Mendocita, il 10 calabrese che fece tunnel a Pelè

Ritiratosi nel 1980 dopo aver incrociato sui campi da gioco fuoriclasse del calibro di O Rey, Luis Alfredo Mendoza Benedetto è ancora una leggenda in Venezuela. Ma la sua storia inizia a Scalea, sul Tirreno cosentino

Condividi

Recenti

Quando in un campo di periferia sboccia un talento per il calcio, oltre quella polvere può stagliarsi il destino di un futuro re, o addirittura un dio. In Sudamerica vale in Brasile e in Argentina, in Uruguay e pure in Cile, in Paraguay e in Perù. Vale dappertutto, ma non in Venezuela.

Per le strade di Caracas, infatti, si osserva una religione diversa: El beisbòl, una passione popolare che nasce negli scambi commerciali di inizio ‘900 con gli Stati Uniti e che scoppia dopo il 1941, quando la squadra nazionale venezuelana torna dalle Amateur Baseball World Series a Cuba con il titolo, dopo un’epica finale con i padroni di casa. Da allora è esploso un movimento che ha portato la compagine nazionale di baseball a vincere tre volte la coppa del mondo di disciplina. La Nazionale di calcio venezuelana, invece, resta l’unica della Confederación sudamericana de Fútbol (Conmebol) a non averlo mai disputato un Mondiale.

All’insegna di questo sogno, vedere il Venezuela ai Mondiali di calcio, è vissuta la storia di Luis Alfredo Mendoza Benedetto, da tutti chiamato Mendocita: il miglior calciatore venezuelano di sempre. È una storia d’altri tempi la sua, che comincia dalla Calabria.

 

Mendocita - Infografica

Da Scalea a Caracas

A inizio del secolo Biagio Benedetto parte da Scalea, sul Tirreno cosentino, per approdare a Caracas, dove da sua figlia nasce il 21 giugno del 1945 il piccolo Luis Alfredo “Mendocita”. Cresce pensando solo al pallone, ma quando ha 12 anni i venti di dittatura costringono la sua famiglia a ripercorrere la rotta migratoria.

Rieccoti Italia, prima a Genova e poi a Parma, dove il padre decide di iscriversi all’Università per laurearsi in Economia. Mendocita gioca ovunque riesce, tutto il giorno, ma in Italia può farlo solo come amatore. Le regole del tempo non danno accesso agli stranieri nelle formazioni giovanili.

Passano tre anni così, a meravigliare chiunque ha l’opportunità di vederlo giocare, poi si torna in Venezuela, nel frattempo passato a una nuova era democratica. Da mattina a sera ricomincia a correre dietro a un pallone insieme ai suoi amici nell’Avenida San Martin. Poi, un giorno qualunque, l’allenatore del Banco Agrícola y Pecuario, El Indio Clemente Ortega, si accorge di lui.

Passa da quelle parti per caso e subito pensa di non aver mai visto nulla di simile. Gli si avvicina e gli offre un ingaggio. Così Mendoza esordisce immediatamente nel campionato professionistico, inizialmente come attaccante esterno. Poi arriva il 1963, l’anno della consacrazione. Il Deportivo Italia, una delle società più forti e ambiziose, riesce a strapparlo alla concorrenza e lo trasforma in un centrocampista di classe sopraffina. Ad appena 16 anni arriva la chiamata nella “Vinotinto”, la Nazionale venezuelana, chiamata così per l’inconfondibile rosso vino che ne colora le divise.

mendocita-nel-deportivo-italia
Mendocita insieme a suo figlio prima di una partita del Deportivo Italia

Comincia la passione più intensa della sua vita. Testa alta, palla incollata ai piedi, dribbling e falcata da leader assoluto. Il numero dieci gli appartiene di diritto, anche la fascia da capitano. Dodici gol messi a segno in 55 partite. Lotta come un leone in tre fasi di qualificazione, verso Inghilterra ’66, Messico ’70 e Germania ’74, ma il sogno non si realizza mai. Lo sport non è solo questione di vittorie però; specie quando era fatto di poche partite in tv, quando era animato soprattutto dalla leggenda che correva di bocca in bocca, questo figlio di calabresi è stato un protagonista assoluto.

