Vedi Cosenza e poi muori: la città ammazza re

Tutti i grandi avvenimenti generano leggende. Ma gli storici cosentini esagerano: a sentir loro, i Bruzi (già discendenti da Ercole) avrebbero salvato l'Italia dagli invasori più feroci. Quanto c'è di vero in queste narrazioni? A leggere le fonti, non molto...

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Gli storici cosentini hanno raccolto nei secoli narrazioni utili per dare solide fondamenta all’identità cittadina.
Il bisogno di infondere l’orgoglio di appartenenza a una comunità, li ha spinti a volte a inventare un passato glorioso e mitico. I caratteri originali della città vengono sottolineati sin dalla sua fondazione.

La “pastetta” degli dei

Cosenza era stata voluta dagli dei, che l’avrebbero protetta e resa immortale. Il suo territorio era pieno di ricchezze e i fiumi, soprattutto il Crati, possedevano acque miracolose. La città aveva una posizione felice e, come la grande Roma, era circondata da sette colli a cui erano legate varie leggende.

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La statua di donna Brettia, la leggendaria liberatrice di Cosenza

Condottieri a Cosenza: in principio era Ercole

Uno dei miti sulla fondazione di Cosenza narra che Brettio, figlio di Ercole e di una ninfa acquatica, giunse alla confluenza del Crati e del Busento dopo un giro estenuante per tutta l’Europa.
L’illustre rampollo si innamorò del luogo e vi edificò una città, che chiamò Brettia. Altre storie raccontano di Brettia, o Bruzia, donna giovane e coraggiosa che aveva aperto le porte della fortezza a nobili guerrieri lucani. Incoronata regina, governò tanto saggiamente che il suo popolo per riconoscenza diede il suo nome alla città.

Guerrieri fieri e tosti

I cosentini, in quanto discendenti dalla stirpe di Ercole e dei Bruzi, erano un popolo di fieri guerrieri, orgogliosi della loro indipendenza e della loro patria. Tutti quelli che avevano osato sfidarli avevano pagato un caro prezzo.
Tre grandi condottieri dell’antichità, come testimoniavano le fonti storiche, vi avevano trovato la morte: Alessandro il Molosso re d’Epiro, Alarico re dei Goti e Ibn Ahmad Ibrahim, più semplicemente Ibrahim II, emiro saraceno.

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Monete con l’effige di Alessandro il Molosso

Alessandro il Molosso: prima vittima dei Bruzi

Tito Livio narra che l’esercito di Alessandro il Molosso, giunto al confine tra il territorio dei Bruzi e dei Lucani presso Pandosia, dovette ritirarsi su tre alture a causa delle continue piogge. In tal modo, divise le truppe che non potevano aiutarsi a vicenda. Due colonne consegnarono vilmente le armi e passarono al nemico.
Ma Alessandro, con un’impresa ardita, ruppe l’accerchiamento e uccise il capo dei Lucani.
Le acque impetuose del fiume costrinsero lui e i suoi uomini ad affrontare un guado tanto pericoloso che uno dei suoi soldati, impressionato dalla tumultuosità delle acque, imprecò chiamandolo Acheronte.

Nell’udire questo nome, il Molosso rammentò una profezia di morte che legava il suo destino al mitico fiume. Incalzato dai nemici non poté far altro che avanzare nelle acque infide. A quel punto, un soldato lucano lo colpì al petto con una freccia ed egli, caduto da cavallo, fu trascinato dalla corrente presso il campo dei nemici.
Il suo corpo fu brutalmente tagliato in due parti: una fu inviata a Cosenza e l’altra trattenuta per essere orrendamente oltraggiata.
Mentre i miseri resti erano bersaglio di pietre e dardi, una donna, piangendo disperata, pregò quei soldati rabbiosi di fermarsi: il marito e due suoi figlioli, prigionieri dei nemici, non sarebbero mai stati liberati per lo scempio che si stava compiendo sulla salma del re.
Metà del corpo del Molosso fu quindi seppellito a Cosenza, l’altra metà rimandata in patria alla compagna Cleopatra e alla sorella Olimpiade.

