Il marinaio e la scrittrice che non avevano mai visto il presepe

Lo stupore di un inglese che nell'Ottocento scopre la rappresentazione sacra nelle case dei calabresi. Al punto da definirla più ridicola che solenne. Ma la sua connazionale era incantata dalla magia di questa tradizione

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Philip James Elmhirst, marinaio scelto della marina inglese, fatto prigioniero nel 1809 in seguito a un naufragio, nel suo diario annotava che non riusciva a comprendere perché i calabresi in prossimità del Natale allestivano ciò che chiamavano «presepe»: «All’avvicinarsi del Natale, in ogni chiesa si usa costruire una rappresentazione della nascita di Cristo chiamata presepe, con una piattaforma di tavole larga dai dodici ai sedici piedi quadrati, poggiata su cavalletti, sulla quale si mette una certa quantità di argilla per modellare montagne e altri elementi che ricordino Betlemme e la regione circostante. Il tutto viene coperto di erba, muschio e piante sempreverdi. Dappertutto si mettono casette di quelle che i bambini usano per i loro giochi. Attorno alla stalla e alla mangiatoia vengono disposte statuine di santi, pastori, buoi e pecore di terracotta».

A stupirlo era soprattutto quanto accadeva il 24 e il 25 dicembre. «Alla vigilia di Natale si depositano nella stalla le statuine della Vergine Maria e del bambino fatte di cera bianca e riccamente vestite di mussola e oro. Il giorno di Natale, durante la cerimonia religiosa, un sacerdote prende l’immagine del bambino e la porta in giro per la chiesa. I fedeli cantano inni di giubilo, con l’accompagnamento della musica sacra. La cerimonia si svolge nella massima devozione, anche se appare più ridicola che solenne, e più frivola che suggestiva».

I presepi di Cosenza

Qualche anno dopo Emily Lowe scriveva sui presepi di Cosenza: «Le altre chiese erano piene di gente in adorazione dei Magi, né c’è da meravigliarsi perché quei sovrani orientali erano magnificamente vestiti e sistemati. Nella zona più in vista dell’edificio sacro erano state innalzate colline che imitavano quelle naturali, coperte di alberi e attraversate da strade, e sulle quali si arrampicavano piccole figure di uomini, donne e bambini, tutti diretti in un punto dove c’erano vacche al pascolo. Lì, un bambino stava fra le braccia di una giovane donna piegata su una mangiatoia e incoronata da un diadema in miniatura, mentre riceveva gli omaggi di tre ricchi sovrani seguiti da servitori carichi di doni».

L’inglese ne era entusiasta, tanto quanto i cosentini. «L’effetto era tanto curioso quanto bello; i presepi, come sono chiamati questi dolci fatti dai preti per la vigilia dell’Epifania, erano uno più gustoso dell’altro. Uno era interamente composto di argille cristallizzate di vari colori e sormontato da un castello di fronte al quale zampillava una fontana circondata di fiori. Sullo sfondo si vedeva un’aia popolata da capre, galline e piccole anatre, mentre lungo la strada che scendeva verso la grotta della natività c’era una trattoria dove potevano rifocillarsi i pellegrini, fra cui compariva il re di Spagna in speroni e gorgiera assieme a graziose signore in vesti dorate. Questo complesso scenario, illuminato di notte da lampade di vari colori, mandava in visibilio il popolo».

Notti magiche

La tradizione del presepe è rimasta viva nella popolazione, ma altre ritualità e credenze non ci sono più. In passato la notte di Natale era considerata magica: gli animali parlavano, gli alberi davano frutti e dalle fonti scorreva miele. In alcuni paesi si credeva che l’acqua attinta a mezzanotte era efficace per arrecare ricchezza, felicità e salute. Le donne che andavano a prendere l’acqua muta in quell’ora misteriosa non dovevano riconoscersi e si coprivano con un panno nero camminando sole e in silenzio.

La tradizione voleva che dopo la mezzanotte la Madonna entrava nelle case per asciugare al fuoco i pannolini di Gesù e assaggiare il cibo rimasto. Per questo motivo, si lasciava la tavola apparecchiata e il camino acceso sino al mattino. Per la sera di Natale si preparava il pane nataliziu, su cui erano raffigurate croci e attrezzi agricoli. Si poneva al centro della tavola, il contadino lo benediceva, lo spezzava e lo distribuiva alla famigliola. In paese si sentiva il suono e il canto degli zampognari. E alcuni di loro con sandali, calzettoni di lana, calzoni corti, giubbotto di pelle e cappelli acuminati adornati di nastri, muniti di zampogne e clarini, andavano a Napoli per suonare in case, chiese e botteghe.

