Cosenza è una città “friggi e mangia”, altro che cultura

I teatri chiudono, altri sono appiattiti su standard televisivi. Le luminarie prioritarie rispetto alla Biblioteca Civica. Il dissenso non tollerato dal potere. Le macerie di una comunità. Ma c'è chi prova a resistere

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Come ricominciare? Come riprendere il filo di certe conversazioni? Non è facile, certo non è facile. Il vuoto delle sale cinematografiche e le difficoltà dei teatri lo dimostrano.
Dopo quasi tre anni di isolamento, dopo mesi e mesi di solitudine e di incontri surrogati come rinsaldare il desiderio di musica, di recitazione, di un ascolto collettivo per sentire un brivido che appartiene a tutti?

Stare insieme, ascoltare, rincontrarsi mentre tutto il negativo ante pandemia è ancora presente e vivo, anzi pure peggio. E allora dove è un inizio possibile? La poesia dialettale e i suoi poeti diventano un sicuro riferimento perché il “il parlante è vicino al poeta” come Pasolini ebbe a scrivere in un illuminato saggio sulla poesia dialettale del ‘900, nel 1948.

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L’ingresso della Biblioteca Civica in piazza XV marzo, sede dell’Accademia cosentina

Perciò Civicamica ha proposto ai Tridici Canali per il 7 giugno una serata, con l’adesione della Fondazione Giuliani, una serata di lettura di poesie in dialetto, proprio per scoprire se un inizio fosse ancora possibile in una città in cui l’offerta culturale nelle sue istituzioni pubbliche appare svilita, mortificata, con teatri chiusi o quasi, dove l’offerta di musica e di opera lirica è delegata alla iniziativa di privati o di associazioni (è una benedizione che ciò avvenga), giovani e adolescenti affollano le sale dei cinema solamente per gli spettacoli di film con effetti speciali di guerre e massacri, come a confermare l’oscena realtà della guerra a cui si è assuefatti: a corollario di una tale perniciosa circostanza la Biblioteca Civica è chiusa da tre anni, gli ultimi dipendenti senza stipendio da 45 mesi, il suo consiglio di amministrazione oppresso da una montagna di debiti, con il tenue barlume del finanziamento dei fondi Cipe.

Accenti antichi rievocano Padula, Ciardullo, Buttitta

Dunque tre associazioni si mobilitano, su intenti comuni concordano un programma, un orario, il luogo: nel giardino del complesso monumentale di San Domenico avviene il miracolo di un crepuscolo, dove accenti antichi parlano di vicinato, di povertà e ricchezza, di emigrazione di ingiustizia e solitudine. Risuonano i versi affidati alle voci dei soci de I Tridici Canali, poeti loro stessi e fini dicitori rispettosi della pronuncia della ricchezza fonetica che “le parlate” calabresi hanno consegnato nei secoli.

Il pubblico è numeroso, gode nel fresco del giardino di suoni inediti che portano a infanzie lontane o a suoni di contrade e quartieri ora abbandonati e quasi deserti, ma la magia conquista l’attenzione, consolida conoscenza di versi noti come quelli, tra gli altri, di Bendicenti, Padula, Ciardullo e Pane, così come di poeti napoletani o di Buttitta con la poderosa Littra a na madre tedesca. Serata perfetta, niente da dire? Torniamocene a casa tranquilli nel cuore e saturi di atmosfere di garbo e bon ton? Ma non mi passa pi ‘a capu! Ma nemmeno per un attimo.

Cultura a Cosenza? Tutta “friggi e mangia”

Lo sdegno monta e trabocca per come sono ridotte le sorti di Cosenza, città “friggi e mangia” già dal 2017, come ebbero a dire degli amici toscani in visita, quando si trovarono avvolti in una nebbia di fumo tra piazza 11 e piazza dei Bruzi: certo era il 23 dicembre e quel che succede, parafrasando Mozart, ben lo si sa.

