San Francesco di Paola, il grande onomastico della Calabria

Ecologista ante litteram, vegetariano, pacifista, fiero con i potenti e generoso con i poveri, amato dalle genti di mare: una regione in festa per il suo patrono

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Quando arrivate a Paola ve ne accorgete subito: Francesco di Paola, “il santo glorioso” è imposto ovunque, e ovunque buono per usi convenevoli. Lo incontrate persino elevato a indicatore di direzione e nume tutelare del traffico stradale. Quasi ad ogni svincolo e incrocio, compresa la trafficatissima nazionale, già alle porte del paese alla confluenza del Santuario con la SS 18, c’è una grande statua del santo col bastone di cui tutti i calabresi si dicono timorati e devoti, «u santu nuastru». Come se ci fosse bisogno di lui nelle vesti di vigile miracoloso pure per sbrogliare il movimento soffocante di mezzi che ogni giorno attraversano pericolosamente queste contrade di passo.

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Panoramica del Santuario di San Francesco di Paola

San Francesco di Paola, il grande onomastico della Calabria

C’è un gran traffico in giro. Si capisce proprio dalla statale intasata che questa giornata segnata sul calendario di tutti i calabresi si è invece trasformata in una ricorrenza di festa. E oggi, come ogni anno nel nome di Francesco di Paola si celebra il grande onomastico della Calabria. In Calabria il santo più santo di tutti i santi patroni di paesi e città è proprio lui, quello di Paola. E la sua fama non è seconda a quella di Francesco di Assisi, patrono d’Italia, di cui pure l’eremita paolano era stato seguace.

Il convento dei Minimi a Plessis-lez-Tours in un’incisione acquarellata del 1699 (Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi, In primo piano l’orto di frate Francesco)

San Francesco è infatti il vanto universale del paese che gli diede i natali il 27 marzo 1416. Il 2 di aprile, è invece il giorno, era un venerdì santo, della sua morte, avvenuta lontano dalla Calabria. Morì infatti proprio il 2 aprile 1507 nel castello di Plessis Lez Tours, alla corte di Francia, alla veneranda età di 91 anni, negli stessi ambienti che qualche anno dopo videro la presenza di Leonardo da Vinci.

Il santuario e l’identità dei calabresi

Eppure come ogni anno la sua vicenda comincia e ritorna ogni volta qui, alle porte di Paola. La storia di questo santuario è legata a filo doppio con la vicenda e l’identità culturale dei calabresi. «Il nostro luogo di Paola», lo chiamava San Francesco. Verso il recinto sacro del «monasterio» e della «ecclesia», fondati dal taumaturgo alla metà del XV secolo, dalla traccia segnata sulle boscose e segrete balze dell’Isca da un’apparizione del santo assisiate, un luogo sottratto alla natura e già tributario di un suo ordine mitico, mutato in luogo di preghiera, il «deserto», e poi da eremo a santuario.

Nobili e popolani si recavano in affollato corteo per penitenze e suppliche. Ottenevano auspici e consolazione. Invocavano grazie e frequentemente ricevevano guarigione per i mali del corpo e dello spirito dal pater pauperum Francesco di Paola.

San Francesco di Paola, l’eretico

Francesco de Alessio, di Giacomo Alessio, detto “Martolilla”, e Vienna de Foscaldo, era figlio di due ebrei convertiti. Il piccolo Francesco venne al mondo come frutto di un voto fatto da due genitori sterili e di età avanzata. Nasce gracile e con un “posteuma”, un tumore all’occhio sinistro. Guarisce. Diventerà alto e forte come un gigante e morirà quasi centenario. Prima seguace e devoto dell’altro Francesco, diventerà egli stesso santo. Il santo viandante, il frate col bastone, il santo dei poveri e degli ultimi, il “Pater pauperm Francisci de Paula”. “Il povero frate Francisci de Paula, minimo delli minimi siervi de Giesù Christo Benedetto”, che fu asceta e formidabile servo di Dio.

San Francesco di Paola in processione

Fece presto miracoli di carità in Calabria e altrove, ed ebbe fama grande di taumaturgo presso i popoli e le corti del suo tempo. Fu però dapprima giudicato eretico da preti e prelati increduli, e tenuto persino per «eretico», «mago et erbarolo».

Contro i prepotenti di ogni risma e i sovrani malfattori ebbe parole terribili: «Guai a chi regge, e mal regge, guai ai Ministri dei Tiranni et alle tirannie, guai alli Ministri di giustizia che li è ordinato far giustizia e lor fanno il contrario. Guai alli impij che di loro è scritto: non resurgent impij in iudicio, neque peccatores in Concilio justorum». Fu giusto in vita ed ebbe infine gloria universale nel mondo dei cristiani.