El gol del siglo

In Venezuela gli amanti del calcio di ogni età conoscono il racconto dell’impresa di Mendocita in una calda notte di Caracas del 1969. Era il 2 di agosto, per le qualificazioni mondiali il Venezuela ospita la Colombia di Francisco Zaluaga che all’andata ha vinto 3-0. Al minuto cinquantuno il gioco è fermo sullo 0-0. Il terzino David Mota vede improvvisamente Mendocita smarcarsi e corrergli incontro: con gli occhi infuocati da una scintilla gli chiede urgentemente il pallone.

Nessuno in campo sta minimamente considerando la possibilità che quest’uomo che ora controlla con i piedi l’oggetto del suo desiderio ha già visto cosa sta per succedere. Ok, la Colombia non si può battere, ma tutta quella gente non può tornare a casa delusa. Un passo in avanti palla al piede, due oltre la lunetta del centrocampo e poi da quel prato verde decolla senza ali una parabola geniale, in grado di solcare l’aria per quasi 40 metri prima di finire in rete.

pele-mendocita
Il grande Pelè con Mendocita

Un miracolo sportivo che resiste al tempo, il punto più magico della sua carriera da professionista, terminata a 41 anni, passando il testimone al figlio. Mendocita giocando al calcio per il suo paese ha fatto il tunnel a Pelè e dato del tu a Maradona, e oggi di stagioni della vita ne ha collezionate 76, ha sconfitto due volte il cancro e ha messo su una famiglia unita, gira ancora i campi di periferia di tutto il Venezuela in cerca del suo sogno, sempre con la dieci vinotinto addosso, come la divisa di un eroe in missione per conto del calcio.

maradona-chavez-morales-mendocita
In uno scatto che ha fatto il giro del mondo, Mendocita parla con Chavez, in campo con Maradona e Morales

A Coverciano col Trap

Ha lavorato anche per la federazione e per la selezione nazionale, affiancando il commissario tecnico Manuel Plasencia alle Olimpiadi del 1980, quando il Venezuela venne ripescato all’ultimo. Ai due, sorpresi dalla notizia mentre erano al ristorante, toccò scrivere su un tovagliolo i nomi da portare a Mosca.
È tornato anche in Italia Mendocita, ha studiato a Coverciano insieme a Fabio Capello da professori come Enzo Bearzot e Giovanni Trapattoni. Ma ancora una volta non erano le luci della ribalta che cercava, il suo sogno è rimasto collettivo. Alla panchina in qualche squadra professionistica ha preferito girare in lungo e largo per far crescere il movimento, per stare in mezzo ai giovani e farli innamorare del calcio.

La Rabona dello Stretto

La crescita della nazionale maschile venezuelana negli ultimi decenni è avvenuta soprattutto grazie all’apporto di una nuova schiera di calciatori decisamente più talentuosi dei loro predecessori. Anche sui campi del Belpaese un po’ di anni fa iniziarono ad affacciarsi alcuni venezuelani. Per ricostruirlo tocca tornare ai dilemmi amletici dei giovanissimi collezionisti delle figurine, che faticavano a spiegarsi la presenza negli album di giocatori nati in Venezuela, ma con una carriera costellata di esperienze fatte solo in Italia.

Il primo della lista è Ricardo Paciocco, punta cresciuta nel settore giovanile del Torino con una brevissima esperienza nel Milan post-serie B. Poi Lecce, Pisa e Reggina nella cadetteria.
Proprio in riva allo Stretto, con la maglia degli amaranto, Paciocco scrive la leggenda. Nei minuti finali del match contro la Triestina, con l’importante match fermo sull’1-1, ha la folle idea di segnare un calcio di rigore con la rabona. Portiere spiazzato e gol partita, un gesto tecnico mai visto prima che in molti fecero fatica persino a comprendere. Allenatore dei calabresi all’epoca era Bruno Bolchi detto “Maciste”, pare che quando si girò verso i componenti della panchina per scoprire perché Paciocco prendeva la rincorsa sul piede sbagliato, dovettero tenerlo in cinque.

paciocco-rabona-reggina
Reggina-Triestina, la rabona su rigore di Paciocco

Paciocco nonostante tutto quel coraggio e quell’estro, tuttavia, non giocò mai con la maglia del Venezuela. Lo fece, invece, Massimo Margiotta, puntero classe 1977 nato a Maracaibo, ma che ha giocato soltanto in club italiani, tra cui il Cosenza, nella stagione 1997-1998. Per lui 19 reti nel torneo di serie C e promozione in B nell’anno che lo lancia nel calcio che conta.

