Sette note in nero: la Pasquetta di sangue di Ciccio Fred Scotti

L'artista cosentino, celebre per le sue canzoni di malavita, fu ammazzato la sera del 12 aprile 1971. La tragica morte creò un'autentica leggenda nera sul cantautore, riscoperto a inizio millennio da una casa discografica tedesca. Violento e gradasso, aveva due soli amici: la sua chitarra e un vecchio leone

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È notte fonda. Sono le prime ore del 13 aprile 1971. Ciccio Scarpelli è nel vecchio pronto soccorso dell’Annunziata di Cosenza, dove l’ha portato un operaio a bordo del suo furgone. L’uomo, un 37enne grande e grosso, è gravemente ferito da quattro proiettili.
« Ci’, chin’è statu?», Ciccio chi è stato?, gli chiede un infermiere che lo conosce. «’Nu fissa», uno scemo, un povero coglione, risponde l’omone agonizzante.

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La tomba di Ciccio Scarpelli, alias Fred Scotti

Ciccio Scarpelli non vedrà l’alba. Operato d’urgenza, spira alle 6,15 del mattino. «Il ganzo di malavita era stato ucciso dallo scemo del quartiere», commenta Paride Leporace nel suo Cosangeles (Cosenza, Pellegrini 2021), in cui rievoca la vicenda.
Questo ganzo, a modo suo, era una celebrità: molti cosentini ne ascoltavano gli stornelli e le tarantelle con cui si esibiva nelle bettole o alle fiere. I più lo conoscevano col suo nome d’arte: Fred Scotti.

La riscoperta di Fred Scotti

Confinato a lungo nelle cronache nere e nelle leggende metropolitane, Fred Scotti riemerge all’inizio del millennio grazie all’iniziativa di Pias Germany, un’etichetta indipendente tedesca, che macina di tutto: dall’alt rock al folk. L’iniziativa è furbesca e mescola ambizioni commerciali e intenzioni colte: la riscoperta degli antichi canti della malavita calabrese. Infatti, grazie a questa trovata, la label ha venduto oltre centomila album agli italiani emigrati in Germania.

La copertina de “La musica della mafia”

La Pias ha pubblicato, tra il 2000 e il 2009, quattro compilation che raccolgono i classici di questo repertorio.
Nel primo cd, La musica della mafia vol I-Il canto di malavita, sono contenute due canzoni di Fred Scotti: Tarantella guappa e Canto di carcerato.
Un breve passaggio delle note di commento all’album, curate da Goffredo Plastino, docente di musicologia a Newcastle, si sofferma sul cantautore cosentino: «Molto curiosa è la storia del più grosso interprete del canto di carcerato Ciccio Scarpelli alias Fred Scotti, che finì ammazzato il 13 aprile del 1971, per aver molestato la donna di un mafioso».

È quanto basta per suggerire un parallelismo tra Scotti e una grande leggenda del blues: Robert Johnson, che morì in circostanze non chiarite.
In realtà, la morte di Scotti ha pochi lati oscuri. E la malavita non c’entra.

Pasquetta di sangue

Torniamo indietro e a Cosenza. È quasi la mezzanotte del 12 aprile 1971. Sono le ultime ore della Pasquetta di quell’anno e la città è semivuota.
Francesco Scarpelli è al circolo Enal, una specie di cantina, del rione Massa, una zona popolare del centro storico che sfocia nella piazza Spirito Santo. Già alticcio, Scarpelli beve una birra dopo l’altra, che accompagna con sarde salate.

In quel momento, entra nel locale Giuseppe Bruni, un fruttivendolo. L’uomo, come sempre, chiede al gestore se ha degli avanzi da dare al maiale. Scarpelli e Bruni si conoscono e sono l’uno l’opposto dell’altro: corpulento e forzuto il cantautore, mingherlino e remissivo l’ortolano. Proprio questa differenza rende Bruni la vittima ideale delle burle di Scotti, che a volte sfociano in gesti di prepotenza violenta.