Contro i potenti e per la pace

Luigi XI di Francia

In Francia l’eremita visse gli ultimi 24 anni della sua vita. Partecipò in prima persona alla soluzione dei più importanti problemi politici e diplomatici del suo tempo tra il papa e i re francesi. A Parigi teneva testa ai dotti e ai filosofi della Sorbona, dopo aver condannato l’ingiustizia del re di Napoli Ferrante d’Aragona, e non fu più tenero col re di Francia. Il frate asceta fu infatti chiamato per la sua fama di taumaturgo alla corte dell’uomo più potente del secolo gravemente ammalato, Luigi XI. Gli rifiuterà la guarigione del corpo per concedergli solo quella dell’anima.

Francesco di Paola fu in anticipo sui tempi e protagonista della riforma cristiana. Nella verità della carità per i poveri e gli umili il “bono patre Francisci de Paula” guardò sempre ai potenti del secolo con “occhi di lione”. E nel nome del Signore non fece sconti a nessuno. «Conserva i giusti, et alli ingiusti l’inferno», sentenziò. L’asceta che seppe reggere il confronto con re e papi era dunque un calabrese con la schiena dritta. Fiero con i potenti, generoso con gli umili.

In tempi di guerre di religione fu però ispiratore di armonia e di concordia, che esortò sempre i governanti e potenti del suo secolo alla pace: «Amate la pace, perché è molto meglio di qualsiasi tesoro che i popoli possano avere». La regola del suo Ordine dei Minimi, Ordo Minimorum, approvata nel 1506, alla stregua di una costituzione democratica, vale ancora oggi come codice di moralità etica e sociale per gli uomini e le donne di tutti i tempi.

Il culto di San Francesco di Paola nel mondo

Sparse in Italia e in tutti gli angoli dei cinque continenti, esistono ancora oggi centinaia di chiese intitolate al santo di Paola. Sono 54 le congregazioni religiose che rispondono ai tre Ordini dei Frati Minimi di San Francesco di Paola (circa 200 monache, 220 frati e 5-6.000 laici), con comunità diffuse in paesi come Spagna, Francia, Repubblica Ceca, Ucraina, Brasile, Colombia, Messico, Usa e India. La sua figura di taumaturgo e di protettore è particolarmente sentita e venerata nel mondo dei migranti, delle genti di mare e nelle comunità calabresi e meridionali all’estero.

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La chiesa di San Francesco di Paola a Napoli

Fondatore dell’Ordine dei Minimi (1506) che divenne uno dei quattro ordini religiosi più importanti nel secolo della controriforma cattolica, taumaturgo formidabile, teologo, mistico e asceta tra i più importanti del XV secolo, il santo della carità, il pater pauperum fu anche una delle figure di maggior spicco del cristianesimo europeo, a cui lo storico Johan Huizinga nel suo L’autunno del medioevo (1919) dedicherà pagine esemplari.

Dalla fede popolare al supermercato della devozione

Ma per sua predilezione per gli ultimi la figura del santo di Paola appartiene ancora oggi prevalentemente all’agiografia, alla religione dei ‘poveri’ e alla fede popolare. Da un secolo all’altro il Santuario di Paola divenne un centro di fede e devozione sempre più importante. Si sono moltiplicati i pellegrinaggi sempre più affollati e cortei di auto e bus verso il Santuario e al monastero, con la visita alle reliquie e al primo romitorio medievale fondati dal taumaturgo paolano. Era il 1969 quando Annabella Rossi, allieva di Ernesto de Martino, nelle sue ricerche antropologiche sulla religiosità popolare pubblicate in Le feste dei poveri (1971), scopriva in Calabria il santuario di Francesco di Paola.

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Mostacciolo di San Francesco

Ma il santo patrono dei calabresi era già ultrapopolare, patrono delle genti di mare, degli emigrati e a quel tempo soprattutto dei “poveri”. Il flusso annuale dei devoti nel 1969 veniva stimato dalla Rossi in 800 mila persone all’anno. Ma la festa a quel tempo era quella della tradizione locale, del mondo contadino e degli emigranti, con i pellegrini che si radunavano tutti davanti alla chiesa: organetti, balli popolari, gruppi di famiglia, mangiate e dormite all’aperto, processioni, fratini ed ex voto. Poche macchine, pochi pullman, poche bancarelle. Scarsi e ancora simbolici gli affari e i proventi della devozione anche per il convento: medagliette e bottiglie di acqua benedetta, immagini tradizionali, ex voto e statue di creta con l’effigie del santo col bastone.