Attaccante forte fisicamente e abile di testa, Margiotta fece la spola tra A e B durante i primi dieci anni del nuovo secolo, togliendosi la soddisfazione di diventare il miglior bomber europeo del Perugia, nonostante una permanenza di soli sei mesi in Umbria. Dopo qualche leggendaria partita internazionale con l’Udinese (doppietta al Bayer Leverkusen di Ballack e Ze Roberto) e una lunga militanza nelle rappresentative giovanili della nazionale italiana, nel febbraio del 2004 capisce che il suo spazio negli anni della generazione di fenomeni (Vieri, Inzaghi, Montella, Gilardino, Di Natale etc) sarà poco e quindi cede alle “lusinghe” del Venezuela.

margiotta-cosenza
Massimo Margiotta con la maglia del Cosenza di Giuliano Sonzogni

Ci mette un po’ a decidere perché ha paura di volare, ma la voglia di affrontare il Brasile di Kakà e l’Argentina di Messi fanno miracoli. Così, con la numero dieci vinotinto che fu di Mendocita, colleziona 11 presenze e due reti, una delle quali bellissime, segnata contro il Perù nell’ennesima Coppa America chiusa senza vittorie dal Venezuela.

L’eredità di Mendocita

Nell’ultimo lustro la Vinotinto è riuscita a raccogliere risultati sorprendenti nei tornei giovanili. Certo, il cammino è ancora lungo. Ma la sensazione è che i “nipotini terribili” di Mendocita abbiano tutte le carte in regola per realizzare il vecchio sogno: portare la Vinotinto al suo primo mondiale di calcio. Anche perché c’è stata una notte particolare per il calcio vinotinto, una di quelle che ti dice che tutto è possibile.

È andata in scena il 3 ottobre del 2016, ad Amman, in Giordania. Si sta giocando una partita del mondiale Under 17 tra il Camerun e il Venezuela, siamo al 93’ minuto e la formazione africana ha appena raggiunto il pareggio. Resta il tempo di riprendere il gioco e poi arriverà il fischio finale: un punto a testa e la strada della Vinotinto, che si ferma di nuovo, come sempre. Qualcuno su quel campo però, ha di nuovo la scintilla del genio, come 48 anni prima. È sulla linea del centrocampo, ha la fascia da capitano al braccio e la palla sul destro, proprio come Mendocita. Gol da centrocampo, il miracolo si ripete, ma stavolta davanti agli occhi del mondo. Grazie ai social l’impresa diventa presto virale e arriva in finale al Premio Puskas della Fifa.

Non solo è la prima volta per il Venezuela, è la prima volta per una donna. A realizzare questo gol è stata la giovanissima Deyna Cristina Castellanos Naujenis. Una ragazza che viene da un polveroso campo di Maracay, dove giocava contro il volere del padre. Perché se già è così difficile imporsi per un venezuelano, figurati per una venezuelana. Invece Deyna ora è l’astro nascente del calcio femminile mondiale, la calciatrice più seguita sui social, dai quali ogni giorno parla a milioni di persone.

Un fiore mai appassito

Finalmente c’è un nuovo fiore vinotinto, e il suo sogno sportivo stavolta sarà impossibile da ignorare. Infatti, il calcio in Venezuela prende sempre più piede approdando anche nel mondo della musica. Il rapper Nk Profeta ha scritto una canzone con centinaia di migliaia di streaming. Si chiama La Vinotinto e nelle barre dice: «I tempi in cui indossavi il giallo applaudendo Ronaldinho sono finiti…quando compravi la maglia di Messi e non la nostra. Non siamo più Cenerentola e ci guadagniamo rispetto… non dubitare che il mondo sarà il tuo premio…Venezuela insieme e unito: padroni del nostro destino, senza dimenticare Luis Mendoza».
Un fiore sbocciato nel campo sbagliato, ma mai appassito.

Alfredo Sprovieri, Francesco Veltri, Pasqualino Bruno

 

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi in anteprima sul tuo cellulare le nostre inchieste esclusive.