Borbone contro Massoni: una storia calabrese

La dinastia napoletana, dapprima tollerante, arrivò ai ferri corti con i liberi muratori dopo il fallimento dei moti del 1821. Un documento dell'Archivio di Stato di Napoli racconta come la polizia delle Due Sicilie indagò sui notabili calabresi sospettati di appartenere alle logge. E spiega il metodo ingegnoso escogitato contro i grembiuli: un'autocertificazione, inventata centosettanta anni prima della riforma amministrativa

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Dell’arretratezza dei Borbone si parla spesso e troppo.
Tuttavia, senza per questo voler dare ragione ai neoborbonici e ai revisionisti alla Pino Aprile, non sempre era così. Anzi, in alcune cose l’ex dinastia napoletana era piuttosto avanti. Ne citiamo due: le opere pubbliche in project financing e l’autocertificazione.
Un esempio delle prime fu la ferrovia Napoli-Portici, realizzata col concorso di un imprenditore francese che sostenne buona parte delle spese.
Ma questa non riguarda la Calabria.
L’“autocertificazione”, invece, fu un’idea di Ferdinando I, ’o Re Nasone, per stanare massoni e carbonari dai ruoli di comando. E ci tocca da vicinissimo.

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Ferdinando I di Borbone, ‘o Re Nasone

Borbone e Massoni: lo strano rapporto

È il caso di fare chiarezza su un punto: il rapporto tra i Borbone di Napoli e la massoneria non è mai stato chiaro e lineare, ma molto condizionato dalla politica pontificia.
All’inizio, cioè sotto don Carlo, il primo, illuminato esponente della dinastia, c’è una certa tolleranza, come ovunque.
Anzi, molti pezzi grossi della nobiltà napoletana si dilettano nelle logge. Come, ad esempio, Raimondo di Sangro, il principe di Sansevero, il quale prende piuttosto sul serio la “grembiulanza”, al punto di riempire la celebre cappella di famiglia di simboli esoterici.
Certo, esistono già le prime bolle papali (In eminenti apostolatus specula, del 1738, e Providas romanorum, del 1751).
Ma i regnanti (e le varie chiese nazionali) le interpretano con larghezza. Poi, a fine secolo, le cose cambiano.

Una “catena d’unione” massonica

La grande paranoia dei Borbone

La rivoluzione francese, col suo carico di novità esplosive, è all’origine della rottura.
I Borbone si adeguano, anche per via di uno choc familiare enorme: l’esecuzione di Maria Antonietta di Francia, sorella maggiore di Maria Carolina, moglie di Ferdinando e Regina di Napoli.
I traumi successivi, cioè la Repubblica Partenopea e il decennio napoleonico, cementano un’equazione d’acciaio nella nobiltà lealista napoletana: massone uguale a giacobino e giacobino uguale a carbonaro.
Dopo la repressione dei moti costituzionali del 1821, la situazione precipita del tutto: lo staff borbonico vede davvero massoni e carbonari ovunque. E quindi jacubbine.

La “vendetta massonica”: un dettaglio del rito del Cavaliere Kadosh

I Borbone alla riscossa: le Giunte di scrutino

Una scoperta consente di ricostruire la persecuzione borbonica contro i grembiuli del Regno delle Due Sicilie.
L’ha fatta Lorenzo Terzi, giornalista e funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli. Terzi, noto al pubblico per varie ricerche specialistiche, ha trovato i documenti dell’attività delle cosiddette Giunte di scrutinio.
Queste Giunte borboniche erano commissioni d’inchiesta istituite con un decreto del 12 maggio 1821.
In origine erano quattro e avevano il compito di esaminare «la condotta degli ecclesiastici, pensionisti e funzionarj pubblici; come anche quella degli autori di opere stampate e le massime in esse insegnate».
Ad esse se ne aggiunsero una quinta (decreto del 16 aprile 1821), che si occupava dei militari, e una sesta (decreto del 24 maggio successivo) destinata alla Marina.

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Un interrogatorio della polizia borbonica (con relativa tortura)

Grembiuli di Calabria

Nel fondo del Ministero di Grazia e Giustizia custodito dall’Archivio di Stato di Napoli c’è un documento importante che riguarda la Calabria Citra, cioè il Cosentino.
Contiene gli scrutini (cioè i controlli) della Camera notarile di Cosenza.
I membri della Camera notarile setacciati dalla Giunta borbonica sono il presidente Pasquale Rossi, il cancelliere Tommaso Maria Adami, gli ufficiali di prima classe Giovan Battista Adami e Francesco Rossi, gli ufficiali di seconda classe Francesco Memmi e Giovanni Litrenta, i componenti Pasquale Gatti e Nicola Del Pezzo e il bidello Giuseppe Pettinati.