La proposta culturale pubblica in questa città non esiste da molto tempo: da quello che è passato come un grande evento “il concerto di Soler” a piazza Bilotti, nella dichiarazione del sindaco dell’epoca si legge che l’esibizione del cantante per la notte di Capodanno «rappresenta una parte importante del complessivo programma di rilancio della città sul piano dell’immagine e della visibilità», sicuramente un altro vanto congruo è stato la vendita di 10mila cornetti nella notte per il forno nella piazza.

Peccato però che in contemporanea si sia registrato la rinuncia di progettazione per il Fus, l’abbandono di responsabilità diretta per il Rendano, lo stillicidio nella gestione degli altri teatri cosi come la delega al privato della programmazione di stagioni di prosa, appiattite sugli standard televisivi per il successo di audience.

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Il teatro Rendano vuoto

Per fortuna (r)esistono enti privati, associazioni e fondazioni

Non si può dire che la vita culturale della città abbia potuto registrare un indirizzo pubblico, come la norma prevede; che il Comune abbia un compito educativo, così come per altri gli enti locali, è ribadito da un apparato di norme a partire dalla nostra Carta, presente anche negli statuti degli enti stessi, evidentemente a chi tocca essere eletto, nella sbornia della vittoria passa di mente e il detto compito – dall’antichità il più importante -”exemplum”- si omette.

In questi anni la stretta trama dell’offerta culturale è stata nelle proposte di enti privati, associazioni e fondazioni, che con propri e spesso pochi mezzi hanno presentato un panorama variegato, ampio, locale e nazionale dimostrando quante energie sono presenti nel territorio, quante teste pensanti e tante aspirazioni a promuovere conoscenza, partecipazione, divulgazione, gusto per il bello e culto verso ciò che appassiona come le arti e la scienza. Perché questo ampio spettro di attività e di pensiero non suscita l’attenzione di coloro che sono chiamati ad amministrare per proporre un programma di vasto respiro in tal senso? Mi si obietterà: non ci sono soldi, non sono possibili grandi produzioni.

Le luci erano meglio della Biblioteca Civica?

La pezza risulta peggiore dello strappo, i soldi ci sono stati, si è deciso di spenderli in un modo piuttosto che in un altro. Non per aprire menti e per allertare coscienze, ma per rassodare una omologazione che confermi sempre di più chi ha e chi detiene il potere… Sì, ancora un antico discorso, sempre attuale purtroppo. A proposito di scelte, per esempio, si è scelto di negare il contributo alla Biblioteca Civica ritenendola spesa non necessaria, mentre si è valutato l’apparato di luci come decoro urbano…  Sempre per rinsaldare la famosa “visibilità della città”.

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Palazzo dei Bruzi illuminato dai cerchi simbolo dell’amministrazione Occhiuto

La città incolta che non ama il dissenso

Risulta chiaro che “Tata non capisce” come dice il nostro ben noto canto, non capisce e non vuole capire, perché non è solito frequentare i teatri, andare al cinema, leggere libri di narrativa o di saggistica oltre il probabile dovere professionale, non accettare confronti sui dati reali, insofferente al dissenso, in fondo perché non coltiva alcuna passione se non il potere, per il puro purissimo gusto di esercitarlo per sé e per i suoi disegni ( si spera solo per questi) personali personalissimi. Non ciò che serve per migliorare, ma ciò che mi è utile per favorire, per avere voti, per “fregare” l’avversario etc etc… Così non la vedo solo io, ma è il comune sentire di chi poi agli appuntamenti partecipa e nota che gli “eletti” non ci sono quasi mai… Tanto per dirne una.

Ma “ohi ca mi muoro mi muoro mi muoro” non lo cantiamo, Tranquilli Lor Signori, saremo sempre sulle vostre croste perché qualcuno alla città, a Cosenza ci tiene.
Ma nell’attesa di ampliare il discorso alle cause più profonde della omologazione coltivata apposta, si affaccia un barlume di speranza: l’attuale amministrazione, da poco insediata, affronta problemi gravissimi per loro stessa ammissione. Al momento sta rilasciando segnali di attenzione, se pur di una certa flebilità (a parte i bandi per il centro storico e il recupero di piani in extremis), ma di questo se ne potrà parlare un’altra volta, sempre con sguardo angolare, senza sconti per nessuno.

Gilda De Caro

presidente Civicamica

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