Monongah: l’apocalisse dimenticata dei calabresi in West Virginia

Fu il più grande disastro minerario della storia americana: tra i 350 e i mille morti, a seconda delle stime, la metà dei quali italiani. Decine e decine venivano dalla nostra regione. Dagli abissi della terra a quelli della memoria

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Tra i monti Appalachi esiste un posto che prende il nome da una parola in uso tra le tribù locali di nativi americani: Monongah. In italiano si traduce lupo. Quella stessa parola, seppure un po’ storpiata, si usa anche da un’altra parte nel mondo, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. In Calabria, a San Giovanni in Fiore, sui monti della Sila, terra di lupi. Lì però vuol dire un’altra cosa. Indica un luogo oscuro e pericoloso e se qualcuno ti augura di jire a minonga (o mironga), beh, non è che ti voglia troppo bene in quel momento.
Ma cosa c’è dietro questa specie di miracolo linguistico e una traduzione così dissonante? Centinaia di morti – decine di calabresi – nel più grande disastro mai accaduto in una miniera statunitense. Una storia chiusa in un cassetto il più in fretta possibile e rimasta lì dentro per oltre un secolo.

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La folla radunatasi all’ingresso della miniera 8 dopo l’esplosione

Monongah, un silenzio lungo oltre un secolo

Perché l’Italia si ricordasse dell’ecatombe dei suoi emigrati tra le viscere di quel paesino in West Virginia, infatti, c’è stato parecchio da attendere: 106 anni. Era il 2003, giusto vent’anni fa, e fu l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in viaggio istituzionale negli States a interrompere il lunghissimo silenzio dello Stato su Monongah e i suoi caduti. Dal 6 dicembre del 1907 a quel momento non lo aveva fatto praticamente nessuno. Nonostante in quel lontano giorno siano morte oltre 360 persone, la metà delle quali emigrati dal Bel Paese. E nonostante quel bilancio sia la migliore delle ipotesi, perché nelle stime più pessimistiche – e, purtroppo, più attendibili – il numero delle vittime sale. Sempre. Anche fino ad arrivare quasi a 1.000.
Uomini, ragazzi, bambini. Bruciati in pochi istanti. Spappolati dalle rocce. Coriandoli di carne neri come il carbone che li ha uccisi, sparsi da un’esplosione a centinaia di metri di distanza.

Un villaggio di vedove e orfani

Ai primi del ‘900 l’America cresce e ha un incessante bisogno di carbone per le sue industrie rampanti. Monongah è una company town, una baraccopoli simil villaggio piena di minatori, tirata su nei pressi di qualche ricco giacimento dalle grandi compagnie d’estrazione, in questo caso la Fairmont Coil Company. Ci vivono circa tremila persone, ma dopo quel 6 dicembre in paese ci saranno circa 250 vedove e un migliaio di orfani.
Gli immigrati sono tanti, polacchi e italiani soprattutto. Sono arrivati fin lì per una paga che può arrivare fino a 75 cents al giorno per dieci ore di duro lavoro, soldi che poi spendono nei negozi di proprietà della compagnia stessa.

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Gli abitanti di Monongah in disperata attesa di buone notizie sui loro cari

Canarini in miniera

Quei 3/4 di dollaro sembrano pochi spiccioli, ma per chi arriva da un posto come la Calabria di inizio ‘900 rappresentano un tesoro. Equivalgono a 3,75 lire al giorno, che sono quasi il decuplo della paga media nel Meridione per un bracciante agricolo. Uno stagionale in Calabria può svolgere al massimo 100 giorni di lavoro, guadagnando così 40 lire. In miniera non ci sono limiti di questo genere e se il fisico te lo consente in dodici mesi americani arrivi ad accumulare l’equivalente di vent’anni di guadagni italiani.
Devi sgobbare come un mulo, però, e la tua vita è in mano a… un canarino. Per capire se l’ossigeno nei cunicoli è sufficiente i minatori si portano appresso una gabbietta con dentro quell’uccellino: quando il canarino ha problemi a respirare bisogna scappare. E farlo in fretta.

