Briganti brava gente? Falsi Robin Hood

Non erano umili e pacifici contadini che, presa coscienza della condizione di sfruttati, combattevano una lotta di classe. In realtà erano spesso dei criminali efferati e senza scrupoli. Oggi la Calabria cerca di sfruttarne una sedicente immagine romantica

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L’immagine della Calabria è legata ai briganti. Alberghi, ostelli, ristoranti, pizzerie, cooperative, aziende agricole, circoli culturali, gruppi musicali, compagnie teatrali, gruppi folkloristici ne prendono con orgoglio il nome. L’artigianato tipico della terracotta ha come prodotto di punta nell’uomo col cappello a cono e lo schioppo in mano e riproduzioni del brigante dall’aspetto fiero e tetro campeggiano sulle etichette di bottiglie di vino, olio, salumi e formaggi.

Come Robin Hood

Nell’Ottocento, Vincenzo Dorsa scriveva che le madri calabresi, trastullavano i loro bambini, chiamandoli brigantiellu miu, brigantiellu di mamma, così come altrove si sarebbe sentito mio cavaliere, mio principino: un figlio capo brigante avrebbe dato gloria e ricchezza a famiglia e parentato! Negli stessi anni, il noto romanziere Misasi descriveva i briganti come poveri giovani costretti a darsi alla macchia per sfuggire alle angherie e per vendicare ingiustizie. In vent’anni di latitanza, il celebre capobanda Tallarico aveva rubato ai ricchi per dare ai poveri, difeso i deboli da avidi sfruttatori, aiutato fanciulle a coronare il sogno d’amore.

Alcuni storici ancora oggi sostengono che il brigantaggio era la reazione delle masse rurali a ingiustizia e miseria: angariati dai padroni interessati e crudeli, si davano alla macchia e attaccavano le proprietà. Dipingono i briganti come patrioti disposti a dare la vita per difendere la loro terra dall’odiato invasore. Combatterono i giacobini per difendere le tradizioni, la famiglia e la religione dei loro avi; i francesi per impedire loro che depredassero la regione; i piemontesi per aver scacciato il legittimo re di Napoli e occupato il Sud.

Una presenza costante

In realtà il brigantaggio è stato sempre presente in Calabria e gli stessi Borboni furono costretti più volte a mettere in stato d’assedio alcuni territori della regione. Era un fenomeno endemico e, come avevano ben compreso i viaggiatori stranieri, le bande diventavano più attive e numerose in occasione di rivolgimenti politici. Nel Cinquecento e Seicento le montagne della Calabria pullulavano di banditi dai nomi tristemente famosi in tutta Europa e nel Settecento il governo ammetteva che vasti territori della regione erano sotto il controllo di bande criminali.

I briganti non erano umili e pacifici contadini che, presa coscienza della condizione di sfruttati, combattevano una lotta di classe. Per il generale borbonico Nunziante il brigantaggio dell’Altopiano Silano non nasceva dalla povertà, ma dall’indole violenta e rapace di uomini abituati all’uso delle armi: la maggior parte degli «scorridori di campagna», infatti, non erano contadini, ma guardiani.

Nessuna matrice politica

Vincenzo Maria Greco, storico locale convinto sostenitore di Re Ferdinando, aggiungeva che i briganti non erano patrioti in quanto, cacciati i Francesi, furono più attivi che mai e, soprattutto nel biennio 1844-1845, aumentarono così tanto di numero e di ardire che nel 1847 il re diede ordine ad un Maresciallo di campo di sterminarli. L’anno seguente, lo «stendardo» del brigantaggio riapparve ancora più terrificante: le bande si mostrarono numerose e minacciose come non mai e dovunque si verificavano rapimenti, saccheggi e assassinii. Il brigantaggio secondo l’autore, dunque, non aveva matrice politica o sociale, ma stava nell’indole rapace e sanguinaria di alcune famiglie abituate a delinquere.

Spiriti, nel Settecento, sosteneva che i calabresi non diventavano briganti per le prepotenze subite o per amor di patria, ma perché allettati dai vantaggi che offriva l’attività delittuosa. Organizzati in piccole bande, giovani senza scrupoli e con precedenti penali si davano alla macchia per aggredire viandanti e mercanti, razziare greggi e mandrie, saccheggiare magazzini, rapire proprietari, taglieggiare chiunque minacciando ritorsioni.

Economia e briganti

Fare il brigante era un mestiere e intorno al brigantaggio si sviluppava una proficua attività economica che vedeva coinvolti manutengoli, soldati, medici, giudici e procuratori. Un bandito in prigione confessò a Misasi che, in soli due anni di attività, aveva guadagnato 80.000 ducati d’oro e d’argento, ma la maggior parte del denaro era servito per pagare manutengoli, giudici, squadriglieri e avvocati; la moglie era stata costretta a vendere la casa e andare a servizio e i figli, nudi e scalzi, conducevano una vita misera.
Spiriti raccontava che il guadagno annuale di un altro celebre capobanda era stato di 12.000 ducati così ripartiti: 6.000 per la paga di legali e impiegati dei tribunali, 3.000 per protettori e sbirri, 3.000 divisi tra lui e i compagni.