Oggi è un posto da “antropologia del casino” meridionale. Il santuario è più simile a una sorta di supermercato della devozione di largo consumo, tappa di trasferimento nei tour del pellegrinaggio parrocchiale fast-food. È pur sempre un bagno di buoni sentimenti. Ma anche per la memoria e per il nome di Francesco di Paola il rischio è quello di una religione popolare smorzata e ridotta spesso a superstizione secolarizzata in invettive e proclami, una fede che nessuno pratica sul serio e che non costa niente tranne qualche souvenir di plastica.

Musical, fiction e Padre Pio

Ormai la sua effigie sulle bancarelle gareggia infatti a pochi euro con quella più modaiola e telegenica di Padre Pio. Fino a qualche anno fa i bancarellari li offrivano affiancati i santi del Sud pauperizzato, un tanto alla coppia. Adesso di statuette votive ne fanno certe fuse in un orrendo impasto di resine sintetiche conciate in formato bipartisan, modello ibrido “San FranPio”. Nel frattempo, dopo il recente successo di un musical, per rinfrescare e rendere più modaiola la popolarità appannata dal lungo medioevo rurale del santo calabrese ascetico e incazzoso, si minaccia una fiction televisiva della Rai modello Padre Pio.

Ma se invece volete farvi un’idea del carisma e della forza del suo sembiante, a conferma delle impressioni fissate dalle fonti coeve e della fede popolare dei Calabresi di quei tempi, ben difficili dei nostri, l’immagine più attendibile di Francesco di Paola proviene dall’iconografia pittorica più vicina ai tempi della sua vita. C’è un dipinto che si può ammirare a Montalto Uffugo, Chiesa dell’Annunziata, che viene ritenuto il più prossimo a un ritratto dal vero San Francesco di Paola (autore, “Bastianus Floretinus”, 1513 circa).

Il ritratto di San Francesco di Paola

Impressionano i particolari delle mani che reggono il bastone, i tratti severi del volto, la figura vigorosa avvolta dal saio, i piedi con i calzari. Dettagli del sembiante che già parlano chiaro. Guardategli quelle dita nodose e le mani con le vene gonfie, così contratte e nervose che sembrano pronte a scattare per scagliare contro i prepotenti di tutte le risme il grosso bastone a cui si appoggia lungo lungo come fosse una lancia da armigero. E quel cipiglio da leone arruffato e gli occhi insonni da sentinella d’accampamento, il naso affilato dalla fame spirituale e dal fanatismo vegano, la barba da mistico e profeta, e quei piedi forti e snudati, i ditoni sghembi, le unghie scheggiate, le palme ossute e deformate dal cammino senza soste del pellegrino solitario, che non ha risparmiato nemmeno i suoi santi piedoni usati per calci formidabili sferrati al diavolo in persona.

Vegetariano per amore degli animali

San Francesco di Paola fin dall’inizio della sua vocazione, si attenne a una dieta rigorosamente vegetariana escludendo ogni derivato animale. Ad appena 14 anni si ritirò nei boschi di Paola in solitudine. E vi rimase, dormendo in una grotta e mangiando ciò che la natura donava lui spontaneamente, con la sola compagnia degli animali selvatici. L’astinenza dalla carne praticata dall’asceta e dai suoi seguaci entrò nella regola sotto forma di 4° voto di “perpetua vita quaresimale”.

Il frate amava troppo gli animali per mangiarseli: «Un giorno, mentre Francesco di Paola andava per boschi, trovò un piccolo cervo che i cacciatori volevano catturare. Francesco lo protesse e lo lasciò libero. Dopo lungo tempo, mentre altri cacciatori inseguivano quel cervo per catturarlo, fuggì verso il convento e si fermò sotto la cella di Francesco. Quel cervo poi seguiva il buon padre in chiesa e dovunque andasse, leccava il suo saio facendogli festa come un suo difensore».

San Francesco resuscita i pesci

Il santo vegetariano fece anche partecipi gli animali del miracolo più grande della religione cristiana: la resurrezione dalla morte. Resuscitò due animali a cui era molto affezionato: l’agnellino Martinello e la trota Antonella ripresero vita non appena il santo, che soleva dare un nome a tutti gli animali, impose loro le mani. Ma le resurrezioni di animali avvenute per l’intercessione del santo calabro non si esauriscono qui. Ospite alla corte di Napoli gli offrirono da mangiare dei pesci fritti, ma egli li tirò fuori con le mani nude dall’olio bollente e li risuscitò. Altri miracoli parlano di un serpente che era stato schiacciato e ucciso, miracolosamente riportato in vita da San Francesco e di un bue, anche questo risuscitato.