Il grisù

Non è tanto questione di non asfissiare, il pericolo numero uno nelle miniere di carbone si chiama grisù. Niente a che vedere col draghetto dei cartoni animati: è una gas inodore, più leggero dell’aria, che si forma nelle gallerie minerarie depositandosi in sacche sui soffitti. Quando la percentuale di grisù nell’aria supera il 2% il gas diventa infiammabile, dal 5,3% in poi esplosivo. Se poi va oltre il 15% e non è ancora esploso conduce all’asfissia, che paradossalmente, diventa l’ultimo dei problemi.
Anche una piccola scintilla se c’è del grisù di troppo in giro può provocare una catastrofe. È per questo che nelle miniere sono in funzione enormi impianti di ventilazione, tengono la quantità di gas sotto controllo. Ma il 5 dicembre 1907 a Monongah è un giorno di riposo, si festeggia in anticipo la festa di San Nicola, in miniera non va nessuno. E – stando ad alcune testimonianze – qualcuno per risparmiare ha pensato di tenere quegli impianti a mezzo servizio.

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I resti dell’impianto di ventilazione dopo l’esplosione della miniera 8

Di chi è la colpa?

Sarà quella la causa dell’esplosione il giorno dopo? Oppure, come sostiene la Fairmont Coil Company, una scintilla provocata da un errore umano di qualche sprovveduto? Nella miniera di Monongah si va avanti col cosiddetto buddy sistem: ogni minatore può portare con sé un aiutante, spesso il figlio o comunque qualcuno più giovane, per dargli una mano, poi divideranno la paga di giornata. E i buddies non conoscono tutti i segreti del mestiere, né si annotano nel registro delle presenze. Nelle viscere di Monongah con ogni probabilità ci sono centinaia di corpi senza nome. E quasi 120 anni dopo una risposta ufficiale al perché di quella tragedia ancora non c’è.

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I soccorritori fanno una pausa all’esterno della galleria durante le ricerche degli eventuali sopravvissuti

Terremoto a Monongah

Di certo c’è solo che quando le gallerie 6 e 8 esplodono la terra trema fino a oltre 10 km di distanza e appare subito evidente che per chi era là sotto le speranze sono infinitesimali. I minatori non di turno cominciano a scavare alla ricerca dei compagni, altri ne arrivano da miniere nelle vicinanze. Non è semplice, l’ossigeno è poco pure per le squadre di soccorritori che si alternano rischiando la pelle a propria volta. Ma si va avanti per giorni, con donne e bambini intorno ai pozzi densi di fumo nero a piangere e sperare.

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Nel cimitero cattolico del villaggio si scava per far posto agli italiani e ai polacchi morti nelle miniere saltate in aria

Dalle gallerie sono riusciti a scappare solo in 4. Tutti gli altri escono cadaveri. A centinaia, spesso irriconoscibili perché bruciati o mutilati. Lungo la strada principale di Monongah si accumulano le bare, occuperanno un’intera collina nel cimitero cattolico del Calvario. È il destino dei più fortunati, i resti di tanti loro compagni di sventura finiranno semplicemente in una fossa comune.

Centinaia di vittime, decine i calabresi

Tre mesi dopo la tragedia, con le indagini ancora in corso, una corrispondenza da Washington parlerà di 956 vittime, 596 in più dei 361 riportati nelle stime ufficiali. Analisi successive calcoleranno circa 500 decessi complessivi nell’esplosione delle due miniere. Gli italiani estratti dalle gallerie di Monongah risultano 171, il tributo più pesante lo paga il Molise con i suoi 87 morti. E poi c’è la Calabria. Nelle miniere 6 e 8 hanno perso la vita decine di nostri corregionali. I comuni che ebbero delle vittime furono:

  • Caccuri: Francesco Loria;
  • Castrovillari: Francesco Abate, Carlo Abate, Giuseppe Abate;
  • Falerna: Domenico Cimino;
  • Gioiosa Jonica: Pasquale Agostino, Tommaso Borzonia;
  • Guardia Piemontese: Francesco Contino;
  • Morano Calabro: Francesco Gaetani;
  • San Nicola dell’Alto: Domenico Guerra, Carmine La Rosa, Francesco La Rosa, Michele Rizzo;
  • Strongoli: Francesco Todaro.

