Lina, una Rosa con le spine che pungono le mafie

Cresciuta in una casa famiglia cosentina, la giovane Siciliano è la protagonista della pellicola "Una femmina", prodotta da Medusa, in cui si racconta la storia di una donna calabrese che si ribella alla malavita locale

Condividi

Recenti

Da ospite di una casa famiglia ad attrice protagonista del film Una femmina, che già suscita interesse ancor prima di uscire nelle sale cinematografiche. Poco più che ventenne, nata a Cariati, cresciuta a Cosenza nella struttura d’accoglienza “Madre Elena Aiello”, le suore ricordano Lina Siciliano con sincero affetto. E ne rimarcano la grande maturità nell’accompagnare la crescita dei suoi sei fratelli minori, anch’essi “figli” di una casa che da ormai quasi un secolo è divenuta famiglia per tantissimi minori in difficoltà.

Una nuova vita

Diretto dal regista Francesco Costabile, prodotto da Attilio De Razza, Pierpaolo Verga e Giampaolo Letta di Medusa, il film è ispirato al libro Fimmine ribelli (Rizzoli) di Lirio Abbate, che insieme ad Edoardo De Angelis ne è anche sceneggiatore. Lina Siciliano interpreta Rosa, la ragazza che concentra nella propria vicenda le storie di donne calabresi ribelli alla ‘ndrangheta. In particolare, la tragedia di Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia, uccisa nel 2011 dai suoi parenti che la costrinsero ad ingerire acido muriatico.

lina-siciliano
Lina Siciliano

Lina oggi si è trasferita a Napoli, dove vive una storia d’amore con Fabio, uno stupendo ragazzo, e insieme hanno messo al mondo un bellissimo figlio. Non si è montata la testa. «Certo che mi piacerebbe continuare a fare l’attrice – spiega Lina – ma per il momento la mia è una vita fatta anche di sacrifici che sono orgogliosa e felice di compiere. Sono mamma quasi a tempo pieno. Ogni mattina lavoro come cassiera in un supermercato e il pomeriggio dedico tutta me stessa al bambino. Con un’entrata sola, non si riesce a farcela, così siamo in due a lavorare».

Dalla casa famiglia al set

L’esperienza in casa famiglia fortifica il carattere, ma rende laceranti sia i vuoti di affetto che le assenze materiali di beni e mezzi per condurre un’esistenza dignitosa. «Quando qualcosa manca – prosegue – lo si sente ancor di più. Io sono molto grata al regista Francesco Costabile che venne in casa famiglia per il casting. Dopo un primo provino, ce ne furono un secondo e un terzo. Alla fine arrivò una telefonata e seppi che ero stata scelta per interpretare Rosa, la protagonista. Un’altra persona fondamentale durante la realizzazione del film, che mi è stata molto vicina nel training, è la mia coach Assunta Nugnes».

Per Lina non è stato difficile immedesimarsi nel personaggio: «Rosa ha avuto il coraggio di riscattarsi ed uscire dalla bolla, dalla prigione familiare, in cui si trovava. Dopo aver scoperto, grazie al suo intuito, la terribile verità che le era stata nascosta sin da bambina, ha trovato la forza di emergere dal marciume, con ogni mezzo necessario».

Genitori degeneri e figli migliori di loro

Il familismo ‘ndranghetista spesso contribuisce ad arruolare quei giovani che non hanno avuto solidi riferimenti familiari in fase di crescita. «Non bisogna però pensare che tutti abbiano lo stesso destino. Sono diverse – precisa Lina – le storie dei ragazzi allevati in casa famiglia. Non sempre si tratta di situazioni difficili provocate da condizioni di indigenza economica. A volte ci sono persone incapaci di dare affetto ai propri figli. Alcuni genitori non avrebbero voluto neanche generarli. Così, nella loro mentalità degenerata, le strutture d’accoglienza diventano discariche. Vi gettano queste giovanissime vite, tanto poi ci sarà qualcuno che provvederà a crescerle. Io ancora oggi non riesco a spiegarmi come si possa lasciare un figlio, una parte di sé. Però non è detto che i bambini abbandonati in casa famiglia debbano poi somigliare, nello stile di vita e nelle scelte, ai propri genitori».

Non ha cattivi ricordi degli anni trascorsi con le suore del “Madre Elena Aiello”. «Al contrario, nella memoria conservo momenti bellissimi. È chiaro – chiarisce Lina – che ogni ospite sente la mancanza dell’amore che solo un papà e una mamma possono trasmettere. Manca il bacio della buonanotte, mancano i sentimenti più vivi, quelli primordiali. Eppure noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare educatrici che ci hanno trattato come se fossimo davvero figli loro. A me hanno dato la possibilità, oltre che di andare a scuola, anche di iscrivermi ai corsi di danza e all’università».

Una spina che punge la ‘ndrangheta

La parola passa ora alle sale cinematografiche ed ai festival. Se il grande pubblico gradirà Una femmina, il volto di Lina Siciliano potrebbe assurgere a simbolo delle Calabrie come terre capaci di ribellarsi, non proprio identificabili con la regione che ha finanziato un costosissimo cortometraggio del regista Gabriele Muccino. A riflettersi nello sguardo austero e deciso di Rosa, piuttosto, sarebbe la terra di Marcello Fonte, cresciuto nel quartiere Archi di Reggio Calabria, premiato nel 2018 a Cannes per la sua magistrale interpretazione del “Canaro” in Dogman. E, forse, le spine di questa Rosa potrebbero anche contribuire a graffiare la millenaria egemonia culturale delle ‘ndrine.

 

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi in anteprima sul tuo cellulare le nostre inchieste esclusive.