L’autocertificazione

Come funzionavano le Giunte di scrutinio? Nessun interrogatorio pesante né torture. Niente sbirri né inquisitori.
Più semplicemente, la Giunta competente per territorio inviava dei questionari ai funzionari sotto scrutinio. Questi, a loro volta, dovevano rispondere entro un mese, pena la decadenza dal ruolo e la perdita di stipendio o pensione.
Solo in caso di dichiarazioni false si passavano i guai, che potevano essere seri.
In pratica un’autocertificazione.

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Il verbale dell’interrogatorio di Pasquale Rossi

Le domande dei Borbone

Il questionario era composto da sei domande.
In primo luogo, si chiedevano allo scrutinato informazioni sulla sua carriera. Poi si entrava più nel dettaglio: si chiedeva, quindi, al soggetto sotto esame se fosse o fosse stato massone o carbonaro e, se si, con che ruoli e quando.
Ancora: gli si chiedeva se avesse fatto attività o propaganda sovversiva, dentro o fuori le logge (o, nel caso dei carbonari, le vendite).

L’insidia massonica

Tanta paura non era proprio immotivata. Durante il decennio francese, Gioacchino Murat aveva potenziato il Grande Oriente di Napoli e se ne era proclamato gran maestro.
Murat, che di sicuro non era un intellettuale in vena di finezze esoteriche, usava la massoneria per raggruppare i liberali e fidelizzare quel po’ di borghesia che faceva carriera negli uffici pubblici. In pratica, aveva creato una specie di “Partito della Corona”.
Tornato a Napoli, re Ferdinando evitò la ripetizione dei pogrom orribili seguiti alla caduta della Repubblica Partenopea e limitò le epurazioni.

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Gioacchino Murat

Al contrario, adottò nel Regno delle Due Sicilie il nuovo modello di amministrazione creato dai francesi, funzionari e impiegati inclusi.
Ma ciò non risolveva, dal suo punto di vista, il problema della sicurezza, perché i ranghi della burocrazia e dell’esercito pullulavano di carbonari o massoni e il Regno borbonico era costretto a tenerseli in pancia, soprattutto per mancanza di alternative.

Pochi massoni, molti carbonari

In realtà, dopo la cacciata dei francesi i massoni non erano tantissimi. Il motivo è facile da intuire: le epurazioni e le repressioni, rafforzate dalle scomuniche, incutevano timore.
Inoltre la massoneria non aveva scopi eversivi.
Perciò, chi aveva voglia di trescare o menare le mani, preferiva la carboneria, che invece questi scopi li aveva. Rischio per rischio, tanto valeva osare sul serio.
Non è il caso di approfondire troppo i rapporti tra carbonari e liberi muratori. Basta dire solo che la carboneria nacque come costola scissionista della Libera Muratoria e aveva strutture e riti simili. Direbbero quelli bravi: la stessa sociabilità.

Una congiura carbonara

E che i Borbone temessero i carbonari, lo prova un fatto curioso. Cioè la costituzione dei Calderari, una specie di carboneria reazionaria legata alla Corona e che, tra le varie cose, curava i rapporti con la parte filoborbonica della camorra.

Massone a chi?

Nel caso dei giuristi cosentini, è facile intuire che gli scrutinati fecero a gara a negare tutto.
Anzi, Pasquale Rossi rivendicò di essere stato maltrattato dai Francesi quando faceva il magistrato a Lago. Discorso simile per Nicola Del Pezzo, che parlò del suo ruolo di consigliere giudiziario, ovviamente a favore della monarchia borbonica.
Occorre notare un dettaglio: il Pasquale Rossi della Camera notarile di Cosenza non è antenato diretto dell’illustre intellettuale cosentino, sebbene la cronologia e l’omonimia gettino qualche suggestione.
Il Pasquale Rossi “nonno” fu in effetti carbonaro, massone e, quindi cospiratore. Ma era di Tessano, mentre il presidente Rossi era di Cavallerizzo.

Iniziazione massonica (scena tratta da “Un borghese piccolo piccolo, di Mario Monicelli)

Repressione napuletana

Non esistono dati precisi sulle epurazioni borboniche. Di sicuro, l’autocertificazione aveva uno scopo diverso dal punire massoni e carbonari.
Semmai, l’obiettivo era tenere per le parti basse i presunti cospiratori, con dichiarazioni verificabili sulla base delle soffiate e dei metodi poco ortodossi dell’occhiuta polizia borbonica.
In realtà le epurazioni furono poche. E poche pure le condanne. I Borbone usarono le Giunte di scrutinio per prevenire un pericolo potenziale, ma per il resto non avrebbero potuto fare a meno dei funzionari “impiantati” dai napoleonici.
Una soluzione alla napoletana, insomma, con cui ’o re Nasone scaricò le grane sui suoi eredi. E che grane.

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