I cannibali calabresi al servizio del cardinale Ruffo

Stupri di donne ormai cadaveri, corpi dei nemici arrostiti e divorati: le truppe organizzate nei suoi feudi dall'alto prelato di San Lucido ai tempi della Repubblica Napoletana si macchiarono di efferatezze di ogni genere, compresa l'antropofagia

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«Alza gli occhi verso il mare, che s’è fatto tenero. Come il cielo, come il Vesuvio Grande e indifferente. Un piccolo sospiro di rimpianto. Non osa chiedere: vorrebbe, però. Ritrovarli tutti nell’abbraccio di Dio sarebbe bello. Così, invece, che rimane? Niente il resto di niente».
È il passaggio finale di Il resto di niente, romanzo in cui Nicola Striano racconta la vita di Eleonora Fonseca Pimentel e la parabola tragica della Repubblica Napoletana.
È il 20 agosto 1799: la nobildonna italo-portoghese sta per salire il patibolo a piazza del Mercato assieme ad altri sette condannati. Per lei “il resto di niente” è solo un modo di dire, perché nel giro di un’ora riceverà degna sepoltura.

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Un murale a Napoli dedicato a Eleonora Fonseca Pimentel

Per Nicola Fiani, ex ufficiale pugliese dell’esercito borbonico convertitosi alla causa rivoluzionaria, l’espressione è da intendersi alla lettera: di lui non resterà davvero il resto di niente. A differenza della pasionaria della rivoluzione, Fiani non ha la cittadinanza napoletana, quindi non può essere seppellito subito. Occorre aspettare che i suoi parenti reclamino il corpo, dopodiché finirà in una fossa comune, se non si trova chi è disposto a seppellirlo a sue spese.
Il popolo radunato sotto le forche risolve il problema a modo suo: i più facinorosi tirano giù il corpo, lo spogliano, lo fanno a pezzi e, secondo alcune fonti credibili, ne espiantano il fegato che piastrano e divorano.

L’orrore e la pietà

Questa vicenda macabra ha dei testimoni d’eccezione: il medico Diomede Marinelli, che la ricostruisce nei suoi diari, e l’avvocato Carlo De Nicola, tra l’altro un fedelissimo dei Borbone, che hanno riconquistato Napoli da poco più di due mesi, grazie all’Armata Cristiana e Reale del cardinale calabrese Fabrizio Ruffo, poi rinominata (e così passata alla storia) Esercito della Santa Fede.

La testimonianza definitiva su questa vicenda, è tuttavia contenuta in una relazione della Confraternita dei Bianchi, un gruppo religioso incaricato di confortare i condannati a morte: loro sì, avevano davvero visto e sentito tutto, perché erano lì. E ne scrissero in segno di protesta. Già, una cosa è la giustizia, anche sommaria, un’altra le efferatezze, compiute dai lazzari (cioè i popolani) in combutta coi “calabresi”.

Un esercito made in Calabria

Ma chi sono i “calabresi”? Senz’altro gli abitanti della Calabria. Ma nel gergo dell’epoca “calabrese” era anche sinonimo di “provinciale”, cioè di non napoletano, perché il Regno di Napoli funzionava a due velocità: in “serie A” Napoli e i suoi abitanti, in “serie B” (esclusa la Sicilia che era uno Stato a parte sebbene sempre sotto corona borbonica) tutto il resto. Infine, calabresi erano chiamati anche i seguaci del cardinale Fabrizio Ruffo, che iniziò la riconquista del Regno a fine gennaio 1799, circa un mese dopo che Ferdinando IV di Borbone e la regina Carolina d’Asburgo erano fuggiti dalla capitale che stava per essere conquistata dai francesi e per diventare repubblica.

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Un ritratto del cardinale Fabrizio Ruffo

Nato a San Lucido, sul Tirreno cosentino, Fabrizio Ruffo era discendente dei Ruffo di Bagnara Calabra, i più potenti feudatari calabresi dell’epoca.
Trasferitosi a Roma in giovanissima età fece una carriera eccezionale nell’amministrazione papale, grazie al blasone, alle parentele (in particolare, coi Firrao di Luzzi) e all’amicizia con Giovanni Angelo Braschi, che sarebbe diventato papa col nome di Pio VI.
Politico fine e lungimirante, Ruffo introdusse importanti riforme nello Stato Pontificio, che tuttavia gli attirarono antipatie e rancori. Nominato cardinale e rientrato a Napoli, il nobile calabrese entrò nell’entourage di Ferdinando IV, che seguì nella fuga a Palermo.