Un ecologista ante litteram

Prima che spuntasse “il sole che ride” il santo della Charitas era perciò anche un ecologista ante litteram. Di recente Francesco di Paola che era già nella “hall of fame” dei santi vegetariani, è diventato il patrono “de facto”, di tutti le comunità dei vegani cristiani. Qualche anno fa la questione fu argomento di discussione anche al Vegan Fest di Lucca. Il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa pare molto prossimo.

Vita quaresimale, regime vegetariano, sensibilità da ambientalista e rispetto caritatevole per il creato, l’amore solidale per i viventi e per tutte le forme di vita della terra e dell’acqua, i boschi, gli animali, la natura. Sta tutto nella sua “Regola” (1506). Una grande ricchezza. Basterebbe leggerla. E rispettarla un poco. In questi tempi di bassi orientamenti etici e di incerti sentimenti sul sacro sarebbe forse questo il vero miracolo di San Francesco. Liberarsi del superfluo, amare il creato, rispettare il prossimo.

Strane apparizioni vicino al Santuario

Ma qualcosa nonostante tutto riemerge dal sottofondo delle mentalità, dall’immaginazione sorgiva di un passato del sacro soffocato dal turismo religioso e dalla fede-spettacolo. Già nell’anno del quinto centenario della morte, il 2007, u santu nuastru si era mostrato ai viventi con qualche prodigio di difficile decifrazione. Adesso in tempi di crisi conclamata dirà la sua sulla guerra e uomini e su ciò che piace a Dio? In questi giorni difficili tra i fedeli si riparla sottovoce di un’ultima profezia di Natuzza Evolo, la veggente di Paravati che del santo di Paola era devotissima.

La fede popolare reclama manifestazioni, vuole vedere segni. Qualcuno tra i fedeli più tradizionalisti di frate Francesco giura pure di aver visto un monaco incappucciato aggirarsi di notte sui luoghi intorno al Santuario profanati dalle ruspe e da troppi abusi edlizi. Ha un bastone in mano e un’aria santamente incazzata. Che cosa vorrà dirci adesso frate Francesco?

Samprancisk

Ma in questo giorno del calendario San Francesco è per tutti i calabresi Samprancisk. Uno che puoi prenderlo a bestemmie o invocarlo al bisogno. Uno che ci parli e gli dai del tu, come un amico o un parente che si incontra per strada, e che è di casa ovunque dal Pollino allo Stretto. E così in giro per la regione, e in mezzo mondo, nel suo nome si possono festeggiare anche tre processioni all’anno, sempre con la folla dei devoti dietro l’effigie barbuta e austera del patrono calabrese. Il protettore di Paola, un asceta medievale incazzosissimo e bonario, è il patrono dei pescatori e di tutta la gente di mare.

La statua sommersa di San Francesco di Paola

Il santo protettore di tutti i calabresi, dei fuggiti per emigrazione e di quelli rimasti per ostinazione non cessa di attrarre fedeli e devoti. Ogni anno questo onomastico è perciò uno degli appuntamenti che scandiscono la vita della Calabria. Fuori c’è la guerra, ritornano a galla paure antiche come il mondo. Nel flusso di stucchevoli banalità quotidiane, farcito del solito pastone di notizie truculente, gossip e veline emesse dai palazzi per alimentare le cronache del politichese locale, i santi spezzano la monotonia della prosa calabra di attualità.

Il cammino della 107

Adesso sulla statale calano le ombre, io giro le ruote per allontanarmi dal bivio del Santuario. Il pomeriggio sul Tirreno brilla dei raggi obliqui di un tramonto rossastro. Risalendo verso la Crocetta ho visto per strada un gruppo di pellegrini e devoti fare a piedi, sfidando la notte, il cammino di fede che porta qui sulle strade incasinate della 18 delle Calabrie in direzione del monastero di Paola. Lo stesso bordo trafficato dai pendolari del fine settimana sulla 107 Paola-Cosenza si trasforma così in una specie di “camino de Santiago” nostrano.

Il giubbettino giallo catarifrangente delle soste di emergenza addosso come un saio penitenziale a scansare il risucchio delle macchine che sfrecciano. Un sacrificio vero. Una prova di fede che mi commuove e spaventa. Così per voto al frate di Paola c’è chi ancora rischia la pelle. Anche i pensieri di quelli che ci sono stati a fare visita e a chiedere grazie al “santu nuastru” restano ancora un poco incollati a mezz’aria sulla strada, come un resto di preghiera. Il vento di San Francesco li porterà fino a mare. Anche quelli miei che pure mi chiamo Francesco, e che santo non sono.

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