Santa Lucia: dalla cuccìa ai Ferragnez senza più doni ai bambini

Una tradizione pagana antichissima si mescola con la fede cristiana nella festa di oggi. La Calabria la celebra anche tra i fornelli con un piatto che cambia di paese in paese.

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Oggi è il giorno di Santa Lucia, il giorno del calendario che precede il trionfo dell’avvento, la luce del Natale cristiano, il giorno del sole che per la fede non conosce tramonto. È la giornata che coincide nella mappa del cielo col giorno del solstizio d’inverno. Dal buio alla luce. Santa Lucia segna infatti il passaggio tra la notte più lunga dell’anno e il giorno che per la prima volta accorcia le tenebre della notte invernale. È la giornata che vede mescolarsi la commemorazione cristiana della santa protettrice della vista e della luce con simboli e liturgie precristiane e ancestrali molto più antiche.

Demetra e Kore
Demetra e Kore

La festa cristiana coincide infatti sincretisticamente con il mito pagano della vittoria della luce sulle tenebre. Demetra ritrova la figlia Kore sequestrata dalle tenebre e riemersa alla luce. Attraverso la notte più lunga e oscura dell’anno, la Dea Madre rigenera e riporta la vita dalla morte verso la Luce del Sole nuovo, in grado di riconfermare benessere, ricchezza e abbondanza per tutto l’anno a venire, nutrendo i semi delle piante primaverili nel suo grembo invernale.

A livello astrologico, la rappresentazione celeste della Grande Madre, e delle divinità femminili Demetra, Persefone, Artemide e Cerere (e Santa Lucia) si ritrova nella costellazione della Vergine (Virgo), dalla natura astrale femminile e associata alla fertilità e alla purezza. La stella più luminosa della costellazione della Vergine si chiama Spica, ovvero la “spiga”, la cui levata nel cielo era tradizionalmente connessa nel mondo contadino al periodo dei raccolti e della mietitura del frumento e degli altri cereali.

Il giorno della cuccìa 

Questo in Calabria, e soprattutto nella provincia di Cosenza, è il giorno della cuccìa (dal greco koukkìa). È una preparazione alimentare tradizionale che ebbe origine nella Grecia antica, dove assumeva in origine i connotati di un cibo rituale per la commemorazione dei defunti. Da qui la cuccìa si diffuse nei paesi dell’Europa orientale e nelle regioni dell’Italia meridionale, dove venne associata alla ritualità della celebrazione della santa della luce, venerata anche dalla chiesa ortodossa. Nella tradizione popolare calabrese la cuccìa diviene quindi l’alimento rituale che assurge a simbolo gastronomico dell’assimilazione cristiana dei miti antichi e del mondo greco-bizantino.

Paese che vai, cuccìa che trovi

In alcuni paesi della Sila Greca, la cuccìa è un dolce realizzato con ingredienti di antica tradizione: grano, noci, miele di fichi (o di mosto) e, a piacere, cannella. A Mendicino, piccolo centro di origine medievale a pochi chilometri da Cosenza, la sua preparazione e consumazione sono parte integrante delle celebrazioni in onore di Santa Lucia, a cui la comunità è molto devota.

Cuccìa in preparazione a Mendicino
Cuccìa in preparazione a Mendicino

La cuccìa mendicinese è composta da 13 ingredienti (come il giorno del calendario cristiano in cui si commemora la santa della luce) tra cui molti legumi e cereali: ceci, cicerchie, fave, piselli, lenticchie, fagioli, orzo, grano, poi castagne, olio d’oliva, sale. Il composto si prepara dopo lunga cottura in un calderone che, nel dialetto locale, prende il nome di quadara. La tradizione degli antichi rituali di condivisione vuole che la pietanza sia consumata in piazza, nel pomeriggio del 13 dicembre, accompagnandola con del pane caldo e un bicchiere di vino.

Con la cioccolata a Paola

Sempre nel cosentino, a Paola, patria di San Francesco, patrono della Calabria, la cuccìa tradizionale è pure un dolce. La pietanza infatti assume le fattezze di una cioccolata calda arricchita dall’aggiunta di noci, scorza d’arancia, uva passa, grano bollito, cannella e chiodi di garofano. La sera del 12 dicembre, secondo la tradizione, ogni famiglia prepara la cuccìa, affinché durante la notte Santa Lucia possa imprimere il suo segno su di essa e da quella notte favorire la rinascita del sole per riportare luce e calore. Il giorno successivo il dolce viene scambiato tra amici e parenti.