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Il funerale di Alarico

Alarico: il barbaro eccellente

Il racconto della morte di Alarico risale alla cronaca di Jordanès. Il re visigoto, dopo avere saccheggiato Roma, era sceso in Calabria per raggiungere Reggio, imbarcarsi con i suoi uomini per occupare dapprima la Sicilia e poi procedere alla conquista dell’Africa.
Ma una tempesta nello Stretto distrusse le navi e costrinse i Visigoti a tornare indietro. Alarico morì improvvisamente a Cosenza e i suoi uomini lo seppellirono sotto il letto del Busento con l’armatura, il cavallo, il tesoro e gli schiavi che avevano deviato le acque del fiume e scavato la fossa.

Ibrahim II l’esotico

La fine di Ibrahim II è tramandata da diversi storici arabi e latini.
Nel settembre del 902, l’emiro, dopo avere espugnato Taormina, attraversò lo Stretto e, alla testa dei suoi uomini, iniziò ad occupare la Calabria.
I saraceni non incontrarono particolare resistenza e il primo ottobre giunsero a Cosenza attestandosi sulle sponde del Crati.
Dopo ventidue giorni d’assedio, il feroce principe cominciò a soffrire di una terribile dissenteria e morì nello stesso mese. I capitani del suo esercito offrirono il comando al nipote Ziyadat Allah, il quale decise di tornare in Sicilia per seppellire l’avo.

Miti e realtà: la parola alle fonti

Non abbiamo motivo di dubitare della presenza di questi condottieri a Cosenza. Tuttavia, le fonti su cui sono state ricostruite le loro vicende sono scarne, poco credibili e contraddittorie.
Nonostante ciò, gli storici locali le hanno accettate e liberamente manipolate arrivando spesso a conclusioni diverse e fantasiose.
L’impianto che caratterizza i racconti su Alessandro il Molosso, Alarico e Ibrahim è sempre lo stesso: condottieri spietati e sanguinari trovarono a Cosenza la strenua resistenza di coraggiosissimi cittadini. Se questa non bastava, interveniva direttamente il castigo divino.

Soldati saraceni in un dipinto d’epoca

Una storia per creduloni

La trama intessuta dagli storici locali sugli ultimi giorni di vita dei tre grandi condottieri a Cosenza era semplice e ingenua.
Il Molosso, Alarico e Ibrahim, giunti da lontano per compiere le loro scorrerie, una volta in città morivano.
Erano guerrieri temuti e conosciuti per la loro brutalità e la loro ferocia.

L’arabo sanguinario

Di Ibrahim II, ad esempio, si raccontavano, storie di smisurata efferatezza.
Quando alcuni astrologi gli predissero la morte per mano di un fanciullo, fece uccidere tutti i paggi della sua reggia.
Venuto a conoscenza che un eunuco aveva rubato un suo fazzoletto di seta, non sapendo chi fosse l’autore del furto, fece sopprimere tutti e trecento gli eunuchi della sua corte.
Accecato dalla gelosia, fracassò il cranio di un fanciullo che amava e gettò nella fornace i sei compagni con cui viveva.

Un giorno, fece trafiggere trecento ribelli berberi, strappò i loro cuori con le proprie mani e li fece infilzare in una funicella appesa come un festone su una delle porte di Tunisi. Mandò a morte ciambellani, ministri, cortigiani, segretari e assistette personalmente all’esecuzione di otto suoi fratelli.
Faceva strangolare, murare vive e decapitare mogli e concubine e sopprimere tutte le figlie femmine. Condannava a morte coloro che rifiutavano di convertirsi: fece tagliare in due un cristiano che non voleva abiurare e appendere le due metà su pali.
Comandò che i giudei portassero sulle spalle una toppa bianca a forma di scimmia e i cristiani una a forma di maiale. Inoltre, gli stessi dovevano appendere sull’uscio delle loro case tavole con questi animali dipinti.

Condottieri e propaganda a Cosenza

Gli storici cosentini volevano comunicare con le storie del Molosso, Alarico e Ibrahim un messaggio chiaro: mentre nelle altre città del Sud gli abitanti terrorizzati fuggivano vilmente davanti all’invasore, i cosentini, degni figli dei fieri Bruzi, affrontavano i nemici senza paura.
Cosenza era una città di uomini liberi, sempre pronti a battersi contro coloro che volevano soggiogarla e, quando le forze del nemico erano soverchianti, poteva contare sul buon Dio che faceva morire i capi degli invasori.
Potenti eserciti che avevano espugnato grandi città e fortezze, giunti a Cosenza, capoluogo vulnerabile e povero di abitanti, venivano fermati. I cosentini non solo riuscivano a proteggere la loro città, ma l’intera penisola dalla violenza di uomini rozzi e malvagi.

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