La festa del consumismo

Molti lamentano che le tradizioni del Natale si sono perse e insieme a loro l’incanto che caratterizzava la festività. Affermano che ormai è diventata un evento consumistico e lanciano anatemi contro regali, sprechi e abbondanza dei pranzi natalizi. Hanno nostalgia del tempo andato, ma le feste cambiavano anche in passato. Il presepe, ad esempio, è una tradizione legata a san Francesco d’Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione della Natività dopo aver ottenuto l’autorizzazione da papa Onorio III.

È sbagliato confinare le tradizioni del mondo popolare nel campo di una storia immobile, considerarle come un semplice terreno di persistenze arcaiche. È ingenuo pensare che la cultura tradizionale si riproduca di generazione in generazione senza un disegno, che si acquisti senza sforzo sin dalla nascita. Spesso si pensa alla memoria di una comunità come un organismo dotato di uno spirito unico, un crogiolo che contiene i ricordi di tutti. In realtà accade spesso che gruppi d’individui non trasmettono le loro esperienze alle generazioni successive, che nel processo di ricostruzione del passato alcuni fatti sopravvivano e di altri si perda ogni traccia.

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La Natività di Giotto proiettata sulla facciata della basilica di Assisi

Memoria e oblio

Gli uomini non sono in grado di ricordare tutto, ma neanche di dimenticare tutto: memoria e oblio vanno insieme, l’una non può fare a meno dell’altro. Ricordare e dimenticare è frutto dell’incessante lavoro d’invenzione e reinvenzione della memoria, risultato di continui scontri e patteggiamenti, tanto a livello individuale che collettivo, tra ciò che bisogna ricordare e ciò che bisogna dimenticare.

È opinione diffusa che nelle società tradizionali il ricordo fosse legato al mito e nella società moderna, invece, alla storia; che la memoria del passato fosse statica e quella dei giorni nostri sia dinamica. Si dà per scontato che nelle società premoderne la cultura fosse condivisa e immutabile e che nelle società moderne, invece, gli individui siano costretti a misurarsi con una realtà caratterizzata dall’avvicendarsi frenetico di eventi.

Le società tradizionali, al contrario, erano tutt’altro che semplici e unite. Fra gli individui esistevano diversità e ricchezza culturale. Nei paesi esisteva una pluralità di memorie pari alla pluralità dei ceti sociali che le avevano generate: ogni gruppo elaborava una propria immagine, aveva necessità di trovare continue conferme alla propria identità, operava una selezione di elementi per enfatizzare la propria diversità rispetto agli altri.

Tradizioni e miti cambiano

Le tradizioni popolari si modificano: a volte possono sembrare salde e incontaminate, altre mutano bruscamente per rispondere a nuove sensibilità. In alcuni periodi storici credenze e valori prima dominanti cessano di esserlo, in altri si avvicendano tra sentimenti opposti, in altri ancora si sovrappongono o s’incastrano tra loro. La memoria subisce una continua metamorfosi e una reinvenzione. Gli individui e i gruppi sociali selezionano, reinterpretano e rifondano il passato alla luce di quello che sono diventati, ricordando il passato lo ricreano e gli attribuiscono un senso in relazione alla loro idea del presente.

Le credenze si tramandano di generazione. Non sono una ripetizione statica del passato, ma un’interpretazione in cui è prevista la variazione. Adeguandosi alle diverse strutture economiche e sociali, assumono forme e contenuti in relazione alle ansie e ai bisogni ai quali gli uomini devono far fronte. Il carattere di un popolo è plasmato dalla tradizione che si è formata attraverso le passate generazioni e trasmessa alle nuove, ma le antiche stratificazioni tendono ad essere modificate o sostituite.

Le società sono sottoposte a nuovi condizionamenti culturali e materiali. Gli uomini creano un’immagine di sé e in essa si riflettono, ma lo fanno anche e soprattutto in relazione ai bisogni concreti. Quando i miti non rappresentano più un elemento vitale per la comunità cessano di esistere; alcuni si modificano, perdono di senso e riaffiorano in altri miti.

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