Cuccìa al cioccolato
Cuccìa al cioccolato – I Calabresi

La zuppa presilana 

Vicino a Cosenza, nei comuni della cortina presilana, la cuccìa, che si mangia soprattutto lontano dal Natale, è invece ancora una volta una zuppa salata che si prepara con grano bollito e carne di capra o maiale, abbondantemente condita da spezie. La tradizione di questi luoghi vuole che il piatto venga preparato in tre lunghe giornate, passando per varie fasi: la pulizia del grano, la sua macerazione in ammollo, e poi la bollitura in un calderone e la cottura finale nel forno a legna, in un recipiente di terracotta che è detto tinìellu.

La versione presilana della cuccìa
La versione presilana della cuccìa – I Calabresi

Il nome popolare della pietanza “cuccìa” deriverebbe dal processo di selezione del grano che veniva fatto a mano chicco per chicco per separarlo dalla veccia. Nell’area dei Casali cosentini il piatto è anche collegato a una tradizione devozionale che viene fatta risalire al XXVI sec. quando fu edificato il convento di San Francesco di Paola a Pedace, costruito sui resti del cenobio della confraternita di Santa Maria della Pietra.

Santa Lucia portava doni 

Un tempo non molto lontano, ben prima dell’invenzione di Babbo Natale, Santa Lucia in Calabria era portatrice di doni e di abbondanza e visitava le case proprio nella notte tra il 12 e il 13 dicembre. Era la Santa della luce che viaggiando a dorso di un asino portava i doni ai bambini. Anche l’asino sul piano simbolico è un animale collegato prima che alle tradizioni cristiane dell’avvento, ai miti pagani del mondo saturnino, connesso alle forze della natura, alla terra, alla morte, ma è anche simbolo di regalità, di umiltà e di saggezza.

Un disegno che raffigura Santa Lucia e il suo asino mentre portano doni ai bambini – I Calabresi

Le offerte per la santa

La sera prima del 13 dicembre, i bimbi in attesa dei doni lasciavano delle piccole oblazioni alla santa e alla sua cavalcatura, vere e proprie offerte rituali. Arance e mandarini, noci, una fetta di pane, mezzo bicchiere di vino rosso per la santa attesa ospite per la notte; e anche l’asino, fedele compagno di lavoro di contadini e braccianti poveri, riceveva a sua volta un premio di doni particolari portati nelle stalle contadine in quella notte di incanti, come fieno, oppure farina gialla, acqua e sale per la sosta della notte. La notte più lunga dell’anno passava così, tra attese e incanti infantili. Poi il giorno tornava a risplendere.

Il dopo Occhiuto senza arredi e lustrini

Di passaggio sul corso Mazzini a Cosenza ho visto, mutatis mutandi, come oggi, si ricorda la festa di Santa Lucia da queste parti, il giorno della luce che risorge dall’inverno, la prima festa dell’avvento che precede il Natale. Non sono più gli incanti pasoliniani del vecchio mondo contadino a far luce, le povere cose della vecchia Calabria sono, piaccia o non piaccia, ricordi lontani o occasioni di ritrovo gastronomico. Il dopo-Occhiuto è decisamente più sobrio di arredi e lustrini, e in città c’è risparmio di quelle luminarie coloratissime e bizzarre che contraddistinsero lo scenario urbano delle festività e della Cosenza by night degli anni ruggenti.

Luminarie su corso Mazzini durante il decennio da sindaco di Mario Occhiuto
Luminarie su corso Mazzini durante il decennio da sindaco di Mario Occhiuto

Ovunque, invece, occhieggiano le super offerte di Natale e le lusinghe dei negozi di telefonia. E soprattutto spiccano le proposte di molte storiche rivendite di ottica e occhialeria di Cosenza che propongono per santa Lucia grandi sconti per le griffe firmate di occhiali da sole, montature costose e modelli alla moda. Santa Lucia dei nostri giorni è la patrona degli occhiali da sole in versione fashion design alla Ferragnez. E, invece della palma del martirio degli occhi nel piatto, preferisce il “trattamento antiriflesso e le lenti fotocromatiche che sono in grado di proteggere gli occhi dalle radiazioni UV e dalla luce solare, dannosi per il cristallino e la retina”.

In tempi di rilancio dei consumi pop, in mezzo al Covid che in Calabria, proprio allo scoccare di Santa Lucia, coincide col giorno che dalla luce bianca declina invece pericolosamente verso l’allarme a luce gialla, la luce che sorge è questa. È pur sempre una tradizione che si rinnova. Forse.

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