La rissa fatale

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Ciccio Fred Scotti

È così anche quella sera: Scarpelli inizia a prendere in giro il malcapitato e lo fa ruzzolare a terra. Bruni ingoia amaro e cerca di non provocare l’omone, ormai vistosamente ubriaco. Scarpelli, che ha perso il controllo e la lucidità, scivola e si lacera il pantalone alle ginocchia.
«’ngulacchitemmuartu! Mò m’è pagare i cavuzi, unn’ha capì, oi luardu!» (ora mi devi risarcire, sporcaccione che non sei altro), urla Scarpelli al malcapitato. È l’ennesima prepotenza.

Bruni prende tempo: fammi andare a casa a prendere i soldi. Poi prega il gestore di accompagnarlo, perché ha paura.
Quando il fruttivendolo e l’oste arrivano a destinazione, trovano Scarpelli davanti all’uscio, impaziente e ancora più arrabbiato. La colluttazione riprende più violenta.
Le urla richiamano la moglie di Bruni, che tenta a sua volta di separare i due. Ma Scarpelli è incontenibile e picchia la donna.
Terrorizzato ed esasperato, Bruni estrae una pistola calibro 38 e spara al torace dell’uomo.

La fuga e l’agonia

A questo punto, Bruni si dilegua nei vicoli della città vecchia. Scarpelli, invece, si rialza e si dirige verso il Lungo Crati. Urla per il dolore, ma la sua fibra robusta ancora non cede.
Quest’agonia tragica è una scena già vista: ricorda la morte di Francesco Giuseppucci detto Er Negro, il capo della Banda della Magliana, che arrivò da solo al pronto soccorso, sebbene ferito a morte.
Ma Scarpelli non è solo: l’oste lo segue e cerca aiuto, finché, appunto, non si ferma l’operaio che lo porta in Ospedale.

Fred Scotti e il leone

Nato nel 1933 e cresciuto nei vicoli della Massa, Ciccio Scarpelli è la classica persona “nota” alle forze dell’ordine.
Entra ed esce dal vecchio carcere di Colle Triglio per piccoli reati: rissa, disturbo della quiete pubblica e ferimenti. Tutto ciò lo qualifica come piccolo delinquente e gli crea una fama da duro negli ambienti di quella malavita che ancora non è mafia. Proprio in galera compone il Canto del carcerato.
Quando è a piede libero, lavora come operaio al mattatoio comunale e fa anche il custode della Villa Vecchia.

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Fred Scotti e il leone della Villa comunale

Quest’ultima attività è alla base di un aneddoto. Scarpelli si prendeva cura di un vecchio leone abbandonato da un circo e chiuso in una gabbia proprio all’ingresso della Villa. E Scarpelli si divertiva con l’animale: spesso gli infilava una mano in bocca senza alcun pericolo, perché il felino era praticamente sdentato.
Da questo gioco, probabilmente deriva un detto cosentino: “Ammucca liù”, tuttora usato per dare del fesso al prossimo.

La passione per la musica

Con altrettanta probabilità, il nomignolo Fred Scotti fu appioppato a Scarpelli dai ragazzi della Cosenza di allora, ispirati dalla fama dell’artista di colore Freddie Scott, diventato una star con la sua Hey Girl.

Il cantautore americano Freddie Scott

Il paragone è ingeneroso e un po’ bislacco. Ma ha funzionato sin troppo: non c’è celebrità senza nomignoli e Scarpelli ebbe il suo.
Lo si vedeva spesso esibirsi nelle bettole di Cosenza con la chitarra a tracolla e riuscì a incidere alcune canzoni, arrangiate dal maestro Luigi Pisciotta, un musicista di Luzzi.

L’ultima leggenda su Fred Scotti

La tragica morte è alla base di un altro aneddoto, che sembra una nemesi.
Eccolo: in piena agonia e in attesa di essere operato, Scotti era stato sistemato in corsia. I suoi vicini di letto sarebbero stati dei malavitosi, ricoverati in seguito a una sparatoria svoltasi alcuni giorni prima davanti alla vecchia stazione ferroviaria, alle spalle di Piazza dei Bruzi.
Tra questi, un certo Pasquale Garofalo, che Scarpelli aveva sfregiato qualche anno prima.
“Ucciso da una mano crudele”, recita la scritta sulla lapide di Scarpelli al cimitero di Cosenza. Già: la crudeltà di cui solo le vittime esasperate possono essere capaci.

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