Un Natale di lacrime a San Giovanni in Fiore

Storia a sé fa San Giovanni in Fiore, capitale della Sila ma anche dell’emigrazione calabrese di quegli anni. Non ci fu Natale nel 1907 a Monongah, scrisse un giornale del West Virginia, ma non ci fu nemmeno nel paese dell’abate Gioacchino. C’erano 32 compaesani morti in miniera in America da piangere:

  • Francesco Abbruzzino
  • Francesco Antonio Basile
  • Giovanni Basile
  • Salvatore Basile
  • Saverio Basile
  • Giuseppe Belcastro
  • Serafino Belcastro
  • Antonio Bitonti
  • Pasquale Bitonti
  • Rosario Bitonti
  • Giovanni Bonacci
  • Giovanni Bonasso
  • Giuseppe Covello
  • Luigi De Marco
  • Antonio De Vito
  • Giuseppe Ferrari
  • Antonio Foglia
  • Antonio Gallo
  • Raffaele Giramonte
  • Francesco Antonio Guarascio
  • Francesco Saverio Iaconis
  • Giovanni Iaconis
  • Pasquale Lavigna
  • Givanbattista Leonetti
  • Salvatore Lopez
  • Salvatore Marra
  • Giovanni Oliverio
  • Antonio Olivito
  • Domenico Perri
  • Tommaso Perri
  • Francesco Saverio Pignanelli
  • Pietro Provenzale
  • Luigi Scalise
  • Antonio Silletta
  • Francesco Urso
  • Gennaro Urso
  • Antonio Veglia
  • Leonardo Veltri
  • Leonardo Giuseppe Veltri

I risarcimenti

La Fairmont fece di tutto per non assumersi la responsabilità del disastro e le autorità statunitensi si lavarono le mani altrettanto volentieri dell’intera questione dopo poco tempo. Alcuni governi europei che avevano perso loro cittadini a Monongah chiesero risarcimenti, ma non l’Italia.
Una raccolta fondi per le vittime servì a racimolare in tutto 150mila dollari, poco più di un decimo messo dalla compagnia d’estrazione. Gran parte di quei soldi non si sa che fine abbia fatto. Qualche vedova ha ricevuto 200 dollari; qualche figlio rimasto orfano prima di compiere 16 anni pochi dollari in meno; il resto chi lo sa.

Padre Briggs e il ricordo di Monongah

Di Monongah nessuno ha più parlato per quasi un secolo. Solo il prete del paese, padre Everett Francis Briggs, ha provato a tener vita la memoria dei minatori morti negli USA col supporto della rivista Gente d’Italia. È grazie a lui e al viaggio di Ciampi che quell’ecatombe di nostri connazionali è tornata alla ribalta anche da noi, seppur con 106 anni di ritardo.

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A Monongah oggi c’è un ponte intitolato a padre Briggs

Negli anni seguenti a San Giovanni in Fiore hanno realizzato una scultura in ricordo dei propri caduti e stretto un gemellaggio con Clarksburg, la città attualmente più vicina al luogo del disastro. La Regione Molise ha donato una campana e la Calabria ha dato una mano alla realizzazione di un monumento tra le poche case che restano oggi a Monongah. Stando a Wikipedia il comune di Falerna ha contribuito con 150 euro.

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Il monumento all’Eroina di Monongah realizzato nel 2007 col contributo della Regione Calabria

Il monumento in questione è dedicato all’Eroina di Monongah e, nonostante la targa non lo riporti, è probabile che ad ispirarlo sia stata Caterina Davia. Secondo un articolo di qualche anno fa su Little Italy, altra rivista per italoamericani, era la vedova di un minatore scomparso nel disastro. Suo marito è rimasto lì sotto per sempre e lei ogni giorno è andata all’ingresso della miniera a raccogliere un pugno di terra per poi depositarlo davanti casa. Per ventinove anni di fila.

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