e ho capito che in quel che mi resta da vivere saranno sempre le stesse ».

Eccone un altro: «In questi quarant’anni tutti gli altri meridioni del mondo industriale si sono tirati su le brache (…) e nessuno di questi Sud è afflitto dalla malavita organizzata che si è diffusa nel nostro, a metastasi».
E infine: «La Mafia sarà potente, abile, invisibile, impunita, ma possibile che a nessuno o a pochissimi nel Sud sia venuta la voglia di spararle contro, di dirle basta?».
La condanna di Bocca diventa senza appello sulla cultura. Per il grande giornalista alpino, i meridionali «se stanno giù non si liberano della retorica umanistica che non posso certo descrivere qui in due parole, ma che si riconosce come un odore di stantio, come qualcosa fuori dal mondo». Roba da far fischiare le orecchie ai vari Franco Cassano e ai loro pensieri più o meno “meridiani”…

Giornalismo alla calabrese

Sempre ne Il provinciale Bocca si sofferma sulla Calabria. In particolare, parla del suo incontro con l’avvocato di Saro Mammoliti: «La Mafia è come un cavallo nero, su cui salgono le zecche, i pidocchi, legulei, magistrati o avvocati che siano. Arrivo a Locri, terra di Mafia, e vado a parlare con l’avvocato Jovine, difensore di Saro Mammoliti, della grande famiglia mafiosa di Gioia Tauro, che vedo uscire dal suo ufficio».

Mommo Piromalli
Don Mommo Piromalli

Più interessanti, i passaggi su Giuseppe Parrella, giornalista di Palmi, che Bocca definisce anche «di mafia». Parrella, racconta Bocca, si barcamena come può, tra carabinieri, mammasantissima e loro parenti. In particolare i Piromalli, che allora erano la ’ndrina del potentissimo don Mommo. Il ritratto è ironico, a tratti ammirato e pieno di comprensione. Parrella, per avere notizie, non esita a fare gli auguri a una Piromalli, che ha appena avuto un figlio, il quale ha ricevuto un assegno da un milione di lire da uno zio latitante. Roba inconcepibile nell’antimafia militante di oggi. Ma sicuramente comprensibile nel giornalismo degli anni ’80, molto più difficile da praticare in periferia.

Una “normale” terra martoriata

Dopo che Michele Santoro ha rotto il tabù, la Calabria va tranquillamente in prima serata, purché produca scandali.
Lo sa bene Massimo Giletti, che si è divertito sadicamente a raccontare le malefatte della Sanità e della Regione. Ma a Giletti si può dare una piccola attenuante: almeno ha dato voce ai giornalisti calabresi che hanno prodotto le notizie. Non altrettanto ha fatto Mario Giordano nel suo Profugopoli (2016), in cui racconta della vicenda del centro migranti di Aprigliano riconducibile alla famiglia Morrone senza menzionare la fonte originaria…

Mario Giordano

A proposito di Michele Serra

Ma ci sono giornalisti che guardano alla Calabria con pacatezza e con disincanto. È il caso di Michele Serra, che nel suo Tutti al mare (1985), racconta la speculazione sulle coste calabresi, da Scalea in giù con garbata ironia.

Feltri, basta la (mala)parola

Doverosa la citazione di Vittorio Feltri, non foss’altro perché si è fatto quasi radiare dall’albo (si è cancellato da sé prima) per averle sparate grosse sul Sud.
L’ex direttore responsabile di Libero ha capitalizzato la libertà della terza età ed è andato giù duro sulla Calabria, di cui ha estremizzato i luoghi comuni negativi fino al paradosso: «Se fossi in Conte mi rivolgerei a un boss della ’ndrangheta», ha dichiarato il giornalista lumbard mentre la pandemia faceva ancora strage.
Non serve altro. O forse sì: i politici calabresi la smettano di prenderlo sul serio e cerchino di non dargli ragione coi loro comportamenti.

Vittorio Feltri
Vittorio Feltri

Scalfari non pervenuto

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Eugenio Scalfari

Eugenio Scalfari, originario di Vibo, di Calabria ha parlato poco. E quel poco l’ha delegato alle firme dei suoi giornali. C’è da capirlo: uno che commentava le elezioni del Papa o le crisi di governo mica poteva soffermarsi su “semplici” storie di mafia e di malaffare… Restano solo i ricordi delle estati nella terra natia. Innocui e sognanti come tutte le memorie d’infanzia.

E domani?

Di Calabria il web oggi parla tantissimo e i nostri governatori hanno guadagnato il diritto di essere bastonati e irrisi come tutti gli altri. Lo sa bene Agazio Loiero a cui Marco Travaglio dedicò un titolo mitico: Agazio che strazio.
Ma la palla passa ai giornalisti calabresi, a cui tocca l’onere di passare un racconto ben fatto, degno di essere amplificato e ripetuto. In fin dei conti, il medium è sempre il messaggio…

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Marco Travaglio

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