Proprio su incarico del re, il cardinale Ruffo sbarcò in Calabria e iniziò a reclutare miliziani nei feudi di famiglia e attraverso le parrocchie. Era lo zoccolo duro della sua armata, che avrebbe iniziato la sua terribile risalita verso la capitale mettendo a sacco le città finite in mano ai rivoluzionari, seminando disordine e terrore ovunque.
Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Orrori e “lacreme napuletane”

Abbandonata dalle truppe francesi, che lasciano solo un debole presidio, Napoli cadde il 13 giugno del 1799, dopo una giornata di combattimenti feroci. Anziché arrendersi, un drappello di patrioti giacobini asserragliato nel fortino di Vigliena, preferì lasciarsi esplodere.
Tra le rovine del forte giacevano i corpi di tre donne, che indossavano l’uniforme della guardia civica. Inferociti dai combattimenti violenti, gli assedianti “calabresi”, a cui si erano uniti i lazzari, spogliarono le tre poverette e ne violentarono i cadaveri.
Per la capitale era l’inizio di mesi di orrori e atrocità.

Le esecuzioni sommarie erano all’ordine del giorno. Così i saccheggi e le violenze più estreme. I testimoni dell’epoca raccontano di strade piene di cadaveri mutilati e fatti a pezzi. In città era esplosa la “caccia al giacobino”. E per passare da rivoluzionari, in quella terribile follia collettiva, bastava essere benvestiti e non popolani. In pratica, erano al riparo solo i nobili fedeli alla dinastia.

L’escalation

Tutte queste vicende sono raccontate dallo storico cosentino Luca Addante nel suo I cannibali dei Borbone, uscito da poco per Laterza. Addante, professore di Storia moderna all’Università di Torino, è un profondo conoscitore delle vicende della Repubblica Napoletana.
Non a caso, circa quindici anni fa fu protagonista di uno scoop storico non indifferente: il ritrovamento, a Parigi, delle ossa del rivoluzionario cosentino Francesco Saverio Salfi.

Torniamo alla Napoli della seconda, terribile metà del 1799, dove, di violenza in violenza si era arrivati all’indicibile.
La situazione era sfuggita di mano a Ruffo, che pure aveva tentato di mantenere l’ordine e si era appellato al re e al primo ministro John Acton. Ma invano, perché le efferatezze erano all’ordine del giorno: teste mozzate usate come palloni da calcio, corpi fatti a pezzi e bruciati. In tutto questo i cannibali non potevano mancare.

Il festino cannibalico

Le fonti utilizzate da Addante (tra cui i citati Marinelli e De Nicola) concordano nel riportare almeno cinque vittime, massacrate e cannibalizzate. Due di loro erano patrioti, rimasti anonimi, fatti a pezzi, in parte “piastrati” (il “solito” fegato e il cuore) e quindi divorati. Tre, paradossalmente ma non troppo, erano ufficiali borbonici, accusati di essere spie dei “jacubbini”. Ma tutto lascia pensare che gli episodi con cannibali come protagonisti fossero di più.

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La rua Calana a Napoli

Lo testimonia una macabra galleria di dipinti allestiti nella rua Catalana: nature “morte” che ritraevano piatti contenenti membra umane. La misura era colma, anche per Ruffo, che ordinò al capo della polizia di intervenire e sequestrare le “opere”.
Ma questi orrori non capitarono solo a Napoli. I cronisti riferiscono due episodi.
Il primo avvenne a Teramo, dove fu squartato e vittima dei cannibali un soldato francese (e parrebbe che i sanfedisti non si fermarono al fegato), il secondo a Montesano sulla Marcellana, nel Salento, dove la folla sbranò Nicola Cesari, il presidente della municipalità.

Lo spuntino del brigante Spaccapitta

Secondo Addante queste forme di cannibalismo sono un residuo atavico della cultura popolare, che riemerge nelle grandi crisi, quando la violenza esplode incontrollata.
A sostegno di questa tesi, lo studioso espone nel suo libro un’enorme casistica, che va dal XIV secolo alle soglie dell’età contemporanea.

Anche il brigantaggio calabrese ebbe i suoi bravi cannibali. Fu il caso di Spaccapitta, un bandito di Acri che lottava contro i francesi durante il decennio napoleonico. La sua attitudine era meno feroce e più gourmet, à la Hannibal Lecter: bruciava i cadaveri dei nemici e ne faceva colare il grasso su fette di pane, che assaporava annaffiandole con un buon vino locale.
Ma da questa vicenda Ruffo si era chiamato fuori. Scioccato dagli orrori del ’99, il cardinale aveva rifiutato l’invito del re a ricostituire l’Armata. «Certe follie si fanno una volta sola», disse. Come dargli torto?

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