Al servizio dei ricchi

Il brigantaggio era funzionale alla società tradizionale, le comitive di scorridori erano spesso tollerate, incoraggiate o protette da nobili, presidi e galantuomini per controllare il territorio ed eliminare potenziali nemici. Il Procuratore generale presso la Commissione feudale Winspeare annotava che i baroni coprivano i briganti in ogni modo e spesso li arruolavano nelle loro milizie private.
Salis Marschlins affermava che i nobili calabresi si comportavano come tiranni senza alcuna legge morale e, per terrorizzare la popolazione, si servivano dei briganti che non esitavano a tirare fuori dai guai usando potere, denaro e intrighi quando questi erano arrestati. Lenormant, Bartels, Galanti, de Rivarol e tanti altri confermavano che nobili e galantuomini usavano i briganti per intimorire la gente di campagna.

De Tavel annotava che a Cosenza, un gran numero di avvocati e giudici incoraggiava il brigantaggio nei casali intorno alla città, poiché proprio dagli scorridori di campagna proveniva la fonte principale dei loro guadagni. Rilliet, ufficiale medico della colonna mobile di scorta a Ferdinando II durante la visita in Calabria del 1852, annotava che squadriglieri, guardie urbane, gendarmeria e soldati mangiavano insieme ai briganti che avrebbero dovuto catturare.

Diavolo e acqua santa

I briganti, dunque, avevano rapporti con grandi proprietari, medici, avvocati, giudici e guardie che pagavano profumatamente. Durante la loro attività criminale, davano grosse somme in denaro persino a preti e monaci i quali, in segno di riconoscenza, offrivano protezione e ospitalità. Gli scorridori di campagna si mostravano profondamente religiosi, nutrivano una grande devozione per la Vergine, santi e arcangeli; parte del ricavato delle estorsioni era sempre destinato alla chiesa o al santuario dove si riunivano ogni anno per ringraziare della protezione ricevuta. Anche il bandito più sanguinario portava appese al collo reliquie e immagini dei santi o della Madonna che invocava prima di commettere ruberie e assassinii.

Si racconta che in alcune sparatorie con la forza pubblica sollevavano in alto le sante reliquie convinti che queste potessero renderli invulnerabili alle pallottole. Il capobanda Palma di sera riuniva i suoi uomini, si metteva al centro con un crocifisso in mano e tutti recitavano il rosario e pregavano i santi protettori le cui immagini erano appuntate sui loro cappelli.

Dai briganti ai mafiosi

Oggi i briganti non ci sono più ma la regione è piena di mafiosi che usano il terrore come forma di controllo e di consenso e si qualificavano per gli atti di inaudita crudeltà nei confronti delle vittime. Molti intellettuali negli ultimi decenni hanno sostenuto che la mafia è figlia del sottosviluppo, conseguenza della povertà e della completa assenza dello Stato; i mafiosi non sono mossi da deliberata cattiveria o da disposizione psicologica a delinquere, ma da ribellione, sia pure sbagliata, contro l’ineguaglianza sociale. La ‘ndrangheta sarebbe dunque il riflesso di una società ingiusta, la reazione alla decadenza economica, alla disoccupazione e alle crescenti disuguaglianze.

Alcuni sostengono, addirittura, che originariamente fosse composta da uomini che aiutavano i deboli e che la stessa parola deriverebbe da andragathìa, che significa coraggio, valore, virtù e rettitudine. Pur prendendo le distanze dal fenomeno mafioso, sono in molti ad alimentare lo stereotipo dello ‘ndranghetista costretto dalla dura vita a scegliere la via del crimine senza tuttavia abbandonare il senso dell’onore, della famiglia, dell’amicizia e della religione.

I tempi cambiano, ma non troppo

Ogni organizzazione criminale va collocata nel contesto storico in cui si sviluppa. La stessa ‘ndrangheta ha subito un’evoluzione: se in passato i suoi capi erano guardiani dei latifondisti, oggi sono persone che hanno accumulato immensi patrimoni; se un tempo l’ambiente privilegiato era quello rurale, oggi è quello delle grandi metropoli; se in passato l’attività era volta ai sequestri di persona, oggi gli affari si fanno con narcotraffico, grandi appalti e riciclaggio di denaro sporco.

Le organizzazioni criminali si evolvono, ma alcune costanti rimangono. Sarebbe ingenuo pensare a una filiazione diretta dal brigantaggio alla ‘ndrangheta, ma è innegabile che molti elementi accomunano l’esperienza dei briganti calabresi e quella degli ‘ndranghetisti. Nel corso del processo contro la famigerata banda di Pietro Bianchi celebrato a Catanzaro nel 1867, un procuratore disse che il brigantaggio avrebbe ricevuto un colpo mortale allorquando la locomotiva avesse percorso maestosa la bella costiera calabrese dallo Jonio al Tirreno; ma si affrettò ad aggiungere, che neanche le ferrovie sarebbero bastate a distruggere le bande criminali senza il cambiamento di una mentalità diffusa che giustificava furto, sopraffazione e violenza.

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